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Mediterraneo
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L’Italia ha bisogno di una strategia per il Mediterraneo allargato

Di fronte alla pericolosa fase di frammentazione geopolitica globale, l'Italia deve sviluppare una strategia marittima per il Mediterraneo allargato. L'analisi di Francesco D'Arrigo tratta dall'ultimo numero del quadrimestrale di Start Magazine.

L’area del Mediterraneo allargato (1), sia dal punto di vista politico-militare che da quello socio-economico, rappresenta una regione complessa e instabile, caratterizzata da una situazione di rivalità geopolitiche e tensioni latenti capaci di innescare ed alimentare fenomeni dinamici in grado di coinvolgere l’intero assetto politico-strategico globale.

Gli shock provocati nel corso dell’ultimo decennio dal cambiamento climatico, dalla pandemia e dallo sviluppo di tecnologie dirompenti hanno messo in crisi anche il processo di globalizzazione, che ha potenziato la sovrapposizione e l’interrelazione fra fattori d’instabilità e dimensioni conflittuali. Negli Stati afferenti alla regione del Mediterraneo allargato si stanno producendo nuove dinamiche e vulnerabilità critiche che amplificano fenomeni a carattere transnazionale. La frammentazione sociale e nuove spirali di instabilità, alimentano crisi e conflitti connessi all’accesso ed allo sfruttamento delle risorse naturali, a scompensi di carattere demografico, economico-finanziario, socio-culturale e religioso. Negli ultimi mesi, queste vecchie e nuove rivalità geopolitiche hanno scatenato conflitti caratterizzati da una pericolosa escalation di tipo politico-militare.

IL RISIKO CHE STA RIDISEGNANDO GLI EQUILIBRI GLOBALI

L’improvviso riemergere del conflitto israelo-palestinese, esploso con il “Diluvio di al-Aqsa” – il pogrom del 7 ottobre scorso – avviene sullo sfondo di una nuova configurazione geopolitica che sta cambiando gli assetti strategici globali, con il ritorno della guerra tra Stati, mai dichiarata ma scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Un risiko che sta disegnando un nuovo ordine spaziale e geopolitico mondiale, in una transizione che i regimi autoritari del mondo stanno tentando di imporre anche con la forza.

Russia, Cina, Iran ed i loro alleati del Brics, insieme agli altri Stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), stanno portando avanti una guerra ibrida senza limiti contro gli odiati nemici Stati Uniti ed i loro alleati (Nato-Ue).

La guerra di aggressione russa nel cuore dell’Europa ed il barbaro attacco di Hamas alle popolazioni civili israeliane ci hanno sorpresi e risultano incomprensibili per l’opinione pubblica occidentale, perché portate avanti da uno Stato, la Russia, che molti ritenevano amichevole. Ma soprattutto perché nella coscienza giuridica di quasi tutte le democrazie occidentali non è più ammessa la lotta armata fra Stati per la risoluzione di controversie internazionali. Per Mosca, Pechino, Teheran ed i loro alleati invece, la guerra è lo scontro tra visioni politiche e la transizione all’uso della forza per risolvere tali controversie politiche.

Come magistralmente delineato nel suo libro Pace e guerra tra le nazioni dal grande sociologo francese e teorico della guerra Raymond Aron, un sistema internazionale è innanzitutto un ordine spaziale, cioè si basa sulla sua strutturazione nello spazio geografico e sulla conseguente gerarchia del potere mondiale. Lo scenario odierno è quello delineato da un periodo di conflitti provocati per imporre una transizione in cui il precedente ordine spaziale (unipolare) viene aspramente combattuto dai sopracitati regimi autocratici, che però non sono in grado di proporne uno alternativo che possa garantire le medesime condizioni di pace, rispetto dei diritti umani, sviluppo socio-economico e libertà di quello che vogliono distruggere e dal quale, proprio Cina e Russia, hanno tratto i maggiori vantaggi per il loro sviluppo.

LE RIVALITÀ GEOPOLITICHE NEL MEDITERRANEO ALLARGATO

Il conflitto israelo-palestinese che sta infiammando il Medio Oriente con enormi ripercussioni sul Mediterraneo, fa parte di questa pericolosa fase di frammentazione geopolitica globale. La proliferazione dei conflitti in Ucraina, nel Caucaso, nei Balcani, in Medio Oriente ed in Africa, unitamente alle tensioni tra Usa e Cina per la questione Taiwan, nonostante le loro specificità regionali, sono fattori primari che delineano un teatro globale di pericolosissime tensioni e si stanno sviluppando in aree strategiche di confronto geopolitico tra le grandi potenze.

Ognuno di questi conflitti e crisi regionali è ora utilizzato come strumento nello scontro che si sta svolgendo a livello globale. Si tratta di una questione geostrategica sistemica dove il Mediterraneo è protagonista. Tuttavia, a causa dell’incapacità dell’Unione Europea di esprimere una politica estera e, conseguentemente, un sistema di difesa comuni e della persistenza di rivalità geopolitiche tra le nazioni europee, in particolare quella franco-tedesca, gli Stati europei hanno finora evitato di costruire una strategia geopolitica condivisa ed unitaria in grado di influenzare quella degli Stati Uniti per tutelare gli interessi delle nazioni europee, che non sempre coincidono con quelli di Washington, di Kiev o di Tel Aviv. Uno scenario di tendenza che rende l’Europa un player esclusivamente economico e non un attore attivo nello scacchiere geopolitico mondiale.

DOMINIO MARITTIMO, FATTORE STRATEGICO DELLA COMPETIZIONE

Le tensioni regionali e soprattutto i conflitti come quello scatenato dal presidente Vladimir Putin in Ucraina, nell’era della globalizzazione hanno impatti politici, militari, economici e sociali che non rimangono limitati soltanto agli Stati belligeranti coinvolti. Quando gli attacchi, i sabotaggi o le guerre limitano l’accesso libero ai mari (beni comuni globali, global commons), le ripercussioni economiche, sullo sviluppo sociale e sulla sicurezza nazionale e internazionale, sono immediate e globali.

Il dominio marittimo è la chiave di volta di: interessi nazionali, politica internazionale, sicurezza regionale, economia mondiale. In pratica rappresenta uno dei fattori più importanti che influenzano le strategie, le azioni e le decisioni degli Stati. In questa era della globalizzazione il mare assume una valenza strategica perché ha incorporato lo sviluppo tecnologico nelle funzioni di infrastrutture di comunicazione, di sfruttamento e trasporto di risorse minerarie ed idrocarburi, trasformandosi nel dominio che intrinsecamente racchiude il più alto potenziale rischio di minacce ibride. I cambiamenti nel dominio marittimo a livello di passaggi strategici, libera e sicura navigazione, protezione delle infrastrutture, sfruttamento delle risorse, hanno il potenziale di cambiare le economie e l’ordine mondiale, il bilanciamento internazionale del potere.

Storicamente le grandi potenze sono sempre state, e lo sono soprattutto quelle odierne, nazioni marittime. Il raggiungimento del dominio marittimo richiede una strategia marittima completa che affronti reciprocamente gli obiettivi marittimi commerciali, ambientali e militari; integri le rispettive priorità e sviluppi le infrastrutture necessarie a sostenere il libero flusso di informazioni, merci e persone, la cui libera fruibilità assume priorità vitale. La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina evidenzia sia l’importanza di ottenere il dominio marittimo, sia la criticità delle alleanze internazionali di difesa e sicurezza per sostenerlo. La Russia, nonostante abbia fallito l’obiettivo primario dell’“operazione militare speciale”, cioè quello di conquistare Kiev, grazie ad un’efficace strategia marittima ed alla riuscita operazione di maskirovka (inganno) contro l’Europa, ha rapidamente raggiunto il dominio marittimo nel Mar Nero e nel Mar d’Azov.

Come si constata anche con l’operazione navale “Prosperity Guardian” di US e Royal Navy a difesa del libero accesso nello stretto di Bab el-Mandeb, con il contrasto alla Belt and Road Initiative (Bri) cinese, con il dispiegamento navale a difesa dell’autonomia di Taiwan, la dottrina di politica estera del presidente Joe Biden assegna una priorità assoluta nel preservare il dominio marittimo. La sua politica di rilancio delle alleanze e dei partenariati internazionali garantisce il dominio marittimo e fa sì che nessuna delle potenze che stanno minacciando l’Occidente – Cina e Russia in primis – siano in grado di comandare i mari esclusivamente attraverso la forza militare.

La Cina, che sta potenziando la sua marina militare, possiede le infrastrutture per produrre e sostenere le sue flotte, militare e commerciale, e sta tentando di creare partenariati internazionali per raggiungere e sostenere il dominio marittimo nelle acque al di là della regione Asia-Pacifico. Il progetto Nuova Via della Seta le ha permesso di celare dietro a un apparente approccio diplomatico di soft power, non solo una strategia per esercitare pesanti ingerenze nelle scelte strategiche dei Paesi firmatari, ma si è creata le condizioni per poter utilizzare queste infrastrutture per proiettare la sua potenza economica, tecnologica, di intelligence e militare in circa 140 nazioni in tutto il mondo.

PUNTI CALDI NELLA GEOPOLITICA DEL MARE NOSTRUM

Per quanto riguarda il Mare Nostrum, la situazione sta diventando ancor più preoccupante per gli effetti immediati e a lungo termine, che qualsiasi perturbazione proveniente dal Mediterraneo – sia che alteri il libero accesso nei passaggi marittimi strategici: stretti, istmi o canali, i cosiddetti choke points – sia che infici il normale funzionamento delle infrastrutture subacquee per il trasporto idrocarburi, dei cavi sottomarini per le comunicazioni o per il trasferimento di energia. Il nostro sistema socio-economico dipende dal Mediterraneo, il cui accesso è limitato da tre passaggi marittimi strategici ( choke points): Stretto di Gibilterra, Stretto dei Dardanelli e Canale di Suez. Adiacenti ad esso ci sono due mari altrettanto importanti dal punto di vista geopolitico: il Mar Nero, che era lo sbocco marittimo dell’Ucraina, ora completamente sotto il controllo della Russia, e il Mar Rosso, che viene percorso da una rotta cruciale per l’approvvigionamento energetico ed il commercio per tutti gli Stati del Mediterraneo allargato, per la Ue e per il Medio Oriente. Una interazione geo-strategica che è ulteriormente complicata dalla presenza e dall’influenza maligna di potenze globali avversarie all’Occidente: Russia, Cina e Iran.

L’ambizione della Russia per l’accesso al Mediterraneo è storica, ma sta diventando sempre più preoccupante con suoi schieramenti e le sue alleanze navali strategiche. La sua attenzione al Mar Nero e al Mediterraneo come aree chiave per la proiezione navale, nonostante i vincoli economici e geografici, evidenzia la sua determinazione a mantenere una presenza nella regione. La dipendenza della Russia dalle alleanze, in particolare con la Siria, e il suo focus tattico sulle operazioni A2AD (2), sono centrali nella sua strategia nel Mediterraneo.

L’interesse strategico nel Mediterraneo dell’Iran è palese con il suo diretto coinvolgimento nella crisi israelo-palestinese e attraverso il suo sostegno agli alleati in Libano e Siria. Mentre il suo focus navale rimane sul Golfo Persico e sull’Oceano Indiano, la nuova linea di navigazione proposta dall’Iran verso i porti del Mediterraneo orientale è diretta ad aumentare la sua minaccia alla pace e l’influenza economica nella regione.

Proprio all’Iran si addebita la responsabilità della crisi di Bab el-Mandeb, una piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso che ha un’influenza enorme sull’economia mondiale: un punto chiave per il controllo di quasi tutte le spedizioni tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. I recenti attacchi delle forze Houthi (musulmani sciiti strettamente legati all’Iran, che ha finanziato la loro ribellione contro il governo yemenita a maggioranza sunnita e i loro attacchi all’Arabia Saudita, a guida sunnita) alle navi commerciali a Bab el-Mandeb hanno avuto come conseguenza lo scoppio di un’altra area di crisi, mentre le navi commerciali evitano di transitare nel Mar Rosso scegliendo di percorrere la rotta più lunga e molto più costosa intorno all’Africa per raggiungere il Mediterraneo.

Il blocco di questo passaggio marittimo strategico ha enormi ripercussioni negative anche per la stabilità del Medio Oriente e per l’operatività delle forze navali Usa-Nato, sempre più impegnate nel Sud-Est Asiatico e nel Pacifico con l’intento di contrastare l’assertività e gli obiettivi militari di Pechino.

L’accesso, il controllo e la navigabilità nel Mediterraneo costituiscono obiettivi di importanza strategica per l’economia, la catena di approvvigionamento, la produzione, i servizi e le tecnologie necessari ora e in futuro per garantire gli interessi, la sicurezza nazionale italiana.

ATTORI PRINCIPALI ED EMERGENTI

Ovviamente sono molti gli Stati geopoliticamente influenti nel Mediterraneo, e tra questi possiamo certamente citare:

Stati Uniti: obbligati a riporre una crescente attenzione all’Europa, mantengono il loro ruolo dominante nel Mediterraneo, con la Sesta Flotta con base a Napoli che funge da elemento chiave della loro proiezione di potenza. I recenti sviluppi, come l’assertività della Turchia e la crescente influenza della Russia, hanno spinto gli Stati Uniti a spostare la propria attenzione dall’impegno alla deterrenza e alla difesa. La maggiore presenza militare e le azioni diplomatiche, come la revoca dell’embargo economico su Cipro, riflettono un rinnovato impegno americano nella regione.

Francia: combina le proprie capacità militari con un efficace approccio diplomatico. Le sue forze navali e la presenza in zone di conflitto come la Siria e la Libia sottolineano la sua influenza regionale. La richiesta della Francia per una maggiore autonomia in termini di sicurezza europea, pur mantenendo il suo ruolo all’interno della Nato, riflette il suo approccio strategico nel Mediterraneo.

Turchia: ondivago Membro della Nato, si sta ponendo come attore dominante nel Mediterraneo, data la sua potenza militare, capacità demografica e posizione strategica. Tuttavia, i conflitti interni, come la guerra in Siria e la questione curda, insieme alla politica estera revisionista, stanno ostacolando la sua credibilità. La strategia navale della Turchia è espansiva, estendendo i suoi interessi oltre il Mediterraneo fino al Canale di Suez e all’Oceano Indiano. Il recente coinvolgimento militare in Libia e le controversie sulle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale hanno messo a dura prova le sue relazioni con i paesi vicini e con l’Ue.

Spagna: la strategia mediterranea della Spagna è strettamente legata alle iniziative della Nato e dell’Ue. Le preoccupazioni principali includono la lotta all’immigrazione irregolare e la risposta alle tensioni regionali, come quelle con il Marocco sulle rivendicazioni marittime. La dipendenza della Spagna dalla sicurezza statunitense e la sua attenzione relativamente limitata agli affari mediterranei potrebbero rendere necessaria una rivalutazione delle sue priorità strategiche.

Sul Mediterraneo si affacciano poi gli attori emergenti, tra i quali vanno annoverati:

Egitto: l’influenza crescente dell’Egitto nel conflitto libico è significativo, in particolare per quanto riguarda il sostegno al generale Haftar. La scoperta dei giacimenti di gas l’ha portata a diventare un centro chiave per il commercio e l’esportazione di gas naturale. I potenziamenti militari e gli accordi di difesa dell’Egitto, soprattutto nel Mediterraneo e nel Mar Rosso, dimostrano il suo impegno nel garantire i propri interessi contro potenziali minacce. Inoltre, la capacità dell’Egitto di mantenere relazioni amichevoli con una serie di nazioni potenti, tra cui Stati Uniti, Russia e Israele, accentua la sua diplomazia strategica.

Grecia: rinascita militare e allineamento cruciale con EastMed, ha recentemente riacceso la sua spesa militare, evidente negli schieramenti navali e negli accordi di difesa con gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. La forte posizione della Grecia contro le politiche marittime della Turchia e le sue crescenti capacità militari indicano un cambiamento strategico, volto a rafforzare la sua influenza nel Mediterraneo.

Algeria: sta investendo massicciamente nella tecnologia militare russa e con l’acquisizione di attrezzature avanzate come i jet Su-57 e i sottomarini di classe Kilo è chiara l’ambizione di diventare una potenza regionale significativa.

Marocco: rivale regionale dell’Algeria, si allinea strettamente con gli Stati Uniti, come risulta evidente dal suo approvvigionamento su larga scala di attrezzature militari americane. La modernizzazione delle capacità militari di queste nazioni, sebbene non sia ancora una corsa agli armamenti, richiede un attento monitoraggio a causa del potenziale aumento delle tensioni regionali.

Israele: Paese che fino alla guerra contro Hamas è rimasto attore silenzioso ma risoluto, tradizionalmente attivo nella politica regionale, ha recentemente mantenuto un profilo relativamente basso, nonostante le azioni militari in corso a Gaza e in Siria. Il suo obiettivo principale sembra essere quello di ottenere il sostegno internazionale attraverso partenariati strategici con gli Stati Uniti e, prima della guerra in Ucraina, anche con la Russia; le sue esportazioni di armamenti sottolineano il suo ruolo duraturo come importante attore regionale.

LE SFIDE PER L’ITALIA: TUTELARE GLI INTERESSI NAZIONALI

L’Italia, dopo la brusca virata verso Est (Russia e Cina) del primo governo giallo-verde firmatario degli accordi della Nuova Via della Seta, è tornata ad essere uno dei più affidabili membri della Nato e alleata degli Stati Uniti. L’attenzione dell’Italia nel Mediterraneo si è spostata dai Balcani alle questioni riguardanti l’immigrazione e la sicurezza energetica. Partecipa attivamente all’alleanza EastMed e il coinvolgimento in Libia, sia in termini di interessi energetici che di mediazione dei conflitti, ne evidenzia il suo ruolo significativo nelle dinamiche geopolitiche regionali, anche se la sua forza militare navale e gli investimenti in difesa sono inferiori al 2% del Pil richiesto dalla Nato e insufficienti a contrastare le nuove minacce ibride poste dal nuovo contesto strategico internazionale.

L’Italia si ritrova coinvolta, suo malgrado, in una nuova era della guerra, che richiede l’elaborazione di una strategia di sicurezza nazionale omnicomprensiva con una spiccata propensione verso il dominio marittimo, di fatto sempre più connesso con lo sviluppo tecnologico, e l’ampliamento degli strumenti di deterrenza e di difesa militare per permettere alle nostre Forze Armate di poter operare per la sicurezza collettiva nella regione euro-atlantica. Una strategia marittima che allo sviluppo dell’Ocean Soft Power sia in grado di accompagnare l’Hard Power per garantire adeguati livelli di deterrenza e la difesa della nazione e dei suoi interessi.

Note

  1. Concetto individuato dallo Stato Maggiore della Difesa italiano negli anni Novanta per indicare quell’area geografica di diretto interesse per il sistema di difesa nazionale, a superamento del concetto “soglia di Gorizia – Mediterraneo centrale” coniato negli anni Cinquanta e Sessanta, che però considera solo gli elementi della geografia fisica e non quelli della geografia umana. Geograficamente, il Mediterraneo è biforcato nelle metà orientale e occidentale, una divisione che ha profondamente influenzato gli eventi storici della regione. La lunga dicotomia Est-Ovest, esemplificata dal confronto millenario tra Islam e Cristianesimo, è stata una caratteristica distintiva della storia del Mediterraneo. Tuttavia, la divisione Nord-Sud, spesso messa in ombra, è altrettanto fondamentale per comprendere le dinamiche della regione. Oggi, questa divisione “per latitudine” persiste, delimitando un Nord più sviluppato, a predominanza cristiana, da un Sud meno sviluppato, a predominanza musulmana. Pertanto, il Mediterraneo allargato è quello definito dallo storico Fernand Braudel: “Un’immensa pianura liquida, suddivisa tra le cinque grandi masse peninsulari che si affacciano su di essa: Turchia, Balcani, Italia, Spagna e Maghreb”. Un’entità che racchiude gli intrecci di culture e relazioni millenarie che la congiungono al resto d’Europa, all’Africa e all’Asia, che esprime interessi geopolitici e geoeconomici globali.
  2. Tale strategia si compone di due elementi: il primo A2 (anti access), indica la messa in essere di azioni volte ad impedire l’ingresso del proprio avversario nel dominio considerato, riferendosi quindi all’ostacolare il movimento verso di esso. Il secondo AD (area denial) si riferisce invece alla capacità di ostacolare i movimenti del nemico all’interno del dominio considerato.

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