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Lo strano caso del Verdone pentito: ho firmato ma non volevo

Lanciamo un appello: basta appelli. Così da evitare gaffe come quella di Carlo Verdone. Basta anche col giochino tra i politici, non hai condannato quello, non hai condannato quell’altro… Il corsivo di Battista Falconi.

La sublime intervista a Carlo Verdone pubblicata oggi dal Corriere della sera è una fedelissima rappresentazione del Paese e del suo vertice, descrive meravigliosamente l’intelligencija italiana, aiuta a comprendere le dinamiche social e influencer meglio di uno studio sociologico. Rivaleggia, in tal senso, con “La grande bellezza”, alla quale il grande Carlo aveva partecipato con un ruolo impeccabile che l’interpretazione odierna, però, surclassa.

Verdone ammette un “attimo di superficialità”, ma “sai come vanno queste cose, ti dicono ha già firmato questo e quello” e poi “mi ha chiamato Silvia Scola, la figlia di Ettore”. Ha insistito, come fai a dirle di no? Però, assicura, “Gadot e Butler non c’erano”, o almeno non sapeva ci fossero: i due nomi sono quelli degli artisti ebrei che l’appello sottoscritto da Verdone chiede di escludere dalla kermesse cinematografica veneziana. Una quaestio vexatissima, se ne parla da giorni, questa degli ebrei e israeliani alla Mostra.

Il nostro attore si inserisce così nel nutrito filone dei firmatari inconsapevoli. Ne fa parte tra gli altri il ministro Schillaci, che senza rendersene conto ha firmato la nomina di un comitato tecnico sulle vaccinazioni, prontamente azzerato quando gli sono state criticate due presenze di presunti no vax. E che in precedenza aveva firmato una pubblicazione scientifica senza accorgersi che le foto dell’articolo erano taroccate: vizio, questo, tanto diffuso tra che ci sarebbe cascato persino un collega che ha poi criticato il ministro per il proprio medesimo comportamento. Ancora a proposito di scienziati, ricordiamo l’appello per non far tenere a Ratzinger una lectio magistralis alla Sapienza di Roma: dopo le polemiche alcuni firmatari si dissero pentiti di aver posto il proprio nome in calce alla censura. Ma, sai come vanno queste cose, ti dicono che c’è questo e c’è quello, te lo chiede il figlio di…

I campioni indiscussi della firma e dell’appello però non sono i professoroni, sono gli artisti. I quali, essendo famosi, amano spendere la loro popolarità per le buone cause, un modo comodissimo, la filantropia a costo zero. Nei giorni scorsi, tra tanto parlare di appelli pro Pal che, sostenendo l’antisionismo, rasentano l’antisemitismo, in pochi (citiamo la meritoria eccezione di Maurizio Caverzan) hanno additato più in generale la firmite, questa sindrome così diffusa, fastidiosa, nociva, contagiosa. Prima e più del merito, andrebbe contestato il metodo. Caro Verdone, c’è un sistema sicuro per evitare gaffe come la tua: non firmare nulla.

Incuriosisce che, nella tendenza generale a guardare le dita e ignorare le lune, si sottovaluti la firmite ma si parli malissimo degli influencer, quei tizi che, facendo la qualunque, guadagnano sul web consensi e seguaci in misura tale che cominciano a guadagnarci, a farlo di mestiere. Persone che spesso paiono senza arte né parte, al contrario di Verdone che ha entrambe: come la signora Boccia che maltrattava l’ex ministro Sangiuliano, come la signora che ha portato i torpedoni a Roccaraso e che ora potrebbe ricevere proposte di candidature politiche. Ma che fanno in fondo, ‘sti poveri influencer, se non imitare i grandi intellettuali, artisti, scrittori che firmano e discettano in ogni dove, spesso non avendo competenza per farlo e talvolta senza neppure aver riflettuto su quanto fanno?

La soluzione, ripetiamo, è non firmare, non sottoscrivere né condividere appelli. Abbiamo passato tempi veramente bui, da questo punto di vista, si legga la lettera degli intellettuali del 1971 in solidarietà con Lotta Continua, citata nel libro “L’Eskimo in redazione” di Michele Brambilla, quando le Brigate rosse erano “sedicenti”. Si leggano gli incredibili nomi che compaiono in calce: non li spoileriamo, per non rovinare la sorpresa.

Anche noi lanciamo un appello: basta appelli. E basta, già che ci siamo, anche con l’insopportabile giochino tra i politici: non hai condannato quello, non hai condannato quell’altro… Peggio del padel, la partita comincia ogni volta che c’è una malefatta da condannare e, a condannarla, sono ovviamente solo quelli della parte lesa. Basta, per favore.

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