L’ordine internazionale fondato su regole condivise e valori comuni sta cedendo il passo a una fase di disordine in cui la violenza e la trasgressione risultano premianti. È questa la diagnosi che Herfried Münkler affida a un’ampia intervista concessa alla Neue Zürcher Zeitung, a firma di Markus Bernath, nella quale il politologo tedesco descrive un sistema globale entrato in una fase di profonda instabilità e invita l’Europa a ripensare il proprio ruolo come potenza di equilibrio e stabilizzazione.
Münkler, professore emerito di Scienze politiche alla Humboldt Universität di Berlino e tra i più autorevoli studiosi europei di teoria politica e storia delle potenze, è autore di numerosi saggi dedicati alla Germania e all’ordine internazionale. Nel 2023 ha pubblicato “Welt in Aufruhr: Die Ordnung der Mächte im 21. Jahrhundert” (Mondo in fermento. L’ordine delle potenze nel XXI secolo), un lavoro in cui anticipa molte delle riflessioni sviluppate nell’intervista.
Il contesto immediato è quello degli incontri internazionali di Davos e del vertice europeo di Bruxelles, che hanno rilanciato l’impegno dell’Unione a difendere un sistema multilaterale fondato sul diritto. Un impegno che, secondo Münkler, rischia però di restare privo di efficacia se non accompagnato da reali capacità di potere.
IL RICHIAMO AL DIRITTO INTERNAZIONALE COME DEBOLEZZA
Secondo il politologo, l’insistenza europea su valori e norme giuridiche è comprensibile se riferita al continente e al suo spazio immediato, ma diventa problematica quando pretende di valere su scala globale. Nelle grandi capitali del potere – Washington, Mosca e Pechino – il richiamo astratto al diritto internazionale viene percepito come segnale di debolezza. Münkler ricorre a una metafora classica per chiarire il punto: “regole prive di strumenti per essere fatte rispettare somigliano a leggi mostrate da chi non possiede né denti né artigli”.
In questo quadro, sostiene, “i vincitori sono quelli che infrangono le regole”. La trasgressione diventa un fattore di successo, mentre il rispetto delle norme non garantisce alcun vantaggio. È un ritorno a una “logica di potenza che richiama la grammatica politica del XIX secolo e della prima metà del Novecento”, dopo una fase in cui si era creduto di aver definitivamente superato quel paradigma.
IL RITORNO DELLA POLITICA DI POTENZA
Münkler individua responsabilità precise anche in Europa, e in particolare in Germania. I governi tedeschi degli ultimi anni, osserva, “hanno dato per scontato che gli Stati Uniti restassero i garanti dell’ordine liberale”, soprattutto dopo l’elezione di Joe Biden. Questa convinzione avrebbe “impedito di prepararsi a scenari alternativi”, come il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e i rapidi cambiamenti impressi alla politica americana.
Uno degli effetti più evidenti è la trasformazione della Nato, che “da alleanza fondata sulla fiducia reciproca” si sarebbe progressivamente convertita “in un sistema segnato dal sospetto tra i partner”. Parallelamente, viene meno uno dei pilastri dell’assetto post-1945: il principio dell’inviolabilità dei confini. La guerra in Ucraina rappresenta, per Münkler, un caso emblematico. Se la Russia dovesse consolidare conquiste territoriali significative, il precedente rischierebbe di “alimentare nuove rivendicazioni”, non solo in Asia orientale ma anche all’interno dell’Europa, dai Balcani all’Europa centrale.
QUALE SPAZIO PER L’EUROPA
Il crollo dell’ordine basato su regole, spiega Münkler, deriva anche da un errore di fondo: “aver presupposto che gli attori internazionali agissero sempre secondo una valutazione razionale di costi e benefici, sul modello dell’homo oeconomicus”. Questa visione ha sottovalutato “il peso del risentimento e del desiderio di rivalsa”, in particolare nel caso russo. L’ascesa di Trump viene letta come “una manifestazione estrema” di questo limite analitico.
L’attuale politica estera statunitense, secondo Münkler, non è legata esclusivamente alla figura di Trump, ma “a una più ampia corrente che considera l’Europa un onere strategico e punta a un parziale disimpegno dal continente”. In questa prospettiva si inserisce anche l’attenzione americana per il controllo dell’Atlantico settentrionale, dalla Groenlandia all’Islanda.
Di fronte a questo scenario, l’Europa rischia l’irrilevanza se non modifica le proprie modalità decisionali. Münkler osserva segnali di una crescente gerarchizzazione interna all’Unione, con un nucleo di Paesi – Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Italia – più pronti e capaci di agire. Ma la sfida principale resta quella di “collocarsi in un nuovo equilibrio globale”.
La proposta è ambiziosa: costruire un polo europeo capace di attrarre alleati come Canada, Giappone, Australia e Corea del Sud, contribuendo a “un sistema mondiale a quattro o cinque grandi potenze”. In un simile assetto, l’Europa potrebbe proporsi come “ago della bilancia”, portatrice di una “narrativa fondata sulla stabilità”. Non più un ordine ideale basato solo su valori, ma almeno un ordine di potenza in grado di contenere l’attuale “disordine violento” che, secondo Münkler, caratterizza la fase storica in corso.




