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Iran: le proteste sono salutari ma l’opposizione è debole

Negli ultimi anni in Iran i movimenti di protesta non sono mancati, ma quelle in corso sono le più grandi dai tempi della rivoluzione del 1979. L'analisi di Riccardo Pennisi tratta dal suo profilo Facebook.

Cose da dire sull’Iran.

1. Sono le più grandi proteste dai tempi della Rivoluzione (1979).

2. Soprattutto per la loro ampiezza (600 episodi), mentre per la durata, dopo due settimane, siamo ancora lontani da altri precedenti. E’ coinvolta persino la città santa di Qom, e si contano assalti a caserme delle Guardie rivoluzionarie (IRGC) e a sedi dei media di stato, interi quartieri “liberati”.

3. Ampiezza anche per quanto riguarda la partecipazione: tutto è cominciato con la serrata dei negozianti (la crisi economica si è intensificata, il valore della moneta è crollato) – ma ora una categoria cruciale ha aderito: i lavoratori del settore petrolifero. Si tratta di due categorie non prettamente protestatarie, né tipicamente presenti nei movimenti succedutisi nel tempo: ciò è molto significativo.

4. I movimenti di protesta negli ultimi anni, appunto, non sono mancati. Ci ricordiamo bene quelli di due anni fa, Donna Vita e Libertà, ma non sono stati certo gli unici. La risposta del regime degli Ayatollah, però, dopo un primo momento in cui si spera che le piazze si calmino da sole (e non succede), è sempre stata inflessibile. Anche stavolta, le vittime degli scontri sono già centinaia, le incarcerazioni migliaia.

5. Il regime in Iran non è solo impopolare nelle grandi città, ma ormai anche presso strati importanti della popolazione. Tuttavia, i giovani restano un fattore chiave delle rivolte: la metà degli iraniani ha meno di 30 anni. La grave crisi economica che colpisce le aspettative della generazione più numerosa, scolarizzata, formata, laica, internazionalizzata è – come spesso nella storia, anche nella nostra – una ricetta per un sentimento generalizzato di insoddisfazione e richiesta di cambiamento.

 

6. Il sistema di potere iraniano ha tre scelte: a) riforme profonde – con cui però negherebbe sé stesso. b) qualche cambiamento superficiale nell’attesa che si calmino le acque – il che potrebbe accadere se la sua base fosse solida, ma le sconfitte militari accumulate in questi ultimi anni fanno ritenere il contrario. c) la pura e semplice repressione violenta, per spegnere questa protesta come – purtroppo – gli è riuscito con tutte le altre.

7. E’ chiaro che l’Ayatollah Ali Khamenei, e ora anche il presidente Pezeshkian, hanno scelto quest’ultima strada. Il secondo ci è arrivato ieri sera; il primo – che sa bene di rischiare il collo, ha 86 anni ed è la Guida Suprema dello stato da quasi 40 – fin da subito.

8. Per la repressione, oltre all’apparato di polizia, possono contare sui vari corpi delle Guardie Rivoluzionarie, che ammontano a circa 200mila persone e che si occupano appunto della tenuta interna del regime. Tuttavia, testimonianze garantiscono che sono stati chiamati anche paramilitari e miliziani dal vicino e amico Iraq, per schiacciare le piazze.

9. L’opposizione, oltre a non avere molti modi di fermare la violenza di cui è oggetto, è indebolita da due altri fattori. Il primo è la frammentazione: non c’è una figura di riferimento, unificante, delle tante anime delle proteste. Reza Pahlavi, erede dello Scià, in esilio negli Stati Uniti e con ottimi rapporti con Netanyahu, può avere qualche influenza, ma i monarchici in Iran sono pochi, e inoltre il regime degli Scià si teneva in piedi, a suo tempo, grazie a un tasso di repressione politica altrettanto pesante. L’assolutismo ancora oggi ribadito da Pahlavi non sembrerebbe adatto a incarnare gli obiettivi civili e politici della protesta. Il fatto che solleciti l’intervento di Trump solleva poi dubbi su quante aderenze abbia davvero in Iran, dove non mette piede da 18 anni.

10. Il secondo fattore di debolezza dell’opposizione sono le sue milizie armate. Si tratta di milizie fortemente religiose – quanto rappresentano, dunque, la protesta? Come si comporterebbero di fronte a una richiesta di cessione delle armi? E molti le considerano, come probabilmente è, al soldo di Mossad e CIA. Vero o meno che sia, la loro presenza offre al regime un argomento per parlare di “ingerenza straniera” e “giustificare” la repressione. E agli iraniani, un motivo per diffidare del loro operato e dei loro interessi.

11. Anche il recente caso del Venezuela provoca più cautela che entusiasmo. Intanto, in Venezuela al potere c’è la numero due di Maduro: l’opposizione è stata gentilmente scaricata. E poi la Casa Bianca non ha fatto mistero di puntare al petrolio, più che alla democrazia – anzi, Trump non ha pronunciato la parola “democrazia” nemmeno una volta, in tutti i suoi discorsi, parlando di Caracas. Probabilmente perché se lo facesse gli si incollerebbe la bocca, tipo quella scena di Matrix. D’altronde, visto quello che accade negli USA, dove proprio in questo momento si stanno costruendo milizie armate con il compito di sostenere con la violenza e l’arbitrio le politiche del governo, crederci richiede un atto di fede cieca in Donald Trump. Non sarò io a farlo.

12. Gli iraniani questo lo sanno bene: molti ritengono che fidarsi di USA o Israele, e delle loro promesse di intervento, porterebbe solo al saccheggio delle risorse nazionali, a partire da quel tantissimo petrolio venduto alla Cina, senza passi avanti sostanziali su altro, mentre la rivolta rischierebbe di degenerare in un’insurrezione permanente / guerra civile tipo Siria, Libia o Libano. Scenario che probabilmente non dispiace affatto né a Washington né a Tel Aviv.

13. Bisogna dunque sperare che gli iraniani riescano, infine, ad ottenere diritti, giustizia e pluralismo grazie alla loro spettacolare determinazione, contro un potere sempre più screditato, illegittimo, decrepito e spietato – senza “aiuti” esterni malintesi o interessati.

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