Uno è un top manager che ha appena preso le redini di un Gruppo che sta vivendo una crisi senza precedenti e continua a collezionare record negativi di produzione, soprattutto in Italia. L’altro è un top manager che sta traballando (ha già dovuto rinunciare alla guida di Porsche, presto potrebbe dover fare un passo indietro da Vw) proprio perché il suo Gruppo è nel pieno di una crisi analoga e ha dovuto firmare un piano lacrime e sangue che prevede non solo licenziamenti, ma anche la dismissione di alcune sue fabbriche: un unicum nella storia di Volkswagen. Antonio Filosa e Oliver Blume non sembrano avere molti punti in comune, se non per il fatto di ritrovarsi entrambi nocchieri di vascelli flagellati dai flutti. Vascelli che, allo stato attuale, imbarcano parecchia acqua e chiedono perciò soccorso al porto europeo.
VOLKSWAGEN E STELLANTIS, MAL COMUNE MEZZO GAUDIO?
La radice europea espone entrambi i gruppi, Stellantis e Volkswagen, a problemi analoghi, a iniziare dalle leggi comunitarie che, benché annacquate, mirano a frenare la diffusione dei motori termici, fino alla questione Cina, dove i tedeschi sono presenti da 40 anni e dunque non vogliono che Bruxelles irrigidisca i propri rapporti con Pechino, così come l’azienda italo-francese pur non avendo mai presidiato altrettanto bene quel mercato, confida in un rilassamento della posizione comunitaria, avendo portato a bordo la cinese Leapmotor.
ENTRAMBE LE AZIENDE SONO IN BALIA DI TRUMP
Infine c’è Trump che coi suoi dazi pone ostacoli davanti ai cofani delle auto tedesche, a suo dire troppo vendute negli Usa mentre le auto americane vengono ignorate in Germania. Anche su quel fronte Stellantis ha comunque problemi: avendo in portafogli alcuni dei più importanti marchi americani, la Casa Bianca si aspetta di poterle dettare il piano industriale come ha già fatto con altre realtà dell’automotive o dell’alta tecnologia.
E l‘investimento monstre da 13 miliardi che il Gruppo del Vecchio continente ha promesso negli Usa parrebbe prodromico a un cambio di geografie, circa i focus aziendali. La precipitosa fuga dal Canada (che peraltro non demorde: Ottawa prepara una richiesta di rimborso da centinaia di milioni di dollari accusando il costruttore europeo di aver ridimensionato la produzione nel Paese nonostante gli incentivi pubblici ricevuti) per correre a produrre nel Nord America ed evitare strali trumpiani potrebbe essere insomma solo un inizio.
L’APPELLO DI FILOSA E BLUME
Le differenze tra Stellantis e Volkswagen sono più evidenti delle somiglianze: queste ultime come è stato appena ricordato si concretizzano per lo più in tribolazioni comuni, ma proprio per questo, intaccando la solidità di entrambe, non possono essere ignorate. E probabilmente sono alla base dell’appello che Filosa e Blume hanno indirizzato alla Commissione europea per il tramite di tre quotidiani economici (Il Sole 24 Ore, Les Echos e Handelsblatt) chiedendo che “La Ue difenda la propria industria automobilistica”.
IL DOPPIO PRECEDENTE
Una riedizione del patto politico tra Italia e Germania che ha visto lo scorso ottobre il ministro delle Imprese italiano, Adolfo Urso, e il ministro dell’Economia tedesco, Katherina Reiche, prendere carta e penna per chiedere alla Ue di allentare la propria corsa verso la decarbonizzazione e, in particolare, verso l’auto elettrica così da salvare le rispettive industrie e salvaguardare l’occupazione a rischio.
Ma, soprattutto, l’appello pubblicato sui quotidiani Il Sole 24 Ore, Les Echos e Handelsblatt appare una riedizione di un’intervista congiunta rilasciata lo scorso maggio da John Elkann, presidente di Stellantis e Luca de Meo, all’epoca Ceo di Renault, nella quale sostanzialmente veniva attribuita la paternità della più grave storia dell’automotive occidentale che si ricordi alle scelte ecologiste del legislatore comunitario. Il brusco addio di de Meo a Renault ha poi fatto sì che, idealmente, Stellantis perdesse la propria sponda, ritrovandosi da sola. E così ieri sera un nuovo appello, questa volta con i franco-italiani spalleggiati dai tedeschi di Volkswagen, marchio numero 1 del Vecchio continente per vendite.
“Siamo in forte concorrenza tra noi. Allo stesso tempo, condividiamo la responsabilità di fare dell’Europa una potenza industriale”, si legge nella missiva vergata dai due top manager, entrambi accusati in patria di ridurre la potenza di fuoco dei propri stabilimenti e di licenziare a spron battuto. “Tuttavia, continuano, “la nostra attività europea deve affrontare la concorrenza di importatori che operano in condizioni normative e sociali meno rigorose rispetto all’Ue”.
VOLKSWAGEN E STELLANTIS A CACCIA DI SOLDI PUBBLICI
Oliver Blume e Antonio Filosa chiedono incentivi intelligenti e un bonus CO2 per i veicoli elettrici ‘Made in Europe’. I Ceo lamentano che “esiste un conflitto di obiettivi tra la pressione sui costi a breve termine, la dipendenza da Paesi terzi e la resilienza strategica a lungo termine. La risposta giusta a questo dilemma è una strategia ‘Made in Europe’, basata su due semplici principi. In primo luogo – enunciano Blume e Filosa -, chiunque venda veicoli a clienti europei dovrebbe anche produrli in condizioni simili. In secondo luogo, il denaro dei contribuenti europei dovrebbe essere utilizzato in modo mirato per promuovere la produzione europea e attrarre investimenti nell’Ue”.
Ciò significa – concludono – creare requisiti ‘Made in Europe’ per i veicoli elettrici immatricolati nell’Ue. “Tale politica consiste nel definire incentivi intelligenti per sostenere la crescita sostenibile della produzione europea. Ogni veicolo che soddisfa i criteri ‘Made in Europe’ dovrebbe ricevere un’etichetta e beneficiare di diversi vantaggi”, come per “esempio incentivi nazionali all’acquisto o appalti pubblici”.
In definitiva, “in un mondo in cui altri difendono con orgoglio le proprie industrie, l’Europa deve decidere con urgenza se vuole diventare un mercato per gli altri o rimanere un produttore e una potenza industriale anche in futuro. Se attuata correttamente, una strategia ‘Made in Europe’ può diventare una vera storia di successo europea”. Il legislatore comunitario li ascolterà?




