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Giustizia: verità e fesserie sul referendum

Fatti, polemiche e contraddizioni in vista del referendum sulla giustizia. Il taccuino di Guiglia.

Il referendum in arrivo numero 84 nella storia della Repubblica ha una caratteristica che lo rende diverso da tutti quelli -abrogativi, di indirizzo, istituzionale o, come questo, costituzionale -, che l’hanno preceduto: ha rovesciato le posizioni dei partiti in campo.

Il tema che vi si propone è concentrato in buona parte sulla futura composizione del Consiglio superiore della magistratura (per giuristi e giornalisti: Csm), che è l’organo di autogoverno. Ma riguarda anche la separazione delle funzioni, come prevede la legge voluta dal governo e osteggiata dall’opposizione di sinistra. I centristi alla Carlo Calenda hanno approvato la riforma e quelli alla Matteo Renzi si sono astenuti.

A rigor di logica, la destra “legge e ordine” dovrebbe schierarsi con chi, la magistratura associata, paventa il venir meno del senso dello Stato e vede il testo come fumo negli occhi. Invece la destra concorda col dotto ministro della Giustizia e magistrato in pensione Carlo Nordio, che nel testo vede arrosto e non fumo, non soltanto per averlo cucinato lui stesso.

A rigor di logica, la sinistra libertaria dal perenne Sessantotto nell’animo (chissà perché viene in mente Elly Schlein), dovrebbe felicitarsi con chi il potere della casta l’ha diviso in due per carriera (di là i pubblici ministeri, di qua i giudici) e perciò sostenere la revisione costituzionale di taglio “garantista”. Invece no, i contestatori contestano la diluizione e l’indebolimento di un potere che un tempo e a lungo da quelle parti si esecrava come longa manus dello “Stato repressivo” o almeno invadente.

Come se non bastasse, l’argomentare su un testo di non facile né immediata comprensione, si presta a tutto e al suo contrario.

Chi critica la separazione professionale tra le toghe, dice che l’anno scorso su 8.817 magistrati in servizio soltanto 42 sono stati i passaggi di funzione, cioè lo 0.48%. “Facciamo un referendum costituzionale per decidere la carriera di 40 persone ogni anno”, ha riassunto con ironia Maurizio Crozza. Che è il più grande artista di comicità in Italia (un po’ meno quando viene fuori l’ideologo che è in lui; non fa ridere, per esempio, l’imitazione tirata per i capelli rossi e conformista che fa di Jannik Sinner).

Ma il dato dei 40 magistrati molto invocato non solo da Crozza per indicare l’insensatezza di una rivoluzione che in realtà è un’inezia, vale anche all’incontrario: proprio perché è un’inezia, non può rappresentare il pericoloso arrivo dei lanzichenecchi per nessuno.

L’altro detto e contraddetto è il presunto potere più forte (o, all’opposto, asservito al governo), che acquisirebbe la pubblica accusa a se stante.

Mettetevi d’accordo, perché delle due l’una: o il pm slegato dal giudice diventa più responsabile e indipendente a beneficio del popolo italiano, cioè senza guardare in faccia nessuno dalla politica in giù. Oppure separato e solo sarà schiacciato dall’esecutivo. Ma un discorso esclude l’altro: non è possibile che la sinistra ostile alla riforma li faccia entrambi.

Sulla politicizzazione siamo al grottesco. Se al Csm approdassero magistrati sorteggiati a caso -come vuole la riforma-, anziché eletti col bilancino delle loro correnti, come accade oggi, è ovvio che anche essi, i sorteggiati, avrebbero un’idea politica: sono cittadini della Repubblica, mica robot dell’intelligenza artificiale.

L’importante, però, è che nelle loro decisioni i magistrati siano soggetti soltanto alla legge, cioè che la applichino con rigore, anziché interpretarla come gli pare. Che non si sostituiscano, cioè, anche in nome della più nobile e giusta delle cause, al ruolo del Parlamento. Troppe volte accade e questo prescinde totalmente dalle modalità di elezione del Csm.

Il sorteggio, dunque, non ammazza né deve ammazzare la dimensione civica e politica di una toga. Però il sorteggio colpisce alla radice il correntismo, la degradante malattia del Csm davanti agli occhi di tutti.

Non è un caso che Antonio Di Pietro, uno dei pochi magistrati a non aver mai aderito a una corrente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati) e a non aver mai avuto paura del potere -altrimenti non sarebbe diventato il simbolo dell’inchiesta Mani Pulite nel 1992-, sia favorevole al sorteggio. Oltre che super-favorevole alla riforma. Non è un caso che Nicola Gratteri, altro magistrato con la schiena dritta e lontano dalle correnti, si sia pronunciato a favore del sorteggio, pur essendo contrario alla riforma.

Un tempo il magistrato parlava solo con le sue sentenze. Nell’era delle reti sociali dove tutti pontificano credendosi Hemingway, non si può chiedergli di tornare all’antico costume (ma quanto bello sarebbe).

Tuttavia, il giudizio sulla giustizia che gli italiani daranno al referendum, non sarà arzigogolato come il dibattito che è già partito per partito preso.

Un dibattito nel quale garantisti e giustizialisti passano con disinvoltura da un campo all’altro in virtù della loro separazione politica, profonda e pregiudiziale almeno quanto l’altrui separazione delle carriere.

(Pubblicato sul quotidiano Alto Adige)

www.federicoguiglia.com 

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