Da un eccesso all’altro. Dall’uomo della “immoral suasion” rimproveratagli da Marco Travaglio sul Fatto Quotidano per avere contribuito alla preparazione di nuove misure di sicurezza del governo, al “Capitan Costituzione” fatto confezionare in una locandina da Luca Telese, che dirige un giornale periferico, in Abruzzo, intestato però al Centro. Un capitano, il Mattarella della locandina da circo equestre, che nella “difesa della legalità” compromessa dai propositi governativi riduce in lacrime quel gradasso del vice presidente del Consiglio e ministro delle strade, dei porti e dei ponti Matteo Salvini e mette a cuccia la premier Giorgia Meloni. Già reduce, poverina, dalla rimozione della sua “faccia d’angelo” da un restauro eseguito dal sacrestano-pittore della basilica romana di San Lorenzo in Lucina, a due passi da Palazzo Chigi.
L’una e l’altra rappresentazione del presidente della Repubblica, di Travaglio e di Telese, lo deturpano assegnandogli un ruolo, una funzione, una dimensione che non sono quelle dei nove articoli della Costituzione che lo riguardano: dall’83 al 91. Ma soprattutto l’articolo 87, che elenca minuziosamente in 12 commi, come si dice in gergo giuridico, prerogative e incarichi del Capo dello Stato, eccetto quello conferitogli a parte, nell’articolo 104, di presidente del Consiglio Supremo della Magistratura. O dei due Consigli che gli subentrerebbero se passasse la riforma della magistratura, appunto, sotto procedura referendaria, che separa le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.
Se la “pagliacciocrazia” evocata da Travaglio come effetto dell’azione e dei comportamenti del presidente della Repubblica, colluso con un’azione liberticida del governo, è al limite, ma forse anche oltre il limite del vilipendio, la forza messagli addosso da Telese lo caricatura. Uno lo fa troppo debole, l’altro troppo forte, specie nel contesto agiografico del “re Sergio” di cui vedo scrivere ogni tanto nelle cronache e nei retroscena per l’eccezionale durata, appunto regale, del suo doppio mandato settennale, che scadrà nel 2029, cioè nella prossima legislatura. Quando la sinistra teme di non potere scegliere né condizionare l’elezione del successore al vertice dello Stato, per la prima volta almeno dal 1971, quando fu eletto Giovanni Leone con l’appoggio determinante, per quanto nascosto a scrutinio segreto, della destra. Ciò avvenne dopo la mancata elezione del primo candidato della Dc, che era stato l’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, e il mancato decollo, nella riunione e votazione dei grandi elettori democristiani, della candidatura di Aldo Moro, l’altro cavallo di razza dello scudo crociato, come li chiamava Carlo Donat-Cattin.




