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Perché il Pentagono punta sul Medio Oriente

Il Pentagono schiera imponenti risorse della Marina e dell'Aeronautica in Medio Oriente. L'approfondimento di Francesco D'Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici "Niccolò Machiavelli".

A dodici mesi dal suo storico ritorno alla Casa Bianca, la popolarità del presidente Trump cola a picco: è il suo peggiore momento dal 2018. Le drammatiche uccisioni in diretta streaming di tre cittadini americani innocenti perpetrate dagli agenti mascherati dell’ICE, la mancata pubblicazione degli “Epstein files” e i venti di torsione autoritaria con la minaccia di attuare l’”insurrection act” contro i “swing States” e le città governate dai democratici, l’indice di approvazione di Trump47 sprofonda a livelli che aveva raggiunto nel suo primo mandato.

Anche tra gli alleati storici la postura degli Stati Uniti guidati dal presidente Donald Trump 2.0 e dal vicepresidente J. D. Vance, ha rapidamente creato fratture a causa delle proposte TramPutiniane per la fine dell’aggressione russa contro l’Ucraina. Divisioni alimentate dalla guerra commerciale dei dazi e dall’approccio muscolare alla politica estera di Washington, orientata esclusivamente a perseguire il dominio degli Stati Uniti, facendo leva su una strategia di minacce e tattiche ibride che hanno raggiunto il massimo della tensione con le ambizioni di annessione “manu militari” della Groenlandia, creando un divario ideologico senza precedenti con gli alleati europei in questo primo anno di presidenza. Politiche coercitive contro gli alleati europei e affinità con la Russia del presidente Putin che stanno provocando significative ripercussioni sulle architetture di sicurezza globale e contrasti che minacciano di disintegrare 80 anni di allineamento strategico.

In tale caotico contesto geopolitico, pare sia giunta anche l’ora per un altro e probabile attacco contro l’Iran. Il presidente Trump ha affermato che l'”armata” statunitense si sta dirigendo verso il Golfo, alimentando il timore di un’escalation militare nella regione.

In sole 36 ore, quasi 500 velivoli sono stati riposizionati nella la regione mediorientale insieme a un dispiegamento di forze navali militari di Stati Uniti e aeree di Israele e Gran Bretagna mai visti al di fuori di periodi guerra attiva.

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) ha confermato tale presenza nelle acque del Golfo Persico, pubblicando alcune foto della portaerei USS Abraham Lincoln in avvicinamento alle acque iraniane.

Si stima che lo schieramento aeronavale comprenda:
• 480 aerei sotto il comando dell’Unified Combatant Command of the United States Department of Defense (USCENTCOM), di cui 418 caccia e jet d’attacco in grado di operazioni di attacco profondo, sostenuti da 57 rifornitori, spina dorsale delle missioni a lungo raggio.
• Copertura continua Airborne Early Warning and Control System (AEW&CS), sistemi radar aviotrasportati utilizzati per la sorveglianza aerea e per tutte le funzioni C3 (Comando, Controllo e Comunicazioni) a vantaggio sia delle forze coinvolte nella difesa aerea, sia delle forze tattiche terrestri.
• Copertura ISR (Intelligence, Surveillance, Reconaissance), dello spazio aereo e delle difese iraniane.

L’imponente postura navale aggiunge peso strategico allo schieramento di forze

La portaerei Abraham Lincoln ha recentemente cambiato rotta dal Mar Cinese Meridionale, dirigendo verso il Medio Oriente. Il suo gruppo d’attacco comprende cacciatorpediniere classe Arleigh Burke equipaggiati con missili da crociera Tomahawk in grado di colpire obiettivi nelle profondità dell’Iran. Le altre unità militari statunitensi in rotta verso il Medio Oriente sono dotate del sistema di combattimento Aegis, che garantisce una difesa aerea e missilistica contro missili balistici, da crociera e altre minacce aeree.

La formazione navale comprende:

  • 1 gruppo d’attacco delle portaerei statunitensi
  • 9 cacciatorpediniere
  • 2 sottomarini
  • navi di comando, anfibie, da spedizione e logistiche
  • 1.018 Vertical Launching System (VLS) sistemi di lancio verticale di lancio dei missili impiegati dai lanciamissili balistici dei sottomarini o dai sistemi di lancio delle navi, per missili come i Tomahawk, e missili superficie-aria (SAM).
  • Perché non si tratta di una esercitazione
    Innanzi tutto per le manifestazioni iniziate il 28 dicembre 2025 in Iran, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per reclamare migliori condizioni di vita, diritti, libertà e la fine della Repubblica islamica. In quei giorni il presidente Trump ha sostenuto i manifestanti antigovernativi in ​​Iran. “Gli aiuti stanno arrivando”, ha detto loro mentre il governo reprimeva le proteste. Anche se subito dopo ha attenuato la retorica militare. Da allora le proteste sono state represse. Tuttavia, le dimensioni della flotta, la velocità di dispiegamento e il coordinamento multinazionale fanno presagire azioni che vanno oltre le esercitazioni di routine. È evidente la postura che assomiglia molto ai dispiegamenti di forze visti poco prima delle grandi campagne militari del recente passato.

    Quando al presidente Trump gli è stato chiesto se volesse le dimissioni della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ha risposto: “Non voglio entrare nei dettagli, ma sanno cosa vogliamo. Ci sono molti omicidi”. “Stiamo tenendo d’occhio l’Iran. Abbiamo una grande forza che si dirige verso l’Iran”

    Come sta reagendo l’Iran a tale minaccia?

    L’Iran ha avvertito che qualsiasi attacco militare straniero, indipendentemente dalla portata, sarà trattato come una guerra totale. Ali Abdollahi Aliabadi, a capo del coordinamento tra l’esercito iraniano e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ha avvertito che qualsiasi attacco militare contro l’Iran trasformerebbe tutte le basi statunitensi nella regione in “obiettivi legittimi”. Gli Stati Uniti gestiscono diverse basi militari in Medio Oriente un’ampia rete di siti militari, sia permanenti che temporanei, in almeno 19 località della regione. Otto sono basi permanenti con oltre 40.000 soldati, situate in Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

    Il generale Mohammad Pakpour, comandante delle Guardie Rivoluzionarie, ha dichiarato che l’Iran è “più pronto che mai, con il dito sul grilletto”. Ha avvertito Washington e Israele di “evitare qualsiasi errore di calcolo”. L’IRGC ha aggiunto di avere missili ipersonici (Russi) in grado di affondare la portaerei, e minacciato di utilizzarli in caso di attacco contro obiettivi iraniani.

    Possibili scenari

    • Deterrenza: la presenza della flotta aeronavale USA dovrebbe impedire un’escalation della repressione contro le proteste man mano che la diplomazia si intensifica.
    • Ingaggio limitato: un attacco calibrato con decapitazione istituzionale e militare, seguito da una rapida de-escalation (stile Operation Absolute Resolve in Venezuela).
    • Spirale di escalation: un errore di valutazione potrebbe ampliare il conflitto, coinvolgendo attori regionali e interrompendo traffici marittimi e stretti (choke points) strategici, con ripercussioni globali.
    • Deception: distrazione dell’opinione pubblica statunitense dai problemi interni che stanno affondando consensi e popolarità del presidente Trump.

    Da notare che il dispiegamento navale statunitense verso l’Iran è stato ordinato contraddicendo la nuova Strategia di Difesa Nazionale, che viene redatta ogni quattro anni dal Dipartimento della Difesa, appena pubblicata il 23 gennaio scorso; e anche in contraddizione con la National Security Strategy of the United States emanata a novembre 2025. Entrambi i documenti strategici dell’Amministrazione Trump47, in linea con Project 2025 – Mandato per la leadership elaborato dalla Heritage Foundation, delineano un ritiro delle forze statunitensi in altre parti del mondo per dare priorità alla sicurezza nell’emisfero occidentale.

    Evidentemente nemmeno a Washington riescono a gestire i continui shock geopolitici trumpiani.

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