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giorgia meloni

Quella “faccia d’angelo” di Giorgia Meloni in chiesa…

Le ossessioni della sinistra ora si scaricano sul restauro di “un cherubino generico” nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina. Il corsivo di Damato pubblicato sul quotidiano Libero

Passano le Repubbliche – prima, seconda, terza, quarta almeno in un omonimo studio televisivo – ma non le ossessioni della sinistra di derivazione comunista, ma anche democristiana di sinistra. Che riesce a volte ad essere più ossessionata dell’altra per farsi forse perdonare una specie di peccato originale.

L’ossessione che Palmiro Togliatti aveva di Alcide De Gasperi, pur essendogli stato uno dei ministri, lo portò a proporsi in piazza, nella campagna elettorale del 1948, di “cacciarlo a calci in culo”, testuale, dal Viminale, che era allora anche la sede della Presidenza del Consiglio, oltre che del Ministero dell’Interno. Ma l’elettorato salvò il culo- ripeto- di De Gasperi e, più in generale, degli italiani.

Di Giulio Andreotti, formatosi alla scuola proprio di De Gasperi, si disse e si scrisse, sempre a sinistra, come di Belzebù, nel senso di diavolo. Pericoloso anche per l’Inferno dove gli avversari lo avevano confinato. Neppure gli anni prestati da Andreotti alla cosiddetta “solidarietà nazionale”, la maggioranza comprensiva del Pci di Enrico Berlinguer, lo misero poi al riparo dalla partecipazione comunista alla rappresentazione dell’uomo della mafia infiltratosi nello Stato, o quasi.

Qualche giorno fa, bontà sua, parlandone nella rappresentazione dell’epistolario pubblicato fra lo stesso Andreotti e Francesco Cossiga, un ironico Massimo D’Alema ne ha tessuto gli elogi rivelando anche particolari gustosi dei loro rapporti personali. Ma nella tempesta politico-giudiziaria dell’ormai ex presidente del Consiglio, ma per sua fortuna ancora senatore a vita, non ricordo una parola, una sillaba, un cenno di D’Alema e compagni a suo favore.

Di Bettino Craxi, il socialista “traditore” come i socialdemocratici per il loro senso di forte autonomia e di anticomunismo anche dichiarato, gli stivali e la camicia nera fascista erano di ordinanza nelle rappresentazioni vignettistiche, persino di Giorgio Forattini, e nei racconti delle sue iniziative e sfide politiche. La “trippa alla Bettino” era servita nelle feste dell’Unità ancora organo ufficiale del Pci.

Liberatisi di Craxi con l’aiuto della solita magistratura ora in angoscia referendaria perché rischia di dover perdere qualche brutta abitudine, diciamo così, gli ormai post-comunisti della Quercia e simboli o attrezzi successivi si trovarono di fronte all’imprevisto Silvio Berlusconi. E fu subito guerra, naturalmente, sempre col supporto giudiziario. Nulla andava bene di Berlusconi a lor signornò, né sotto né sopra le lenzuola, né da presidente del Consiglio né da oppositore.

La premier in carica Giorgia Meloni è riuscita tuttavia a fare rimpiangere qualche volta Berlusconi a lor signornò, ripeto. Che adesso di lei sopportano ancor meno dell’uomo che l’ha fatta crescere, forse più ancora della stessa destra, portandola a Palazzo Chigi nel 2022. Della Meloni non vanno bene né le sue amicizie internazionali né le sue amicizie italiane. Non vanno bene neppure le sembianze, che vedono ovunque con quella “faccia d’angelo” appena rimproveratale da Repubblica, quella di carta, che l’ha vista, scoperta e quant’altro in un restauro nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina. Che dà il nome anche alla piazza romana a pochi passi dalla Camera, da Palazzo Chigi.

Il responsabile del restauro di “un cherubino generico” sistemato nella decorazione di un ricordo marmoreo di Umberto di Savoia che “preferì alla guerra civile l’esilio”, è stato individuato dai segugi di Repubblica, chiamiamoli così, nel “volontario”, quasi sacrestano di ambizioni artistiche Bruno Valentinetti. Che, passato per i raggi X dell’informazione, è risultato di “tracce tutte coerentemente a destra”, spinte persino nella villa berlusconiana di Macherio.

Nella piazza romana così deturpata pur all’interno di una Chiesa che le dà il nome -una piazza recentemente liberata da una scultura di Botero- rimane solo da erigere una pira funeraria sulla quale bruciare vivo quello sciagurato pseudo-artista scoperto in quasi flagranza di blasfemia dagli avversari della Meloni.

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