Mi chiedo se Fausto Bertinotti, già presidente della Camera e altro ancora nella sua storia di militanza politica a sinistra, non senza il gusto -gli riconosco- di una certa eleganza, non avverta il bisogno, se non il dovere, di scusarsi pubblicamente per il contributo che, volente o nolente, ha dato ai disordini di ieri a Torino con una intervista all’edizione torinese, appunto, del Corriere della Sera inneggiante alla piazza. Dove in giornata si sarebbe svolta un’annunciatissima manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, che tradotto dalla lingua basca significa libertà ed emancipazione. Un po’ come a Milano è stato a lungo, con i suoi molti inconvenienti di ordine pubblico, il centro sociale Leoncavallo, dal nome della strada dove nacque occupando abusivamente un edificio in disuso.
“La politica è svanita, non resta che la piazza”, si leggeva ieri mattina l’intervista di Bertinotti già nel titolo di pagina 3 e nel richiamo in prima pagina. “C’è un bisogno grande di partecipazione. Di costruzione del legame tra i soggetti, E la piazza è diventata il luogo dove questo avviene contro l’oppressione di un sistema sempre più imperante, che sorveglia e punisce ed è incapace di consenso. Assistiamo a un cambio di paradigma. La politica è svanita, le forze che si prefiggevano un cambiamento sono state sconfitte. E così resta la piazza”, diceva ancora e spiegava Bertinotti. Che poi commentava “il partito della piazza” propostogli dall’intervistatore Gabriele Guccione proponendo a sua volta un linguaggio di antica e francamente indigeribile fattura di sinistra autoreferenziale, a dir poco: “Ciò che non viene inglobato nel sistema rappresenta come uno scarto o un residuo. Dunque, la piazza è un residuo”. O è “un altro luogo, quello ”deputato del nuovo conflitto”. E seguiva l’immancabile riferimento agli Stati Uniti di Donald Trump, diventati “il laboratorio della repressione e della disumanità”, col conseguente “bisogno di tornare a scendere in piazza, per esempio, con i fischietti anti-Ice”.
A Torino, in verità, anche se a Roma non c’è Trump, ma una Meloni accusata di esserle “affine” dal senatore a vita Mario Monti, non si sono visti e sentiti “fischietti”. Si è visto e sentito ben altro, come quel pestaggio ignobile contro un poliziotto inerme caduto per le botte, di cui Bertinotti dovrebbe sentirsi quanto meno imbarazzato.




