Per 76 anni i vertici delle forze armate hanno avuto un potere primario nella gestione politica e di governo della Cina. Per la prima volta nella storia della Repubblica popolare, l’intero vertice è stato praticamente azzerato con la destituzione di una cinquantina di generali compreso il numero uno, il potente generale Zhang Youxia. Un processo analogo si è verificato nei vertici delle industrie cinesi per la difesa. Al di là delle accuse ai singoli, come spieghi questa rivoluzione assolutamente inedita degli assetti del potere in Cina? Infedeltà rispetto alla linea del partito, o macroscopici errori di analisi e di strategia rispetto al mondo tumultuoso in cui viviamo?
Secondo l’editoriale del PLA Daily, la maggiore colpa di Zhang è stata quella di avere organizzato una cricca di seguaci all’interno del partito: questo è proibito. In altre parole, secondo l’editoriale, i generali avevano sfidato la guida del segretario del partito, cioè avevano organizzato o stavano organizzando quello che noi potremmo definire un colpo di Stato. L’estensione del ripulisti dimostra che non si tratta di qualcuno corrotto, ma che i vertici militari nel loro complesso avevano idee diverse di strategia politica rispetto al presidente.
La Cina è abituata a sommovimenti politici importanti. Eppure un’accusa di questa dimensione, contro il vertice consolidato, forse non si vedeva dai tempi di Lin Biao nel 1971. Allora Lin venne accusato di avere tentato un colpo di stato e di uccidere Mao. Eppure nemmeno allora Mao decapitò l’esercito. Il presidente Xi Jinping oggi lo ha fatto e questo dimostra il suo controllo senza precedenti sull’apparato del partito e dell’esercito cinese.
In questo momento, nonostante il calo nei sondaggi, il presidente Donald Trump sta potenziando e non poco l’influenza politico-militare degli Stati Uniti in tutto il mondo, Europa a parte. Di fronte al protagonismo americano nell’Artico in Venezuela e America Latina, Medio Oriente ed Iran, nonché in importanti crisi asiatiche e africane, l’azzeramento dei vertici dell’esercito in che misura indebolisce le ambizioni della Cina come superpotenza globale?
Non credo che abbia una importanza a lungo termine. Nel breve certamente rende le forze armate non operative nei fatti. Ci vorrà tempo perché i nuovi vertici militari prendano controllo delle forze armate e soprattutto acquistino la fiducia in se stessi operando entro i nuovi limiti politici che gli pone la leadership del partito. Ma il ripulisti non credo che abbia nel medio e lungo termine alcuni impatto vero sulle ambizioni cinesi; anzi, dimostra e sottolinea l’autorevolezza di Xi.
Per l’economia cinese l’export è vitale, così come altrettanto vitale è l’importazione di energia. Dopo il Venezuela, si profila un embargo energetico dell’Iran. Tra potenziale crescita delle tariffe doganali e la riduzione degli approvvigionamenti energetici, come si profila il futuro economico del Dragone che già registra un preoccupante 50% di disoccupazione giovanile?
La Cina ha enormi problemi economici, ma sono essenzialmente interni. All’esterno, in realtà, la Cina ha creato delle dipendenze vere e generalizzate dalle sue esportazioni: esse non sono solo le terre rare, ma tutta una serie di beni capitali, cioè prodotti che servono a produrre altri prodotti, necessari in praticamente tutte le filiere industriali. Fin quando la Cina avrà questo vantaggio, potrà contrattare con l’esterno senza timore di essere strangolata. Certo, però, che la caduta del Venezuela e le minacce sull’Iran sono un colpo, ma non è mortale. Riprova di ciò è il fatto che sull’Iran la Cina si mantiene prudente, nonostante che si addensino le nubi di un possibile attacco.
Si parla di qualche prima crepa nelle relazioni tra Mosca e Pechino. Per esempio il Cremlino sembra favorevole al Board of Peace, mentre Pechino no. Cosa sta succedendo?
Il rapporto tra Russia e Cina credo sia molto solido, anche se ciò non significa che ci sia piena coincidenza tra le due parti. Ma la mancanza di piena coincidenza non significa che Mosca sia pronta a staccarsi da Pechino. Spesso noi guardiamo le cose con gli occhi della nostra speranza. Questo è un atteggiamento che molto spesso induce in errori di valutazione.
La Cina è il motore vero di questo rapporto bilaterale. Difficilmente oggi la Russia si staccherà dalla Cina: non ne ha le capacità, al momento. Naturalmente, bisogna seguire con attenzione ogni evoluzione. Un elemento interessante potrebbe essere l’andamento delle vendite di petrolio russo alla Cina: se davvero domani l’Iran smettesse in tutto o in parte di vendere alla Cina, bisognerebbe capire cosa succederebbe alle vendite di petrolio russo. Mosca sarebbe capace a quel punto di aumentare i suoi prezzi? Comunque, anche in quel caso la Cina ha già fornitori alternativi.
Il nuovo asse Merz-Meloni avrà effetti sui rapporti tra Europa e Cina? E se sì, quali?
Io credo che in Europa non ci sia ancora la piena percezione dell’importanza primaria della Cina, anche sulla questione russa o iraniana.
In Italia qualcuno fa ipotesi su cosa fare per la Russia dopo la fine della guerra in Ucraina. Ma è una domanda sbagliata, secondo me. Dopo la fine della guerra in Ucraina bisogna capire cosa farà la Cina, non cosa farà la Russia. La Cina deciderà cosa succederà in Russia, sarà il maggiore singolo attore esterno condizionante. L’idea che noi, come Europa o come Stati Uniti, possiamo influire in Russia dopo il conflitto mi pare velleitario al momento. Non mi pare che in Europa, da nessuna parte, ci sia al momento un’idea, un piano, un qualcosa che riguardi la Cina. Essa è invece al centro delle preoccupazioni americane. Quindi, per contare davvero gli europei dovrebbero cominciare a pensare alla Cina.
Per quanto riguarda Merz, in Europa la Germania ha ormai consolidato in questi anni un nuovo rapporto molto saldo con la Polonia, oltre allo storico rapporto con la Francia. La Meloni fa bene a inserirsi in questa dinamica, ma è oggi un quarto elemento. Il tavolo aveva già tre gambe, si reggeva da solo. Una quarta gamba è sempre buona ma non è vitale per l’equilibrio. L’Italia per mille motivi non rimpiazza né rimpiazzerà Francia o Polonia. Forse anche per questo l’Italia dovrebbe cominciare a ripensare molte cose.
Oggi Meloni si trova in una posizione estremamente delicata a livello internazionale: a causa della controversia sulla Groenlandia, Trump è diventato impopolare in Europa. I partiti di destra radicale che prima lo sostenevano, oggi si sono allontanati da lui proprio in difesa degli interessi europei calpestati dall’America. I partiti di governo europei naturalmente devono essere equilibrati nel mantenere un dialogo con l’alleato americano. Meloni prima era in una posizione di vantaggio perché aveva un rapporto speciale con Trump e poi un rapporto di governo: oggi questo doppio canale le rende i movimenti più difficili. Non ha l’agilità di altri partiti di destra radicale per allontanarsi da Trump in quanto è al governo: quello che era un vantaggio ieri oggi si è trasformato in un peso. Né lei è riuscita a difendere Trump in maniera articolata e convincente.
In teoria, è possibile che la percezione di Trump in Europa cambi. Ma ragionevolmente ci vorrà tempo, e intanto la questione Groenlandia continua a restare sul tavolo in maniera spinosa tra Europa e Stati Uniti. Finora la sua posizione internazionale poteva essere semplice: seguire comunque l’America. Oggi che l’imprevisto è avvenuto, l’America che ha attaccato l’Europa, lei da europea non sa che fare. Riprendere uno spazio con la Germania le dà un po’ di ossigeno, ma quanto? Dovrebbe cominciare a pensare profondamente a molte cose, forse.






