Ieri è stato pubblicato un articolo che dovrebbe costituire – e forse lo sarà – una pietra miliare per chi si occupa di informazione e giornalismo. Da qualunque lato si guardi questo mondo, sia per chi si occupa di offrire questo servizio e sia per chi ne usufruisce.
Stiamo parlando di quanto abbiamo letto (ripreso qui) sul Wall Street Journal a firma di Gerard Baker, uno dei più prestigiosi editorialisti della testata. Il titolo – La più grande minaccia per il giornalismo? I giornalisti – è una sintesi perfetta del ragionamento dell’autore.
La tesi fondamentale è che il vero pericolo per il giornalismo americano non viene da forze esterne come i social media, la disinformazione o Donald Trump, ma dagli stessi giornalisti, responsabili di aver eroso profondamente la fiducia del pubblico attraverso distorsioni sistematiche e pregiudizi evidenti.
Non è per nulla velato il riferimento al recente ridimensionamento del Washington Post che non è solo frutto di modelli di business fallimentari o di proprietà insensibili, ma riflette una crisi di credibilità più profonda: i media tradizionali hanno perso lettori perché hanno sacrificato l’obiettività a favore di narrazioni tendenziose (Russia-gate, Covid, Black Lives Matter).
Invece di auto-critica, i giornalisti preferiscono lamentarsi di minacce esterne, ignorando come la loro parzialità abbia aperto la porta agli attacchi di Trump e alla sfiducia diffusa.
Numerosi i passaggi degni di nota, a partire dalla prima sciabolata sulla autoproclamata indispensabilità dei media:
«La democrazia muore nell’oscurità, dicono, con l’implicazione che solo la fiaccola tenuta alta dai coraggiosi giornalisti tiene accesa la luce della libertà nel crepuscolo di un’era autoritaria.»
Infatti, sono mesi che il lettore è bombardato da pensosi editoriali su presunte “svolte autoritarie” o “regimi autocratici” in ogni angolo del pianeta, ovviamente governato da chi non gode delle loro simpatie politiche. Sono arrivati perfino a mettere in discussione il funzionamento della democrazia Usa, che fortunatamente è ben salda e resta sempre nelle mani dei cittadini votanti, e degli organi di garanzia costituzionale a presidio della Costituzione scritta più antica ancora in vigore al mondo.
L’autore non risparmia passaggi al vetriolo, come quello sulla mancanza di autoconsapevolezza dei giornalisti del suo Paese: «Non c’è classe di persone con una più smodata fiducia in sé stessa o con una più limitata autoconsapevolezza dei giornalisti americani?».
Ugualmente centrata è la critica al ruolo dei giornalisti nella crisi di fiducia: «Il ruolo che i giornalisti stessi hanno avuto nel crollo della fiducia tra i consumatori di notizie è il più importante. Ovunque si riuniscano, il lamento è forte e rivolto verso l’esterno.» Insomma è sempre colpa degli altri; invece la lista delle sistematiche distorsioni mediatiche è davvero lunga:
«La lista delle recenti distorsioni mediatiche – dalla bufala della collusione Russia-Trump a Covid e Black Lives Matter – è lunga. Ma la forma più importante di pregiudizio, più insidiosa perché inevitabilmente presente, è quella che non viene mai riconosciuta.» La selezione dei temi in agenda è già di per sé un pregiudizio e in questo il giornalismo americano (perché solo di questo qui si parla, per quello italiano ci vorrebbe un libro a parte) è particolarmente monotono: scrivono e parlano solo di alcuni temi. Quelli che i loro “tifosi” di riferimento vogliono sentirsi raccontare, perdendo credibilità.
Ed è proprio questo il tema dell’affondo finale dell’autore:
«Gli attacchi del presidente ai media sono indifendibili e preoccupanti. Ma non sembra mai venire in mente ai loro bersagli che il motivo principale per cui lui la fa franca è che la fede nell’onestà di queste istituzioni è già stata devastata dal loro stesso lavoro tendenzioso.»
Il primo nemico è dentro di loro, non fuori: il lavoro parziale e tendenzioso.



