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I reportage di Simenon

“L’Africa che dicono misteriosa” di Georges Simenon letto da Tullio Fazzolari

Martin Cruz Smith ha scritto “Gorky Park” senza essere stato a Mosca. Emilio Salgari ha prodotto centinaia di romanzi ma non ha mai navigato né ai Caraibi né al largo della Malesia. La curiosità spinge invece Georges Simenon ad andare alla scoperta di un mondo che gli serve da ispirazione per i suoi racconti. Quello che lo affascina più d’ogni altro è il continente africano conosciuto dagli esploratori e ampiamente sfruttato dai colonizzatori. E così, accompagnato dalla moglie Tigy, parte per un lungo viaggio dall’Egitto fino all’Africa equatoriale. Le cose che vede e le persone che incontra gli saranno utili per scrivere “Colpo di luna”, uno dei suoi romanzi più belli anche se poco conosciuto, che è ambientato a Libreville nel Gabon all’epoca sotto il dominio francese. Ma il viaggio è già in sé un’esperienza da raccontare e Simenon scrive tre magnifici reportage che, all’inizio degli anni Trenta, vengono pubblicati il primo da “Voilà” e gli altri due da “Police et Reportage”.

Se “Colpo di luna” è probabilmente sottovalutato i resoconti di Simenon sono stati addirittura dimenticati per quasi un secolo ed possibile leggerli soltanto adesso grazie all’intuizione di una editor intelligente come Ena Marchi. Messi insieme i tre reportage esce così finalmente “L’Africa che dicono misteriosa” (Adelphi, 171 pagine, 16 euro). Pare quasi superfluo aggiungere che lo stile di scrittura di Simenon è inconfondibile qualunque sia l’argomento trattato. Così come nelle indagini di Maigret, anche nel racconto del viaggio africano compaiono episodi e personaggi che alleggeriscono la narrazione e rendono ancor più godibile la lettura. C’è la donna che a bordo di una nave concede prestazioni sessuali per la modica cifra di due franchi ma giustamente protesta perché non le vengono pagati. O c’è il capo tribù che si è concesso il lusso di acquistare un’automobile che però non funziona e quindi sta esposta davanti alla sua abitazione come uno status symbol. Ma simili aneddoti sono ben poca cosa rispetto alla drammatica realtà che Simenon racconta. E forse è uno dei primi a denunciare i metodi del colonialismo, il disprezzo dei bianchi verso i negri e il rancore dei negri nei confronti dei bianchi. Dati i tempi, mentre la Francia è una potenza coloniale, i reportage vengono considerati quanto meno irriverenti. Ma poi la storia finisce per dare ragione a chi come Simenon ha il coraggio di scrivere la verità. Il viaggio in Africa, forse suggerito da un consiglio di Colette, era iniziato senza preconcetti. Comprare un casco coloniale in un negozio parigino era sembrato perfino emozionante. Ma a un osservatore attento come Simenon non poteva sfuggire la realtà. Non l’Africa ma le cose che ha visto e fotografato non gli piacciono. E le sue sensazioni negative sono premonitrici. Quando scrive “l’Africa ci manda al diavolo e fa bene!” anticipa quello che accadrà nei decenni successivi. Finiranno gli imperi coloniali ma continuerà lo sfruttamento e ancora oggi il rapporto fra Europa e Africa resta problematico.

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