Ormai ci sono così tanti scandali intorno ai servizi segreti che è facile perdersi. Ma in realtà ogni vicenda che emerge, da inchieste giornalistiche o giudiziarie, contribuisce a chiarire un quadro sempre più nitido e comprensibile: in Italia hanno operato, per anni e forse operano ancora, soggetti che svolgono le stesse attività dell’intelligence ufficiale ma lo fanno in proprio, per vendere le informazioni raccolte in modo abusivo o per usarle a scopo di costruzione di potere e influenza.
Non si tratta però di servizi paralleli, ma di una sorta di propaggine esterna all’intelligence ufficiale che spesso vede protagonisti gli stessi soggetti, talvolta come attori delle operazioni illecite e talvolta come bersagli.
I soldi girano a questo livello, cioè nella compravendita di dossier costruiti mettendo insieme documenti, intercettazioni, dati che in base alla legge dovrebbero essere a disposizione soltanto di chi ha prima ottenuto l’autorizzazione di un magistrato.
I soldi però girano anche a un altro livello, quello delle commesse senza gara e senza concorrenza nel mondo opaco della sicurezza, dove la riservatezza diventa un comodo alibi per fare affari che mai sarebbero considerati leciti se svolti in piena trasparenza.
Tutto questo non avviene nell’ombra, all’insaputa dei vertici, ma è il terreno di uno scontro frontale tra due filiere di potere che hanno un vertice politico ben identificabile.
Da una parte il ministro della Difesa Guido Crosetto e dall’altra il sottosegretario con delega all’intelligence Alfredo Mantovano.
Per questo i paralleli con gli anni Settanta non hanno molto senso: qui non ci sono servizi deviati.
Ci sono servizi che, dopo la riforma del 2007, hanno un rapporto con la politica abbastanza definito: la responsabilità della loro azione è della presidente del Consiglio dei ministri, dunque di Giorgia Meloni, che la può delegare a un sottosegretario, in questo caso l’ex magistrato Mantovano, mentre il coordinamento operativo spetta al Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, il DIS, che sovrintende alle attività delle due agenzie AISI e AISE, interna ed esterna, proprio per evitare che diventino troppo autonome e possano fare cose che il vertice politico non condivide.
CHI NE RISPONDE?
I servizi segreti sono uno strumento delicato della politica, per questo quando emergono problemi come quelli che ormai sono evidenti dovrebbe essere la politica a risponderne, visto che i vertici operativi possono sempre trincerarsi dietro l’argomento che il loro compito è soltanto eseguire le indicazioni di qualcun altro.
Delle vicende emerse dall’ultima inchiesta dovrebbero essere in molti a rispondere, quindi, a cominciare proprio da Giorgia Meloni e Alfredo Mantovano.
La procura di Roma sta indagando sull’ex agente segreto Giuseppe Del Deo per i due filoni di cui sopra: perché mentre era ai vertici dell’AISI, il servizio interno, trafficava anche con altri ex agenti ed ex militari per raccogliere e distribuire informazioni illegali tramite la cosiddetta “squadra Fiore” a Roma, e perché intanto faceva comprare da palazzo Chigi, forse a prezzi gonfiati, i servizi di una società di software per la sicurezza di nome SIND nella quale erano attivi uomini vicini al ministro Crosetto.
Nel 2023 la SIND stipula un contratto impegnativo da circa 10 milioni di euro con il suo unico cliente, la presidenza del Consiglio dei ministri, per vendere un software che si chiama Nexus.
Cosa sia esattamente non lo sa nessuno, stanno cercando di capirlo anche gli inquirenti, soprattutto cercano di capire se valesse tutti quei soldi.
Sulla base di alcune intercettazioni, risulta che la controllante di SIND Maticmind abbia una perizia che descrive Nexus come un semplice “software universitario open source”, dunque venduto a un prezzo gonfiato.
(…)
L’intreccio regge fino all’aprile 2025 quando il Consiglio dei ministri approva una legge ad personam per mandare in pensione a soli 51 anni Giuseppe Del Deo, che nel frattempo era stato promosso e rimosso dall’AISI al DIS, il coordinamento dei servizi.
Una volta fuori da palazzo Chigi Del Deo, i contratti con la SIND per il suo software Nexus vengono rescissi, quasi fosse legato soltanto alla persona dell’agente segreto.
UNA SCELTA POLITICA
Quella rimozione improvvisa, immotivata e che ha richiesto addirittura un provvedimento specifico – un decreto della presidenza del Consiglio – rende tutto il governo Meloni legato a questa storia.
Ci sono almeno due episodi di cui si viene a sapere e che la riguardano: fra il 30 novembre e il primo dicembre 2023 due persone armeggiano intorno alla Porsche di Andrea Giambruno, in quel momento già ex compagno di Meloni. Una vigilessa li ferma, si identificano come agenti dei servizi segreti.
Poi le versioni cambieranno più volte e quei primi fatti accertati si dissolveranno in una nebbia di depistaggi.
Si mette a indagare proprio Del Deo, all’interno dell’AISI. La notizia viene rivelata dal quotidiano Domani. E proprio da una querela a Domani parte, a febbraio 2025, l’altro caso che riguarda Del Deo: il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, si sente diffamato da alcuni articoli, denuncia i giornalisti di Domani, nelle carte del provvedimento il Procuratore capo di Roma Giuseppe Lo Voi include le prove del fatto che alcuni agenti dell’AISI, di nuovo il corpo di Del Deo, avevano fatto nel 2023 accessi alle banche dati per indagare su Caputi, non si capisce su mandato di chi.
Il governo se la prende prima con il procuratore Lo Voi, lo fa denunciare addirittura dall’appena nominato direttore del DIS, Vittorio Rizzi, per aver rivelato informazioni riservate, ma finirà tutto archiviato. Poi cade la testa di Del Deo, prepensionato con un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri.
Sia le operazioni intorno a Giambruno che gli accessi su Caputi risalgono al 2023, quando si discuteva la nomina del nuovo direttore dell’AISI. Del Deo, che era vicedirettore responsabile della parte economico-finanziaria, era tra i favoriti, ma alla fine viene scelto Bruno Valensise.
DAGLI AFFARI AGLI AFFARI
Appena fuori da palazzo Chigi, nonostante l’uscita traumatica, Giuseppe Del Deo va a lavorare nel settore privato, alla presidenza di CERVED, società che gestisce dati e analisi relative alle imprese.
CERVED è parte del gruppo guidato da Andrea Pignataro, ION. Pignataro risulta dalle classifiche Forbes come l’uomo più ricco d’Italia, con un patrimonio di 42,8 miliardi di euro, che però dipende dal valore delle società di cui è azionista e che sono molto indebitate.
In questi ultimi anni, soprattutto tra 2023 e 2025, l’espansione di ION di Pignataro si è spesso scontrata con le valutazioni della politica, con il governo che ha provato a usare il golden power per condizionare nel 2023 le modalità dell’acquisizione di CEDACRI e nel 2024 aveva come potenzialmente critico l’acquisto di PRELIOS, prima di dare il via libera.
E’ chiaro quindi che un personaggio con i contatti e le informazioni di Giuseppe Del Deo può risultare prezioso per Pignataro.
Ma alcune domande sono obbligate.
Cosa sapevano Giorgia Meloni, Alfredo Mantovano e Guido Crosetto delle operazioni di Del Deo ora oggetto di indagine dalla Procura di Roma? Non lo hanno certo pensionato a 51 anni per limiti di età, lo hanno cacciato. Ma se erano a conoscenza di potenziali reati, perché premiarlo con una pensione anticipata da 12mila euro al mese e non denunciarlo?
Si immagina che anche uno con i mezzi e le conoscenze di Pignataro avesse idea di chi stava assumendo, addirittura come presidente di una delle società più importanti del gruppo.
Ma è normale affidare la guida di una società che si occupa di informazioni riservate di business a un ex agente segreto appena cacciato che si occupava, prima all’AISI poi al DIS, di usare i poteri e gli strumenti dell’intelligence proprio per vigilare su aziende e affari?
Niente trasparenza sulle ragioni per l’uscita di Del Deo, bisogna aspettare la magistratura, niente limite alle porte girevoli tra attività per conto dello Stato e attività nell’interesse di un privato.
Anche nella vicenda di Del Deo, come in quella della società milanese Equalize che vendeva informazioni ottenute abusivamente da cui sono partite le inchieste, si capisce che c’era molto poco di segreto in queste attività e ancor meno di deviato.
Sembra di capire che molti sapessero tanto, forse troppo, ma che ci fosse una qualche forma di rassegnazione al fatto che in Italia la lotta politica funziona così: a colpi di dossier, di ricatti, di milioni di euro pubblici che è normale spariscano ogni tanto nelle tasche di qualcuno.
(Estratto da Appunti)







