L’americana Ford e la cinese Xiaomi (produttore noto soprattutto per i suoi device hi-tech ma che in patria è riuscito ad affermarsi velocemente come casa automobilistica di vetture alla spina) stanno per avviare una joint venture sull’auto elettrica?
FORD E XIAOMI NEGANO
La notizia, conoscendo il protezionismo dell’attuale presidente Usa e, in particolare, il suo scarso entusiasmo per i veicoli EV, specie se made in China, sembra avere ben poca possibilità di essere vera. Eppure viene sbandierata sul quotidiano economico Financial Times, che parla in merito di una interlocuzione avviata tra le due realtà.
Dato il contesto geopolitico, però, non sorprende se entrambe le aziende si siano affrettate a negare. Un portavoce dell’Ovale Blu ha bollato l’articolo come “completamente falso”. Ma pure la controparte cinese ha negato con forza: “Xiaomi non vende i suoi prodotti e servizi negli Stati Uniti e non sta negoziando per farlo”.
I GUAI DELL’OVALE BLU PER UN’ALTRA INDISCREZIONE
Non è la prima volta che l’Ovale blu viene accusato di – per così dire – “intelligenze commerciali con lo straniero” asiatico avendo dovuto rigettare con forza tutte le polemiche e le insinuazioni sorte in patria, soprattutto politiche, a seguito di un’altra indiscrezione mediatica: una possibile alleanza tra Ford e Byd sulle batterie.
In quel caso il “delatore” fu il Wall Street Journal. Ed è stato subito preso molto sul serio dalla Casa Bianca e dintorni: “Quindi Ford vuole sostenere la catena di approvvigionamento di un concorrente cinese e, contemporaneamente, rendersi più vulnerabile all’estorsione di quella stessa catena di approvvigionamento? Cosa mai potrebbe andare storto?” aveva infatti scritto su X il consigliere di Donald Trump, Peter Navarro, lasciando intendere che il tycoon non avrebbe mai benedetto un simile accordo.
“PER LA CINA LE AUTO SONO ARMI”
E pure la Camera dei rappresentanti mugugna: il rappresentante per lo Stato del Michigan, John Moolenaar, che aveva tamponato Ford per i suoi accordi col principale produttore di accumulatori al mondo, Catl (la Casa americana vorrebbe riconvertire i suoi attuali impianti di produzione di batterie negli Stati Uniti per produrre celle al litio ferro fosfato e sistemi di accumulo di energia su larga scala), ha inviato una lettera al Ceo del marchio automobilistico per ricordargli i potenziali rischi: “La Cina ha già dimostrato negli ultimi mesi di poter utilizzare la catena di approvvigionamento automobilistica come un’arma. Si tratta – ha poi aggiunto velenoso – di una vulnerabilità seria che peggiorerebbe ulteriormente se Ford dovesse stringere una nuova partnership con Byd”.
L’ISTERIA AMERICANA PER I PRODOTTI MADE IN CHINA
L’impressione è che gli Usa di Trump siano in pieno maccartismo in chiave esterofoba che, oltre a manifestarsi con le incursioni e le esecuzioni in strada dell’Ice, la temibile polizia a protezione delle frontiere lasciata libera di sciamare da un capo all’altro dei 50 Stati, a livelli più alti si concretizzi nel veto assoluto per le aziende statunitensi di tessere accordi con le omologhe estere, cinesi in particolare.
Eppure gli Usa, e qui forse si trova la radice dell’attuale isteria, sono consapevoli che sull’auto i cinesi hanno ormai un tale know-how che per correre sul mercato bisogna per forza prendere a bordo le loro soluzioni hi-tech. L’industria americana, che per tutto il dopoguerra ha vissuto nella consapevolezza di essere inferiore a quella giapponese, sembra insomma vivere un nuovo incubo, questa volta focalizzato però sulle auto che arrivano da Pechino.




