Quando George W. Bush invase l’Iraq nel 2003, sostenne che l’obiettivo fosse instaurare un regime democratico. Alcuni membri della sua amministrazione potrebbero averlo persino creduto. Ma molti critici di sinistra insistettero sul fatto che si trattasse semplicemente di impossessarsi del petrolio iracheno.
Pur essendo stato un oppositore esplicito di quella guerra e profondamente cinico riguardo alle motivazioni dell’amministrazione Bush, non ho mai creduto alla tesi della “guerra per il petrolio”.
La motivazione principale della guerra, continuo a ritenere, era un’altra: usare una vittoria militare spettacolare per assicurare la rielezione di Bush. Secondo alcuni politologi, quella missione la guerra l’ha effettivamente compiuta.
L’avventura venezuelana di Donald Trump è una storia molto diversa. Nella sua conferenza stampa trionfalistica dopo il rapimento di Nicolás Maduro, Trump non ha mai usato la parola “democrazia”. Ha invece pronunciato la parola “petrolio” 27 volte, dichiarando: «Riprenderemo il petrolio che, francamente, avremmo dovuto riprenderci molto tempo fa».
Anche così, qualunque cosa stiamo facendo in Venezuela non è davvero una guerra per il petrolio. È, piuttosto, una guerra per fantasie sul petrolio. L’enorme ricchezza che Trump immagina sia lì ad aspettare di essere presa semplicemente non esiste.
Avrete forse sentito dire che il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo: 300 miliardi di barili. Probabilmente non sapete che le riserve petrolifere dichiarate del Venezuela sono triplicate mentre Hugo Chávez era presidente.
Questo aumento, da circa 100 a 300 miliardi di barili, non rifletteva nuove grandi scoperte o attività di esplorazione.
Rifletteva invece la decisione del governo Chávez di riclassificare il petrolio pesante della fascia dell’Orinoco come “provato”, cioè recuperabile con ragionevole certezza alle condizioni economiche e operative esistenti.
Come osserva Torsten Slok di Apollo, che ha richiamato l’attenzione su questo punto, «gran parte di quel petrolio è extra-pesante, con bassi tassi di recupero e costi di produzione elevati». Questo suggerisce che le rivendicazioni venezuelane di enormi riserve petrolifere utilizzabili fossero in larga misura propaganda politicamente motivata.
Questa interpretazione è corroborata dal fatto che il massiccio aumento delle riserve dichiarate non è stato seguito da un aumento della produzione. Al contrario, la produzione petrolifera venezuelana è presto crollata.
Il crollo della produzione è stato associato a un progressivo degrado delle infrastrutture petrolifere del Venezuela, che richiederebbe anni e molti miliardi di dollari di investimenti per essere ripristinato.
Considerati questi costi, oltre all’instabilità politica, le grandi compagnie petrolifere non sembrano affatto entusiaste all’idea di investire in Venezuela.
Lunedì Trump ha suggerito che potrebbe rimborsare le compagnie petrolifere per gli investimenti nel Paese che sostiene — senza alcun fondamento nella realtà — di controllare, coprendo le loro spese.
In altre parole, nel giro di pochi giorni siamo passati da grandi discorsi su enormi opportunità di guadagno a una proposta che, di fatto, prevede di sovvenzionare gli investimenti dell’industria petrolifera in Venezuela a spese dei contribuenti statunitensi.
Questo non significa che nessuno abbia tratto profitto dal rapimento di Maduro. Qualche mese fa il miliardario trumpiano Paul Singer ha acquistato Citgo, l’ex ramo statunitense della compagnia petrolifera statale venezuelana.
Citgo possiede tre raffinerie sulla costa del Golfo, progettate appositamente per trattare il greggio venezuelano, raffinerie che hanno sofferto per l’embargo statunitense sulle importazioni di quel greggio. Se Trump revocasse l’embargo, Singer otterrebbe un guadagno enorme. Ma questo guadagno non avrebbe nulla a che fare con la rinascita della produzione venezuelana.
Singer ha effettuato ingenti donazioni politiche a Trump, sollevando interrogativi su quanto abbia influenzato le politiche adottate. Anche l’acquisto di Citgo è stato straordinariamente tempestivo. Che cosa sapeva?
A un livello più profondo, la convinzione di Trump che il petrolio nel sottosuolo sia una risorsa preziosa è vecchia di decenni.
Oggi il petrolio è economico rispetto agli standard storici. I prezzi sono bassi soprattutto a causa dell’aumento dell’offerta dovuto al fracking, e la possibilità di ulteriore fracking è destinata a mantenerli bassi nel futuro prevedibile.
Il prezzo di pareggio del petrolio estratto con fracking — il prezzo al quale diventa appena redditizio perforare un nuovo pozzo — è intorno ai 62 dollari al barile nelle principali aree di produzione degli Stati Uniti. Sebbene i prezzi globali del petrolio oscillino, tendono a tornare verso quel livello di pareggio dopo alcuni anni.
E 62 dollari al barile non sarebbero sufficienti a rendere redditizio investire nella fascia dell’Orinoco, dove il prezzo di pareggio stimato supera gli 80 dollari, anche se non esistessero rischi politici.
In sintesi, la convinzione di Trump di aver conquistato un premio redditizio nei giacimenti petroliferi venezuelani sarebbe una fantasia irrealistica anche se controllasse davvero una nazione che, nella pratica, è ancora governata dagli stessi criminali che la controllavano prima del rapimento di Maduro.
(Estratto da Appunti)




