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Dollaro, Fed e bolla dell’Ai: che cosa succede nei mercati americani

Con dollaro e Fed sotto pressione, il dibattito sull’Ai rimane centrale. L'analisi di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM.

Il mondo è bruscamente passato dalla cooperazione alla diffidenza. Le lancette della storia sembrano tornare indietro di decenni, verso quelle sfere di influenza che hanno dolorosamente segnato il secolo scorso. L’autonomia strategica prende il sopravvento sulla collaborazione, spinta dalla leadership americana che abbandona il modello delle alleanze e prefigura il ritorno a un’illusoria e antistorica autosufficienza economica.

Dal gigantesco “modello Toyota” della cooperazione internazionale, fondato sul “just in time” e messo in crisi dalla pandemia del 2020, si sta scivolando verso il paradigma del “just in case”: il controllo delle catene del valore, più corte e più sicure, ma inevitabilmente più costose. In questo nuovo contesto, l’efficienza cede il passo alla resilienza, con conseguenze strutturali sui costi, sull’inflazione e sugli equilibri dell’economia globale.

Da questo scenario generale si possono sviluppare alcune considerazioni particolari e la prima riguarda il dollaro e la Federal Reserve.

IL 2025, UN ANNO ORRIBILE PER IL DOLLARO

Il 2025 è stato un vero “annus horribilis” per il biglietto verde, il peggiore dal 2017, quando Wall Street registrò una crescita di quasi il 20%, mentre l’indice del dollaro, che misura il valore della valuta americana rispetto a un paniere di sei principali divise, perse circa il 10%.

Il cosiddetto “esorbitante privilegio” continua a rendere il dollaro la valuta più richiesta al mondo, consentendo agli Stati Uniti di finanziare i disavanzi commerciali e di rafforzare la liquidità del proprio mercato finanziario. Allo stesso tempo, però, il dollaro è diventato sempre più uno strumento di pressione politica, il dominio del dollaro diventa un’arma dalla quale affrancarsi, una direzione da tempo intrapresa dai paesi BRICS, impegnati in un percorso di progressivo distacco dall’influenza della valuta americana e che continua a favorire l’oro.

L’INDAGINE SU POWELL

A pochi mesi dal passaggio di consegne alla guida della Federal Reserve, il confronto tra Donald Trump e Jerome Powell si è fatto apertamente incandescente.

L’indagine avviata dal Dipartimento di Giustizia nei confronti del presidente della Federal Reserve, relativa alla ristrutturazione degli edifici della banca centrale, ha contribuito ad alzare ulteriormente il livello dello scontro tra l’amministrazione e l’istituzione monetaria. Secondo Powell, l’azione legale rappresenta un pretesto politico volto a limitare l’indipendenza della Fed nella determinazione dei tassi di interesse.

La risposta del presidente della banca centrale è stata insolitamente dura e, di fatto, ha accusato il Dipartimento di Giustizia di piegare i propri poteri alle pressioni della Casa Bianca per condizionare l’orientamento della politica monetaria.

I mercati continueranno a interrogarsi sulla capacità della banca centrale di resistere ai desideri dell’amministrazione, valuteranno se i futuri tagli dei tassi saranno coerenti con le condizioni di scenario o se saranno invece segnali di acquiescenza. I prezzi potrebbero cominciare a scontare scenari con inflazione più alta a dispetto dei possibili argomenti che Trump utilizzerà per condizionare la nuova guida della Federal Reserve: il finanziamento del debito federale, insostenibile senza tassi reali contenuti, e la stabilità del dollaro come valuta imperiale, che esige credibilità e forza coercitiva.

Nel corso del 2026 giungerà a scadenza circa un terzo del debito federale statunitense, in larga parte costituito da titoli a breve termine emessi tra il 2020 e il 2021 per finanziare l’emergenza pandemica. Dal punto di vista tecnico, il roll over non rappresenta un rischio immediato: il mercato dei Treasury resta profondo e liquido. Il nodo cruciale riguarda piuttosto il costo del rifinanziamento, che potrebbe aumentare sensibilmente qualora si incrinasse la fiducia non solo nella sostenibilità fiscale, ma anche nella credibilità e nell’indipendenza della politica monetaria.

In un contesto di crescente politicizzazione delle istituzioni, il premio per il rischio richiesto dagli investitori potrebbe riflettersi in tassi più elevati, trasformando un problema gestibile di scadenze in una pressione strutturale sui conti pubblici.

LA BOLLA DELL’AI

La crescente diffidenza verso la politica americana produce effetti che si estendono anche al settore tecnologico. Non è una previsione azzardata, forse non è neppure una previsione, ritenere che nel corso del 2026 il dibattito sul rischio di bolla nell’intelligenza artificiale resterà centrale.

Un dato inatteso di inflazione, dubbi sulla politica monetaria della Fed, un indebolimento dell’economia globale, una sorpresa dalla geopolitica potrebbero agire da detonatore. Ci sono buone ragioni per ritenere che il settore dell’AI abbia ancora margine di crescita grazie alle favorevoli condizioni finanziarie e alla politica fiscale espansiva, ma la costruzione efficiente dei portafogli di investimento dovrebbe seguire i precetti dell’“anti-vulnerabilità”: la diversificazione ed un posizionamento “barbell”, ovvero pesi distribuiti alle estremità, come nel bilanciere utilizzato nel sollevamento pesi, da una parte l’esposizione alle attività rischiose, direzionali, dall’altra il posizionamento su strategie a protezione, alternative. La valutazione di queste ultime strategie è più complessa rispetto alla scelta dei beta di mercato, è il banco di prova delle competenze di chi si occupa professionalmente della selezione e della pianificazione finanziaria di lungo termine.

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