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Perché la Lega non slegherà il governo Meloni

Chi c'era e che cosa si è detto alla kermesse leghista in Abruzzo, tra Roccaraso e Rivisondoli, "Idee in Movimento". La nota di Sacchi.

A fine serata, a conclusione degli eventi della Lega in Abruzzo e di Forza Italia a Milano, alcune cronache sembrano come un bollettino di guerra interna al centrodestra, o di generali cacciati poi però non cacciati in seguito a rettifiche sui veri destinatari dei messaggi. Una presunta guerra interna alla maggioranza, insomma, ma tutta di carta. E così, in certa confusione mediatica dove è difficile non scorgere un’ impronta di sinistra, Matteo Salvini, che evidentemente, pur non nominandolo, risponde ai toni sopra le righe, poco eleganti soprattutto per la stessa FI che a Milano lo aveva invitato, usati con lui da Carlo Calenda, diventa un Salvini contro Antonio Tajani, il quale si era limitato a dire che lui l’esponente della destra inglese, Tommy Robinson, non lo avrebbe incontrato. Perché “incompatibile con i miei valori”. Osservando però che “ognuno incontra chi vuole”.

Calenda, invece, in barba anche a certo cosiddetto garantismo del suo piccolo centro, va giù a testa bassa e accusa Salvini, definito “quinta colonna di Putin”, di aver incontrato al Mit “un cocainomane”, oltre che “un nazista”. Evidente che il leader della Lega, vicepremier e ministro delle Infrastrutture-Trasporti si riferisce a queste uscite del leader di Azione, accompagnato dal coro indignato del campo largo, quando da Rivisondoli replica duro: “Io incontro chi fico secco mi pare, con rispetto”. E , d’altro canto Salvini, si guarda bene dal dire al segretario di un altro partito chi deve incontrare. Men che meno a un partito della sua stessa coalizione di centrodestra che evidentemente suo malgrado si ritrova un ospite che con toni poco “moderati” si scaglia contro l’alleato strategico del padrone di casa.

Ma, al di là della nota stonata calendiana, che più che centro si ritrova oggettivamente a fare da appendice negli attacchi contro Salvini a Pd, Avs, Cinque Stelle, è stato un fine settimana in cui sia Forza Italia che Lega, nelle loro distinte manifestazioni, in un modo complementare, ciascun partito esaltando legittimamente la propria identità, si sono trovate unite in una cosa fondamentale: la maggioranza di governo va avanti, il governo di Giorgia Meloni arriverà alla fine della legislatura. Una unità e una compattezza, pur nelle distinte ma non distanti identità perché unite da un programma comune, che il campo largo vistosamente non ha. Senza programma e leadership comuni, senza credibile proposta alternativa, unito solo negli attacchi agli avversari.

“Sto con Giorgia e con gli alleati mi trovo benissimo, ma la Lega è la Lega”, afferma Salvini, chiudendo la kermesse in Abruzzo, tra Roccaraso e Rivisondoli, “Idee in Movimento”, organizzata dal sottosegretario al Lavoro e vicesegretario della Lega, Claudio Durigon. È una Lega nazionale, che, come ricorda Salvini, “fa il pieno in Veneto con il 36 per cento, grazie a Alberto Stefani e Luca Zaia, ma che ha anche il 15 per cento a Reggio Calabria, l’8 per cento in Puglia e il 10 per cento a Caserta. Una Lega i cui tesserati nel 2025 sono cresciuti del 35 per cento e andranno oltre”. La Lega, che in Abruzzo ha visto come ospite anche Francesca Pascale, personalità molto attiva sulle battaglie dei diritti civili Lgbt+, ex compagna di Silvio Berlusconi, molto autonoma e non etichettattabile, che contesta, applaudita, al tempo stesso il woke di “una sinistra che non sa occuparsi delle persone”, la Lega che ospita anche il celebre imprenditore stilista umbro, Brunello Cucinelli, conferma il suo volto di partito laico e fermo però nella concretezza delle proposte per la sicurezza, per un ceto medio in difficoltà. In questo senso può essere definita partito pragmatico di centro, non in senso politichese ma perché parla al ceto medio professionale e imprenditoriale.

Salvini rivendica il successo di aver ottenuto “la rottamazione delle cartelle esattoriali”. Rivendica il fatto di “essere riusciti a ottenere le pre-intese sull’Autonomia che ci sarà con questo governo”. Perché Autonomia concretamente significa “responsabilità”, pragmaticamente la possibilità che un governatore “decida lo stato di calamità” a fronte di un’emergenza. E ancora sui risultati al governo per la sicurezza stradale: “121 morti in meno. È la prima volta dopo anni che i morti invece di crescere diminuiscono. E 100 milioni in meno di multe stradali in meno, migliaia di autovelox irregolari tolti dalle strade”. Quanto al suo incontro con Robinson, Salvini rivendica: “La Lega è stata l’unico partito di tutto il Parlamento italiano a votare contro in Europa a quello che si chiama Digital Service Act, che è la legge bavaglio in base alla quale domani possono decidere cosa si può dire e cosa non si può dire, cosa risponde alla legge e cosa non risponde alla legge, chi può incontrare Salvini e chi non può incontrare Salvini…”. Ribatte secco: “Potrò incontrare chi fico secco ho voglia di incontrare, se voglio fare delle battaglie comuni con qualcuno?”.

Ma è il generale Roberto Vannacci, uno dei vicesegretari leghisti, con Durigon e Silvia Sardone, assente all’evento, ad aleggiare mediaticamente sulla kermesse. Non è lui però il destinatario di alcune stilettate di Salvini, che lo incontrerà nei prossimi giorni. Sono invece due parlamentari che hanno lasciato il partito, come il leader stesso precisa. E però sui diritti civili la Lega conferma quello che è stato sempre da Umberto Bossi in poi un volto laico, pur ribadendo Salvini che “la famiglia è composta da un uomo e una donna, altrimenti non ci saremmo più” e il suo no alle adozioni. “Non si tratta – dice Salvini – si stabilire se la coppia eterosessuale sia superiore a quella omosessuale. Ognuno nella vita privata fa quello che vuole, nessuno deve imporre modelli, ma la famiglia è fatta da un uomo e una donna”. Quindi, “Libertà sì, ma ben saldi nelle nostre idee e nei nostri valori: no woke, no gender, no asterischi”.

Osserva: “È bello confrontarsi, capire, evolvere, però la famiglia che si fonda su un uomo e una donna è quello che ci dà garanzia di essere qui nei prossimi anni”. Ma, “va punito chi contesta le scelte di vita di altri. Non spetta a noi decidere come devono vivere gli italiani. Spetta a noi garantire che i figli crescano con l’amore della mamma e del papà”. “Non spetta a noi – prosegue – stabilire se la coppia eterosessuale valga di più o di meno rispetto a una coppia omosessuale. Ognuno ama chi vuole, senza essere discriminato o additato”. Invita la Lega al “garbo e alla gentilezza qui dimostrata da Cucinelli”, al “sorriso, non al broncio di chi va a litigare in sezione”.

Concretezza sull’emergenza sicurezza: “Mani più libere alle ragazze e ai ragazzi in divisa, nel rispetto del codice”. Un appello sulla famiglia nel bosco, che da novembre, non può più vivere con i propri figli: “È una assoluta priorità, no a imposizioni da Unione Sovietica”. Parole dure per chi ha lasciato il partito: “Per qualcuno la poltrona è un fine. Non abbiamo bisogno di voi, non ci mancherete. Come quando parti per la montagna, fai lo zaino ma se il peso è troppo importante, in cima non arrivi”. Suona evidentemente anche come un monito per tutti :”Non abbiamo bisogno di pesi improduttivi. Qualcuno ritiene che sia più garantito il suo seggio da altre parti? Vai, la storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla. Ma risparmia ai militanti che hanno montato il gazebo le frasi sul lungo e travagliato percorso di coscienza”.

Scattano titoli online di un Vannacci messo alla porta, ma Salvini precisa che non si riferisce a lui. Se non altro perché, come fa notare il senatore, economista Claudio Borghi su X, sarebbe un controsenso che il leader abbia già in programma un incontro con lui. Salvini in ogni caso è netto, in modalità che ricorda il maestro Bossi, da cui prese da ragazzo la prima tessera: “Nella Lega ci sono capitani, generali, marescialli, ma la forza della Lega è la truppa, la squadra”. Poi, parafrasando i Righeira, su giornali e giornalisti “che abbiamo tutti contro, tranne pochissimi che sono obiettivi”: “È un continuo ‘La Lega sta finendo’. Ma è dal 1992 che lo scrivono”.

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