Che la start-up di intelligenza artificiale Manus, fondata in Cina e poi trasferita a Singapore, fosse un fiore pronto a sbocciare? Pechino teme di sì e sembra voler mettere i bastoni tra le ruote di Meta, che a fine dicembre se ne è impadronita per 2 miliardi di dollari.
Il ministero del Commercio cinese ha quindi avviato una revisione dell’acquisizione dopo che funzionari di alto livello hanno richiesto un’analisi per capire se l’operazione potesse comportare la perdita di tecnologia e talenti all’avanguardia. Qualsiasi indagine formale, se avviata, potrebbe durare fino a un anno.
IL TRASFERIMENTO A SINGAPORE
Il team di Manus ha sviluppato il proprio assistente di IA a Pechino e Wuhan, ma si è trasferito a Singapore la scorsa estate dopo un investimento significativo da parte del fondo statunitense Benchmark. L’esodo del personale ha suscitato critiche in Cina, con alcuni media che hanno etichettato i dipendenti come “disertori”. A Washington, esponenti della sicurezza nazionale hanno sostenuto che Benchmark avrebbe aggirato le regole che vietano agli Stati Uniti di investire nell’IA cinese.
ANALISI DELLE AUTORITÀ CINESI
Stando al Financial Times, funzionari del ministero del Commercio hanno incontrato rappresentanti della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (NDRC) e dell’autorità antimonopolio per valutare eventuali rischi legati agli investimenti in uscita o a questioni antitrust. Le fonti indicano che le tre agenzie hanno valutazioni divergenti sull’importanza della tecnologia di Manus e sul trasferimento a Singapore.
Il ministero del Commercio si concentra sul rispetto dei controlli sulle esportazioni tecnologiche, rafforzati cinque anni fa per prevenire la vendita forzata di TikTok. Al contrario, la NDRC non era intervenuta quando Manus si è trasferita a Singapore, suggerendo che non considerasse la tecnologia critica.
REAZIONI DI ANALISTI E INVESTITORI
“Pechino vorrà certamente inviare il messaggio che le aziende tecnologiche nate in Cina devono onorare determinate responsabilità verso lo Stato e il popolo cinese”, ha detto Linghao Bao, analista senior di Trivium China, il quale ha aggiunto: “Detto questo, Pechino corre anche il rischio concreto di esagerare. Renderebbe gli investitori ancora più riluttanti a impiegare capitali, esattamente l’opposto di ciò che i decisori politici cinesi cercano di ottenere da anni”.
Alcuni investitori di venture capital hanno sottolineato che la revisione sta già influenzando le start-up cinesi, inducendole a riflettere prima di reincorporarsi all’estero. “Una lezione imparata è restare il più possibile sotto traccia”, ha affermato una fonte.
SECONDO MICROSOFT L’IA CINESE STA CONQUISTANDO IL SUD DEL MONDO
A inizio anno Microsoft ha avvertito che le aziende statunitensi stanno perdendo terreno rispetto ai concorrenti cinesi nella corsa all’IA globale. “Dobbiamo riconoscere che oggi, a differenza di un anno fa, la Cina dispone di un modello open source, e sempre più di uno, che è competitivo”, ha osservato Brad Smith, presidente del gruppo, aggiungendo che i sussidi statali permettono alle aziende cinesi di “avere costi inferiori rispetto alle aziende americane”.
Secondo Microsoft, il modello linguistico DeepSeek R1 ha accelerato l’adozione dell’IA, in particolare nel sud del mondo, grazie alla sua “accessibilità e basso costo”. Il gruppo cinese ha raggiunto una quota di mercato del 18% in Etiopia e del 17% in Zimbabwe, e posizioni di rilievo in Paesi dove l’IA statunitense è limitata, come Bielorussia (56%), Cuba (49%) e Russia (43%).
Smith ha poi sottolineato che servono investimenti da parte di banche multilaterali per competere con aziende fortemente sussidiate: “Se ci affidiamo solo ai flussi di capitale privato, non credo sarà sufficiente per competere con un concorrente così fortemente sussidiato”.
COSA DICONO I NUMERI
Secondo l’Artificial Intelligence Index Report 2025 della Stanford University, nel 2023 la Cina ha rappresentato il 22,6% delle citazioni globali e il 69,7% dei brevetti IA, mentre gli Stati Uniti mantengono il vantaggio nelle pubblicazioni più influenti e nei modelli più avanzati. La quota dei migliori ricercatori statunitensi è scesa dal 59% al 42% tra il 2019 e il 2022, mentre quella cinese è salita dall’11% al 28%.
Modelli open source come DeepSeek-V3 e Qwen di Alibaba ottengono risultati comparabili o superiori a quelli statunitensi in termini di efficienza, pur usando meno risorse di calcolo. Questa strategia è in parte dovuta alle restrizioni all’export di chip avanzati, principale limite tecnologico della Cina.
Inoltre, stando ad Air Street Capital, la Cina ha superato gli Stati Uniti nei download mensili di modelli IA e domina già settori come fintech, e-commerce e logistica. Per l’analista tech Dan Wang “la Cina è cresciuta tecnologicamente più forte ed economicamente più dinamica”, ma “la repressione è molto reale e sta peggiorando”.
NON SOLO BREVETTI E RICERCA
Ma come osserva il reporter per la Cina di MIT Technology Review Caiwei Chen sul Financial Times, “vincere” nell’IA non significa solo primeggiare nella ricerca, ma diffondere la tecnologia in profondità nella società. La Cina sta integrando programmi di alfabetizzazione digitale nelle università e piani di formazione sull’IA a tutti i livelli scolastici. Sempre secondo l’AI Index Report 2025 di Stanford, l’opinione pubblica cinese risulta la più ottimista al mondo sull’IA.
Chen evidenzia inoltre una nuova generazione di imprenditori cinesi, più globalizzati, capaci di operare fin dall’inizio su scala internazionale. John Thornhill sottolinea che la competizione riguarda anche due diversi modelli tecnologici: open source contro sistemi proprietari. Lo stesso Sam Altman, Ceo di OpenAI, ha dichiarato: “Siamo stati dalla parte sbagliata della storia e dobbiamo capire una strategia open source diversa”.



