In questi giorni Trump sta accelerando i tempi per lanciare il suo “Board of Peace”, un organismo internazionale nato per supervisionare la ricostruzione di Gaza dopo il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ma che secondo molti osservatori potrebbe ambire a un ruolo ben più ampio, quasi come un’alternativa all’Onu.
Approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso novembre, il Board richiede un contributo di oltre un miliardo di dollari per i seggi permanenti e attribuisce poteri notevoli al suo presidente, ossia lo stesso Trump.
Mentre leader come quelli di Argentina e Ungheria hanno già dato la loro adesione, diversi Paesi europei – tra cui Francia, Regno Unito e Germania – stanno declinando l’invito, scatenando reazioni dure da Washington, inclusa la minaccia di dazi pesanti.
Cos’è il Board of Peace?
Il Board of Peace nasce come strumento chiave del piano in 20 punti di Trump per la fase post-bellica a Gaza.
Come spiega il New York Times, l’idea era quella di creare un “nuovo organismo internazionale transitorio” per gestire la ricostruzione, reclutare caschi blu e accompagnare il territorio fino a quando l’Autorità Palestinese non avrà completato le riforme necessarie.
Il Consiglio di Sicurezza Onu ha dato il via libera a novembre con una risoluzione redatta dagli Stati Uniti, conferendo al Board una legittimità internazionale, almeno per quanto riguarda Gaza e fino al 2027.
La sua Carta fondamentale è stata diffusa venerdì e secondo Middle East Eye, che ne ha pubblicato il testo integrale, il documento descrive l’organismo come uno strumento per “promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e assicurare una pace duratura in aree colpite o minacciate da conflitti”..
Il testo critica implicitamente le istituzioni esistenti, lamentando che “troppi approcci al peace-building fomentano dipendenza perpetua” e invocando “il coraggio di allontanarsi da istituzioni che hanno fallito troppo spesso”.
Per molti critici, citati dal Nyt, si tratta di un tentativo evidente di costruire un’alternativa a guida americana all’Onu, da sempre accusata da Trump di parzialità e sprechi.
Come funzionerà?
Trump presiederà il Board come presidente inaugurale, con poteri molto ampi: nominare i membri dell’Executive Board, veto su ogni decisione, creazione e scioglimento di subcomitati, designazione del proprio successore.
Bloomberg evidenzia che le decisioni saranno prese a maggioranza, ma sempre soggette all’approvazione finale del presidente, che potrà anche emettere direttive autonome.
L’Executive Board, già nominato, include il cognato e consigliere di Trump Jared Kushner, l’inviato Usa per il Medio Oriente Steve Witkoff, l’ex premier britannico Tony Blair, il segretario di Stato Marco Rubio e Ajay Banga della World Bank.
Come riporta ABC News, questo gruppo gestirà le operazioni quotidiane, con riunioni frequenti e poteri immediati, sempre però sotto il controllo di Trump.
Per Gaza supervisionerà un comitato di tecnocrati palestinesi per i servizi pubblici, ma senza rappresentanti palestinesi diretti nel board principale, come nota il New York Times.
Il conto
Sul piano finanziario, i Paesi che entreranno a fare parte dell’organismo possono aderire gratis per tre anni, ma per un seggio permanente devono versare oltre un miliardo di dollari in contanti entro il primo anno.
Un funzionario americano, citato da CNBC, assicura che i fondi serviranno alla ricostruzione di Gaza stimata in 53 miliardi dalla World Bank, e che “praticamente ogni dollaro” sarà speso sul campo, senza sprechi amministrativi.
Yahoo Finance riferisce però che questa clausola ha lasciato molti leader perplessi, con interrogativi sul reale controllo dei fondi e sul peso eccessivo di Trump.
Chi è stato invitato ad aderire?
Trump ha inviato lettere a decine di paesi, creando una lista molto eterogenea che spazia da alleati tradizionali a rivali geopolitici.
Bloomberg ha stilato un elenco basato su varie fonti: ci sono Canada, Francia, Regno Unito, Germania, ma anche Russia, Bielorussia, Cina, Arabia Saudita, Turchia, Egitto, India, Israele, Polonia, Svezia, Paesi Bassi, Marocco, Vietnam, Kazakistan, Ungheria, Argentina, Thailandia e molti altri, inclusa la Commissione Europea.
Fox News conferma l’invito a Vladimir Putin, con il Cremlino che sta “studiando i dettagli”.
Il New York Times sottolinea che la presenza di Turchia e Qatar in alcuni subcomitati ha già provocato proteste da Israele, che li accusa di essere troppo vicini a Hamas.
Chi ha già aderito
Solo pochi leader hanno già accettato. L’Associated Press cita il Marocco, con re Mohammed VI che diventa il primo leader arabo del Board, e poi Vietnam, Kazakistan, Ungheria e Argentina.
Fox News conferma l’entusiasmo di Javier Milei e Viktor Orban, con il ministro ungherese che ha definito l’invito un “onore”. Middle East Eye nota che Orban è al momento l’unico europeo ad aver confermato ufficialmente.
L’Italia con Giorgia Meloni si offre come mediatrice “pronta a fare la sua parte”, secondo Yahoo Finance.
Chi declina
Molti Paesi europei stanno rifiutando o esitano.
Bloomberg riporta che Francia, Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Germania e Canada intendono declinare, preoccupati dai poteri di Trump e dal rischio di sovrapposizione con l’Onu.
ABC News cita l’Irlanda, che avverte di un mandato “più ampio del piano per Gaza”, e la Polonia, dove il premier Donald Tusk chiede l’approvazione parlamentare e twitta “non ci lasceremo giocare”.
Il Canada, secondo Politico, aderirà “in principio” ma senza pagare il miliardo per il seggio permanente.
Israele, pur invitato, non ha confermato: l’Associated Press riferisce che Netanyahu critica la mancanza di coordinamento e la presenza di Turchia e Qatar, mentre il ministro Smotrich definisce il Board “un cattivo affare” e spinge per un controllo militare israeliano su Gaza.
La polemica con Macron
Il caso più acceso è quello della Francia. Emmanuel Macron ha declinato l’invito per timori che il Board mini l’Onu e conceda “poteri molto estesi” al presidente, come ha spiegato il ministro Barrot a Politico.
Un funzionario francese parla di questioni insormontabili sui “principi e la struttura delle Nazioni Unite”.
Trump ha reagito con durezza. Durante un evento in Florida ha minacciato un 200% di dazi su vini e champagne francesi se Macron non cambia idea, aggiungendo: “Nessuno lo vuole perché sarà fuori ufficio presto”.
Bloomberg ha pubblicato un sms di Macron a Trump in cui invita il collega a cena a Parigi ma ne critica le mosse sulla Groenlandia. Trump ha reso pubblico il messaggio, alimentando ulteriormente le tensioni.




