Un lento ma costante spostamento delle linee produttive oltreconfine sta ridisegnando il profilo industriale della Germania: sempre più imprese, in particolare di piccole e medie dimensioni, scelgono di trasferire all’estero attività e stabilimenti, mentre altre interrompono del tutto la produzione.
L’ennesimo allarme sulla deindustrializzazione strisciante in Germania arriva dalla Camera di commercio e dell’industria tedesca (Deutscher Industrie- und Handelskammertag, DIHK), che individua in questo fenomeno “un segnale tangibile di indebolimento strutturale della base manifatturiera nazionale, con ricadute dirette su occupazione, investimenti e capacità competitiva del paese”.
INDUSTRIA SOTTO PRESSIONE
Secondo la direttrice generale della DIHK, Helena Melnikov, “la tendenza alla delocalizzazione non è episodica ma riflette difficoltà profonde”. Dal 2019 il settore industriale ha perso complessivamente circa 400 mila posti di lavoro, mentre il solo 2025 ha registrato oltre 1.600 insolvenze industriali, il dato più elevato degli ultimi dodici anni. Numeri che, letti nel loro insieme, “delineano un quadro di progressiva erosione del tessuto produttivo”. Le imprese più esposte risultano quelle di dimensioni medio-piccole, meno attrezzate per assorbire shock prolungati e maggiormente sensibili all’aumento dei costi fissi.
Tra i fattori che spingono le aziende a guardare oltre i confini nazionali figurano fattori ormai noti da tempo agli analisti economici: il rincaro del lavoro, le bollette energetiche elevate, una pressione fiscale giudicata poco competitiva e procedure amministrative considerate ancora complesse e onerose. In questo contesto, la scelta di spostare la produzione viene percepita da molte realtà come una necessità per garantire la sopravvivenza o la continuità delle attività, lamenta Melnikov.
PROSPETTIVE ECONOMICHE DEBOLI
Il contesto macroeconomico non contribuisce a invertire la rotta. Le previsioni della DIHK si allineano a quelle dei principali istituti di ricerca tedeschi e indicano per il 2026 una crescita limitata allo 0,7 per cento: un valore che, secondo l’organizzazione, non rappresenta una vera ripresa. Parte di questo incremento è attribuita a fattori tecnici, come un calendario con meno festività infrasettimanali, piuttosto che a un rafforzamento della domanda o degli investimenti. Dopo tre anni consecutivi senza espansione economica significativa, le aspettative restano dunque contenute.
L’ultimo sondaggio congiunturale condotto dalla stessa DIHK su circa 23 mila imprese conferma il clima di cautela: solo il 15 per cento degli intervistati prevede un miglioramento della propria situazione, mentre un’azienda su tre intende ridurre gli investimenti e una su quattro valuta tagli occupazionali. Secondo Melnikov, “manca lo slancio necessario per innescare una fase di crescita sostenuta”, anche perché le riforme adottate finora “non hanno prodotto effetti tangibili sul terreno operativo delle imprese”.
LIMITI DELLA POLITICA MONETARIA
Neppure l’allentamento delle condizioni finanziarie viene considerato dagli analisti della Camera di commercio e dell’industria tedesca sufficiente a stimolare una ripartenza. “I recenti tagli dei tassi da parte della Banca centrale europea, che tra metà 2024 e metà 2025 ha ridotto il tasso di riferimento dal 4 al 2 per cento, hanno migliorato l’accesso al credito”, osservano, “ma non compensano l’assenza di prospettive di lungo periodo”. Nella seconda metà del 2025, l’istituto di Francoforte ha sospeso ulteriori riduzioni a causa dei persistenti rischi inflazionistici.
Secondo la DIHK il problema – come la soluzione – è tutto interno: senza interventi strutturali su costi, fiscalità e semplificazione normativa, le imprese continueranno a rinviare o a spostare gli investimenti. In assenza di segnali chiari sul futuro della Germania come sede produttiva, la riduzione del costo del denaro da sola non basta a trattenere capitale, lavoro e capacità industriale entro i confini nazionali.




