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Cosa non va nella ricetta di Trump per l’economia americana. Report Economist

Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca nel 2024 tuonando contro l’inflazione, incolpando i democratici e giurando di abbassare i prezzi in un baleno per “rendere l’America di nuovo accessibile”. Un nuovo report Economist scandaglia questa realtà, tra dati reali ed effetti percepiti.

Come sottolinea l’Economist, tutti sapevano che la promessa di Trump in campagna elettorale – far calare i prezzi in tutta l’economia senza provocare una recessione profonda – era del tutto irrealistica. E infatti, una volta al potere, la sua mossa più visibile è stata proprio l’opposto: alzare i costi con dazi pesanti sulle importazioni.

Un anno dopo, rimarca il settimanale britannico, la ruota ha girato. I democratici hanno trovato il loro tema unificante nell’“accessibilità economica”, mentre The Donald si ritrova a minimizzare il problema.

Capovolgimento politico

Dopo aver provato slogan un po’ fiacchi come “abbondanza” o “lotta ai monopoli”, i democratici hanno centrato il bersaglio con l’accessibilità.

Figure di sinistra come Zohran Mamdani hanno vinto la poltrona di sindaco di New York promettendo blocco degli affitti e autobus gratuiti.

Anche i moderati, come la neogovernatrice del New Jersey Mikie Sherrill, sono saliti sul carro: Sherrill ha giurato di dichiarare l’emergenza sui costi delle bollette già dal primo giorno.

Gli elettori sembrano dar ragione ai Democratici, evidenzia l’Economist: la sensazione che la vita costi troppo è diffusa e trasversale.

Trump si difende

Il presidente bolla le proteste come una “bufala” e una “truffa”. Il suo ministro del Tesoro Scott Bessent sostiene che gli americani non si rendono conto di quanto stiano bene.

Il suo collega ai Trasporti, Sean Duffy, interpellato sui prezzi esagerati del cibo negli aeroporti, ha candidamente ammesso: “Non ci sono molte alternative, quindi non ho un piano per abbassarli”.

È una nemesi meritata – dopo aver martellato i democratici sullo stesso tasto, ora Trump si ritrova lo stesso martello puntato contro. Eppure, i MAGA su un punto hanno ragione: non esiste una vera crisi di potere d’acquisto.

Come spiega l’Economist, i salari reali, cioè quanto si riesce effettivamente a comprare con uno stipendio, sono in costante crescita da dieci anni, e lo sono stati anche durante il picco inflattivo post-pandemia. E a guadagnarci di più sono stati proprio i redditi più bassi, grazie a un mercato del lavoro bollente.

Cibo ed energia

Chi grida alla catastrofe, ricorda l’Economist, punta il dito su alimentari, bollette e casa. Sul cibo, però, l’allarme è debole: le uova sono quadruplicate per l’influenza aviaria, ma un carrello della spesa medio ha seguito fedelmente l’inflazione generale.

Del resto è normale: dentro ci sono merci, salari dei commessi e affitti dei supermercati – un piccolo specchio dell’economia intera.

L’elettricità è cresciuta oltre l’inflazione dal 2019, sia per rinnovare la rete in chiave verde che per le esportazioni di gas che allineano i prezzi Usa a quelli europei.

I data center dell’intelligenza artificiale vengono spesso additati, ma non sembrano i veri colpevoli secondo il settimanale.

In compenso, ci si dimentica la benzina, che pesa molto di più nel budget familiare: in questo caso i prezzi sono crollati, compensando ampiamente l’aumento dell’elettricità.

Il nodo della casa

Il capitolo più convincente della retorica della crisi è l’abitazione, sottolinea il settimanale.

Vivere nelle metropoli come New York o San Francisco è diventato proibitivo: terreni scarsi, regole edilizie rigide, decenni di costruzioni bloccate.

A Manhattan mutuo, assicurazione e tasse divorano oltre il 90% del reddito medio – tre volte il limite del 30% considerato sano. Anche affittare non è molto meglio.

Fuori dalle metropoli, il problema principale non sono i valori immobiliari ma i tassi d’interesse schizzati nel 2022.

Prima, in quasi tutte le contee una casa era accessibile anche con un anticipo minimo; oggi non più. Chi ha chiuso il mutuo a tasso fisso anni fa è al riparo, con rate medie ancora al 4,3%.

Gli affitti, meno sensibili ai tassi, restano sotto la soglia critica nella maggior parte del Paese. Trump, da vecchio immobiliarista, lo sa bene: spinge infatti la Fed a tagliare i tassi e ha lanciato l’idea di mutui a 50 anni per alleggerire le rate mensili.

Più poveri?

L’inflazione viaggia intorno al 2,8%, non lontana dall’obiettivo della Fed. Eppure la gente guarda i prezzi assoluti, cresciuti del 25% rispetto al pre-pandemia, e non si consola pensando che gli stipendi nominali sono saliti del 30%.

Studi mostrano che si tende a imputare i rincari a cause esterne e fuori controllo, mentre consideriamo gli aumenti di stipendio un nostro merito personale.

Poi, ricorda l’Economist, ci sono i cambiamenti strutturali: per decenni i beni materiali sono scesi di prezzo rispetto ai servizi.

Oggi una babysitter o una visita medica pesano molto di più di un televisore o una lavatrice. È il rovescio della medaglia di un’economia più produttiva e con salari più alti: i servizi costano di più perché chi li eroga guadagna di più. È progresso, non declino, ma è facile scambiarlo per crisi.

Infine i tassi d’interesse: erano alti dopo la pandemia, e ora influenzano carte di credito, prestiti auto e mutui.

Ricerche recenti spiegano, a detta dell’Economist, il malumore dei consumatori, ben oltre quanto giustifichino la disoccupazione o l’inflazione tradizionale.

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