Andrea Gilli è un esperto di strategia militare, insegna all’Università di St Andrews in Scozia e lavora con l’Institute for European Policymaking della Bocconi. Esiste una strategia europea sull’Ucraina? L’assenza di interventi risolutivi – come quello sulle riserve russe congelate – lascia intendere che i governi europei vogliano solo prendere tempo, ma così è inevitabile lasciare l’iniziativa a Trump e Putin.
È difficile rispondere, perché non siamo nella mente dei vari governanti. Però si può dedurre che una vera strategia coerente e indipendente, che metta insieme mezzi e obiettivi e cerchi di raggiungerli autonomamente, in questo momento non sia del tutto presente.
Nei primi tre anni del conflitto, la strategia europea rifletteva l’approccio americano – nel bene e nel male, soprattutto nel male, a mio modo di vedere – perché non contemplava la fornitura di armi a lungo raggio all’Ucraina.
E in questo momento, nel quale gli Stati Uniti hanno in parte ribaltato il tavolo, i Paesi europei sono solo in grado di protestare, ma non sono realmente in grado di raggiungere obiettivi differenti o favorire un accordo diverso da quello discusso.
Quindi direi che esiste un approccio di breve termine, ma chiamarlo “strategia” è forse eccessivo.
Le coalizioni dei volenterosi sembrano svanite, Zelensky cerca supporto bilaterale, come dimostrano gli accordi con Macron, ma è sufficiente?
Le coalizioni dei volenterosi sono svanite. Il presidente ucraino Zelensky è riuscito a instaurare un insieme di rapporti personali con alcuni leader mondiali e anche rapporti bilaterali fra alcuni Paesi, sicuramente molto stretti.
Tuttavia, la diplomazia e la politica internazionale non si basano solo sulle pacche sulle spalle o sui rapporti d’amicizia: si basano soprattutto sui rapporti di forza.
Da questo punto di vista, non mi sembra che oggi esistano coalizioni di volenterosi davvero in grado di aiutare in maniera determinante l’Ucraina. E anche i rapporti privilegiati servono fino a un certo punto.
Solo qualche giorno fa, quando è emersa la firma di un accordo franco-ucraino sulla fornitura di caccia francesi, il Wall Street Journal titolava che “nessuno dei due ha i mezzi finanziari per sostenere questo accordo”. E il Wall Street Journal è un giornale molto favorevole alla posizione ucraina.
Esistono garanzie di sicurezza davvero credibili per l’Ucraina diverse dall’ingresso nella NATO? Senza automatismi, qualunque promessa di aiuto può essere tradita.
La questione è complessa e si può dividere in due parti.
Da una parte, la credibilità dipende dal messaggio che viene mandato agli avversari e anche agli alleati.
Nel momento in cui i Paesi europei non sono disposti a inviare in Ucraina neppure dei paramedici, è difficile convincere un potenziale aggressore della volontà di difendere davvero quel Paese in caso di attacco.
In questo caso c’entra poco la NATO: c’entra soprattutto la debolezza e la cautela europea.
Dall’altra parte c’è una questione più ampia, che riguarda la deterrenza nucleare, in cui i Paesi europei sono nettamente in svantaggio rispetto alla Russia per ragioni tecnologiche, finanziarie e storiche.
È ovvio che l’ombrello nucleare americano rappresenta uno strumento di sicurezza molto più ampio di quanto gli europei possano fornire.
Tuttavia, anche se gli europei avessero un ombrello nucleare altrettanto esteso, la loro esitazione continuerebbe a indebolirne la credibilità. E, a mio modo di vedere, questo è un po’ il punto centrale.
(Estratto da Appunti)




