Il Servizio sanitario nazionale continua a perdere medici e infermieri, proprio mentre la domanda di assistenza cresce e le diseguaglianze territoriali si accentuano. Le carenze non sono più episodiche ma strutturali: mancano migliaia di professionisti nelle aree chiave dell’assistenza e, soprattutto, le professioni sanitarie stanno diventando sempre meno attrattive. I numeri mostrano una crisi profonda del capitale umano del Ssn, che nessuna riforma può ignorare.
A fornire i numeri di questa emorragia è la Fondazione Gimbe, il cui presidente Nino Cartabellotta, nel corso dell’audizione alla Camera dei Deputati sul DdL C. 2700, ha espresso una posizione netta sulla legge delega per la riforma delle professioni sanitarie: “La legge delega sulla riforma delle professioni sanitarie enuncia princìpi condivisibili, ma senza alcun impegno finanziario rischia di restare lettera morta e di non riuscire ad arginare la fuga dei professionisti dal Servizio sanitario nazionale (Ssn)”.
MEDICI: NUMERI E PARADOSSI DEL SERVIZIO PUBBLICO
In Italia, secondo la Fondazione Gimbe, i medici non mancano in termini assoluti: con 5,4 medici per 1.000 abitanti, il nostro Paese è infatti secondo tra quelli Ocse, a fronte di una media di 3,9. Tuttavia, questa apparente abbondanza nasconde un paradosso che pesa direttamente sul funzionamento del servizio pubblico. Oltre 92 mila medici non lavorano nel Ssn né come dipendenti, né come convenzionati, né come medici in formazione specialistica.
QUALI MEDICI MANCANO
Le carenze, spiega la Fondazione Gimbe, sono selettive e colpiscono soprattutto i settori più esposti: al 1° gennaio 2024 mancavano più di 5.500 medici di medicina generale, mentre emergenza-urgenza, radioterapia, medicina nucleare, discipline di laboratorio, cure palliative e medicina di comunità restano tra le specialità meno scelte.
EMERGENZA PERSONALE INFERMIERISTICO
La situazione è ancora più critica sul fronte infermieristico. L’Italia si colloca infatti al 23° posto su 31 Paesi europei dell’area Ocse, con appena 6,9 infermieri per 1.000 abitanti, contro una media Ocse di 9,5. Un divario che non si limita agli organici attuali, ma che rischia di ampliarsi nel prossimo futuro: nell’anno accademico 2025-2026 le domande di accesso ai corsi di laurea in infermieristica sono state inferiori ai posti disponibili, segnale evidente di una professione che non riesce più ad attrarre i giovani.
UNA RIFORMA SENZA LEVE CONCRETE PER IL PERSONALE
Secondo Gimbe, le misure previste per valorizzare medici e infermieri si limitano a enunciazioni di principio e non incidono sulle reali cause della crisi: retribuzioni non competitive, carriere bloccate, carichi di lavoro crescenti e assenza di incentivi nelle aree più disagiate.
“Di fronte a una crisi senza precedenti del personale sanitario – ha spiegato Cartabellotta – la sezione della legge delega dedicata alla valorizzazione delle professioni sanitarie si limita ad un’elencazione di princìpi molto generici, offrendo pochissime leve concrete”.
IL DEFINANZIAMENTO DEL PERSONALE SANITARIO
A rendere ancora più fragile l’impianto della riforma, secondo la Fondazione Gimbe, è il definanziamento progressivo del personale. Tra 2012 e 2024 la quota di spesa sanitaria destinata al personale dipendente e convenzionato è scesa dal 39,7% al 36,6%, determinando una perdita complessiva di 33,04 miliardi di euro in dodici anni.
“È del tutto evidente – ha commentato il presidente – che un ‘saccheggio’ di risorse pubbliche di tale portata ha progressivamente indebolito e demotivato il capitale umano del Ssn”.
SENZA RISORSE, UNA RIFORMA DESTINATA A FALLIRE
“Senza risorse aggiuntive e vincolate al personale sanitario – ha concluso Cartabellotta – la legge delega e i successivi decreti legislativi rischiano di ridursi a un intervento meramente ordinamentale”, incapace di fermare l’emorragia di medici e infermieri dal servizio pubblico e di garantire la tenuta del Servizio sanitario nazionale.











