Joseph Nye ha spiegato l’importanza del soft power, cioè della capacità di imporsi con la forza morale piuttosto che con quella materiale. Molti anni prima che il suo saggio uscisse, una dimostrazione pratica è venuta nientemeno che da Josef Goebbels. Pare infatti che nel 1943 il ministro della Propaganda del Reich abbia dissuaso Hitler dal compiere una qualunque azione di forza contro il Vaticano che, secondo lui, avrebbe avuto un impatto devastante sull’opinione mondiale (e sui cattolici tedeschi).
La Wehrmacht, che aveva calpestato senza scrupoli le frontiere di tutta l’Europa, si fermò dunque davanti alle indifese mura leonine. Quello che l’ex seminarista ortodosso Iosif Džugašvili, detto Stalin, non aveva capito, era invece ben chiaro al cattolico bavarese, diplomato al liceo religioso di Rheydt, Josef Goebbels.
Qualunque romanzo poliziesco si impernia sulla premessa che si può essere criminali ma non necessariamente stupidi. Goebbels è stato senza dubbio uno dei peggiori criminali del XX secolo, ma non era stupido. Oggi, l’amministrazione americana dimostra invece urbi et orbi che si può essere criminali e stupidi al tempo stesso.
COMPLESSI E PREGIUDIZI
Tra i fattori della politica internazionale di cui bisogna tener conto per poterla analizzare, accanto alla geografia, all’economia, alla demografia, alla storia, alle istituzioni etc., Nicholas Spykman inseriva anche «i complessi e i pregiudizi meschini dei ministri degli Esteri», cioè le loro debolezze personali, morali o altro.
E concludeva affermando che è «l’azione e l’interazione simultanea» di tutti questi fattori a determinare «quel fenomeno complesso noto come “politica estera”».
La lezione torna utile oggi. Vero è che tra «complessi e pregiudizi» (ancorché meschini) e stupidità c’è ancora un abisso; ma il principio è chiaro: la stupidità degli individui che hanno responsabilità politiche è un fattore di cui si deve tener conto, così come si deve tener conto di altri fattori impalpabili e non misurabili, come la psicologia sociale, il peso della storia, le tradizioni, il senso dell’identità e perfino il caso.
Ma la stupidità degli individui che hanno responsabilità politiche non è dovuta al caso ma alle circostanze; e, per quel che riguarda gli attuali membri dell’amministrazione americana, è anche misurabile.
Non si può infatti separare Donald Trump dai 77 milioni di americani che lo hanno votato il 5 novembre 2024 ben sapendo con chi avevano a che fare.
Quei 77 milioni lo hanno scelto perché disorientati e spaventati di fronte al declino del loro paese, avvertito quotidianamente al momento di curarsi, di pagare le rette dell’università, di fare la spesa, di fare il pieno, di comprarsi un alloggio e così via – tutte cose che, prima, erano più abbordabili per loro che per qualunque altro essere umano sulla Terra; disorientati, spaventati, e quindi impazienti di tornare di nuovo grandi, vendicandosi sul resto del mondo, colpevole di aver approfittato della generosità americana. Questo per ribadire un concetto fondamentale: Donald Trump è un prodotto della psicologia sociale dominante in America (cioè delle circostanze) e non il produttore.
Una volta distribuite le responsabilità, torniamo al caso specifico: la querelle tra il presidente del paese più potente al mondo e il capo dell’organizzazione politico-religiosa più potente al mondo, entrambi americani, entrambi repubblicani.
In condizioni normali, non dovrebbe esserci tra loro nessuna querelle. Ma il primo ha dato ampie prove di non aver quasi mai la minima idea di ciò di cui sta parlando; e il secondo, nel momento stesso in cui diventa il titolare del trono di san Pietro, cessa di essere americano (e, a maggior ragione, repubblicano).
LO SCONTRO
I fatti sono noti: a gennaio, Robert Prevost, diventato la primavera scorsa leader della Chiesa cattolica mondiale col nome di Leone XIV, si espresse in modo estremamente esplicito nel suo incontro con il corpo diplomatico accreditato in Vaticano, affermando che la «diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati» ha preso il posto della diplomazia del dialogo, che «la guerra è tornata di moda» e dilaga il «fervore» che il principio che proibiva l’uso della forza per violare i confini altrui è stato abbandonato, che la violenza è diventata la «condizione per l’affermazione del proprio potere».
Di fronte a tanto ardire, e assuefatti a manifestazioni di piaggeria tanto numerose quanto indecorose, a Washington hanno perso la pazienza. Il nunzio apostolico (ambasciatore) a Washington, il cardinale Christophe Pierre, è stato «convocato» al Pentagono, sede del dipartimento della Difesa, ribattezzato dipartimento della Guerra da quando il soldatino Pete Hegseth ne è titolare; secondo le indiscrezioni raccolte da Mattia Ferraresi, il sottosegretario Elbridge Colby avrebbe rivolto al nunzio «un’aspra paternale in cui si avvertiva che gli Stati Uniti dispongono della potenza militare necessaria per fare ciò che vogliono, e che la Chiesa farebbe bene a schierarsi dalla loro parte».
A questo punto ci sarebbe stato il riferimento alla cosiddetta cattività avignonese, ovvero al periodo (1309-1377) in cui i papi trasferirono la sede della Chiesa cattolica ad Avignone dove potevano essere tenuti sotto controllo dal re di Francia (e dove potevano controllarlo). La minaccia implicita di Colby non è stata confermata, ma nemmeno smentita, dalle parti. In ogni caso il cardinale Pierre, che viene dalla regione più cattolica della Francia, la Bretagna, sa di cosa si stia parlando.
È nondimeno curioso che Colby, che non è uno sprovveduto, si sia riferito (sempre che il riferimento ci sia stato) al re Filippo il Bello e non a Napoleone – che pure ha fatto rapire ben due papi (Pio VI nel 1798 e Pio VII nel 1809), con lo stesso stile con cui gli americani hanno rapito Maduro.
Quale che sia stato il tono della discussione (altre fonti cattoliche lo definiscono «franco», che, nel linguaggio diplomatico, significa che se ne sono dette di tutti i colori), da allora la situazione non ha fatto che peggiorare.
Alla celebrazione della domenica delle palme, a marzo, Leone XIV ha rincarato la dose, affermando che «Gesù non ascolta le preghiere di chi fa le guerre», con un riferimento implicito, ma non troppo, al soldatino Pete Hegseth, che ha trasformato i suoi comizi dal Pentagono in cerimonie religiose dai toni da crociata (non per niente, tra i numerosi tatuaggi distribuiti sul suo corpo da culturista c’è un bel «Deus Vult», lo slogan della prima crociata; e il suo libro si intitola, tanto per essere chiari, American Crusade).
In vista della Pasqua, Hegseth ha fatto circolare una mail in cui si diceva: «Oggi, Venerdì Santo, ci sarà una funzione protestante (non una messa cattolica) nella cappella del Pentagono». Un dipendente del dipartimento ha commentato: «Immagino sia per far sapere ai cattolici che quelli come loro non sono i benvenuti».
Parlando alla Casa Bianca della domenica delle palme, Trump ha ricordato che quel giorno «Gesù entrò a Gerusalemme mentre la folla lo accoglieva con lodi, onorandolo come re»; aggiungendo con un sorriso malizioso: «Oggi chiamano me “re”» (il video è stato successivamente rimosso dal sito web della Casa Bianca).
Alla stessa cerimonia, la pastora evangelicale Paula White-Cain, responsabile dell’Ufficio per la fede della Casa Bianca, ha detto: «Signor presidente… lei è stato tradito, arrestato e accusato ingiustamente. È uno schema familiare che il nostro Signore e Salvatore ci ha mostrato. Ma per lui non è finita lì, e non è finita lì nemmeno per lei».
Il giorno di Pasqua, è noto, il presidente ha minacciato di far morire in un giorno «un’intera civiltà», un’affermazione definita «truly unacceptable» dal Papa, non solo perché contraria al diritto internazionale, ma perché contraria alla morale.
L’11 aprile, poi, nel corso di un’omelia, il Papa ha denunciato l’«illusione di onnipotenza», chiedendo l’interruzione del «demoniaco ciclo del male». Per poi aggiungere: «Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’ostentazione di potere! Basta con la guerra!». Non ha mai nominato Trump, hanno fatto notare le anime sensibili, ma non occorre essere un fine esegeta per capire a chi si riferisse: infatti, «sé stesso», «il denaro», «l’ostentazione del potere» e «la guerra» sono, nell’ordine, le sole cose che a Donald Trump interessano – e che, in effetti, idolatra.
A quel punto, la furia di Trump ha tracimato. Il 13 aprile ha pubblicato un lungo post di 334 parole in cui si legge, tra l’altro, che Leone XIV è «DEBOLE sulla criminalità e pessimo in politica estera… Ritiene che sia OK che l’Iran possieda armi nucleari». E poi: «Non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti», affermando anche che Leone sarebbe stato eletto grazie a lui: «Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano».
Insomma, «Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale». Per poi concludere: «Sta danneggiando la Chiesa cattolica!».
Poco più tardi ha rincarato la dose, dichiarando che a Leone «piace la criminalità» e che «he’s a very liberal person» (ricordiamo che «liberal» in America copre uno spettro che va da un vago progressismo all’estrema sinistra). Infine, ha pubblicato l’immagine IA che tutti hanno visto, in cui, nei panni (letteralmente) di Gesù, guarisce i malati. Il post è stato ritirato dopo le reazioni scandalizzate di alcuni dei suoi partigiani evangelicali; e Trump si è giustificato sostenendo che «i media fake news» si erano inventati tutto, e che quel post lo rappresentava come «un dottore» che cura i mali dell’America.
Ultima tappa di questa ricostruzione – che alla lunga diventa noiosa – è la dichiarazione di Leone XIV sull’aereo che lo portava ad Algeri: «Non ho alcun timore dell’amministrazione Trump», accompagnata da varie specificazioni sulla natura esclusivamente religiosa e morale della sua missione.
LO SCONTRO IMPARI
Prima che l’articolo che state leggendo venga pubblicato ci saranno molto probabilmente ulteriori sviluppi. Ma sulla base di quanto è successo fin qui, possiamo trarre alcune considerazioni. Che ruotano tutte intorno a un semplice concetto: lo scontro tra Trump e il Papa è del tutto impari; e, anche se il Papa ha certamente le sue gatte da pelare, alla lunga Trump è destinato a perderlo.
Ho scritto recentemente sulla «vera asimmetria tra Stati Uniti e Iran» sul piano dell’esperienza politica accumulata. Questo è altrettanto vero, se non di più, per la Chiesa cattolica, che è immersa nell’agone politico fin dal disfacimento dell’Impero romano d’occidente.
Come ha scritto Thomas Hobbes, ripreso poi da Edward Gibbon: «The Papacy is no other than the ghost of the deceased Roman Empire, sitting crowned upon the grave thereof», il Papato non è altro che il fantasma del defunto Impero romano, seduto sulla sua tomba con la corona in testa.
La corta esperienza politica dagli Stati Uniti, dicevo in quell’articolo, non è stata accumulata semplicemente perché gli americani erano talmente forti da pensare di poterne fare a meno. Ed è per questo che è stato così facile, per Trump e i suoi pretoriani, buttare nell’immondezzaio ottant’anni di politica estera, e rovinare quanto costruito lungo tutto quel periodo.
Parlando di chi danneggia chi, Trump ha già, da solo, e senza l’aiuto del Papa, parecchie misure di vantaggio.
L’autolesionismo della presidenza è però magnificato dall’importanza del ruolo che i cattolici hanno avuto e continuano ad avere nella loro provincia americana, un argomento a cui ho dedicato un intero libro.
Innanzitutto, bisogna ricordare che esiste tutto un filone di pensiero storico e politico secondo cui la vera «identità americana» è quella dei WASP – White, Anglo-Saxon, Protestant – e che il cattolicesimo è, per taluni, un elemento alieno, e, per altri, pernicioso.
Dalla teoria dell’esistenza di un «Teutonic germ» propagato da angli, iuti e sassoni prima alle isole britanniche e poi, da lì, all’America, lo storico Michael Lind ricava la convinzione secondo cui le istituzioni delle tribù germaniche – «l’assemblea rappresentativa, il sistema della giuria, la milizia» – furono scalzate a partire dal 1066 dal «giogo normanno, costituito dal duplice male del feudalesimo continentale e del cristianesimo cattolico romano».
Niente di nuovo, se si considera che John Adams, futuro secondo presidente degli Stati Uniti, aveva già scritto nel 1765 che «i secoli bui» erano durati nelle isole britanniche «finché Dio, nella sua benevola provvidenza, suscitò i paladini che diedero inizio e guidarono la Riforma».
La tesi della «nazione di settlers» WASP, in opposizione alla «nazione di immigranti», è stata rilanciata all’inizio di questo secolo da Samuel Huntington, in un libro poco famoso, ma molto importante.
In quel testo, Huntington ribadiva il concetto già espresso nel suo molto più celebre Clash of Civilizations, secondo cui alla base dell’identità «occidentale» vi sarebbe il cristianesimo cattolico corretto dalla Riforma.
L’America latina, per Huntington, non fa parte della sua «civiltà occidentale» perché è troppo cattolica; quando finalmente gli evangelicali riusciranno a colonizzarla, allora, e solo allora, entrerà a far parte della «civiltà occidentale» – come se una civiltà fosse un club.
Le ubbie anti-cattoliche di Pete Hegseth e di molti evangelicali, soprattutto del Sud, pescano le loro origini in queste idee, che hanno accompagnato una gran parte della storia americana.
Basti pensare che il primo cattolico a entrare in un governo americano fu un certo Charles Joseph Bonaparte, in qualità di attorney general nel 1906, sotto la presidenza del pragmatico Theodore Roosevelt. Bonaparte, che fondò tra l’altro l’FBI, superò probabilmente le reticenze anti-cattoliche in virtù della sua ascendenza (era nipote di Gerolamo, fratello di Napoleone e, per un periodo, re di Westfalia).
Basti pensare, anche, che John F. Kennedy, per potersi candidare alla presidenza nel 1960, dovette presentarsi a un’assemblea di protestanti assicurando di essere un americano «who happens to be Catholic» (che, si dà il caso, è anche cattolico) e giurare che non avrebbe mai preso ordini dal Papa.
Fu il lontano cugino di Theodore Roosevelt, Franklin Delano, a «sdoganare» i cattolici nella sua grande coalizione. Da allora, poco a poco, e soprattutto dopo la guerra, molti cattolici di origine europea – irlandesi, tedeschi e italiani soprattutto – entrarono a far parte della mitica middle class e ne assorbirono gli orientamenti.
Pur continuando a votare democratico, come forma di riconoscenza nei confronti di F. D. Roosevelt.
L’elezione di Kennedy fu, appunto, una svolta epocale, anche se il ricco presidente originario del Massachusetts ci tenne a tenere a distanza non solo i cattolici (il solo cattolico nel suo governo fu suo fratello Bob), ma anche Roma; al punto che Roma, delusa e indispettita, si trovò molto più a suo agio con il protestante texano Lyndon Johnson, come racconta lo storico della Chiesa Eric O. Hanson.
È così che i cattolici, con grande scandalo dei protestanti WASP, sono entrati a far parte della classe dirigente americana.
E vi sono entrati massicciamente, tanto che Ronald Reagan – il primo presidente a usare senza scrupoli la religione come strumento elettorale – costruì la sua celebre «Moral Majority» sull’alleanza tra protestanti, evangelicali, cattolici ed ebrei conservatori, sostenuto, in questo, dall’allora pontefice Karol Wojtyła. Reagan fu il primo repubblicano a conquistare la maggioranza dei voti dei cattolici americani.
Per ritrovare quel genere di successo, bisogna andare alle presidenziali del 2004, quando, sospinti anche da un documento vaticano (redatto da Josef Ratzinger) che vietava di votare per un candidato pro-choice sulla questione dell’aborto, gli elettori cattolici preferirono in maggioranza il protestante born again George W. Bush al candidato cattolico John Kerry.
Tornati all’ovile democratico nelle due elezioni di Barack Obama, i cattolici hanno destinato in seguito, per tre tornate elettorali successive, la loro preferenza a Donald J. Trump.
All’epoca di Barack Obama, erano cattolici la metà dei membri del suo governo, tra cui il vice-presidente Joe Biden, sei dei nove giudici della Corte suprema, nonché tutti i vertici militari e di sicurezza. Più o meno, le stesse percentuali del governo Trump attuale, dove il 52,5 per cento dei ministri erano cattolici, senza contare la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.
Inoltre, i tre giudici nominati da Trump alla Corte suprema durante il primo mandato sono tutti cattolici.
È molto probabile che Donald Trump non conosca la distinzione tra cattolici e protestanti; di sicuro non sa niente della Bibbia (il suo secondo libro preferito, disse, dopo quello putativamente scritto da lui, ma di cui non ha saputo citare nessun passaggio) e si proclama evangelicale, anche se afferma di non «bring God into that picture» quando prende decisioni.
La sua ignoranza è un varco talmente enorme che alcuni militanti evangelicali, tra i più stravaganti, ma più vistosi, sono riusciti a convincerlo che il loro movimento è la chiave di volta della sua coalizione religiosa, non i cattolici.
Credere a questa bufala è stato ed è un enorme errore, uno tra i tanti compiuti dall’amministrazione Trump.
Vediamo i numeri. I cattolici negli Stati Uniti sarebbero, secondo una stima recente, circa 62 milioni.
Secondo la stessa fonte, i cristiani «non-denominational» (cioè la galassia evangelicale, divisa in uno spettro di gruppi che va da chi vorrebbe bruciare gli omosessuali sul rogo a chi apre le chiese solo agli omosessuali) sarebbero 21 milioni, seguiti dalla seconda grande denominazione, i battisti del sud, con 17,6 milioni di fedeli; i protestanti mainstream, cioè storici (metodisti, luterani, episcopaliani, presbiteriani etc.), sarebbero, sommati tra di loro, 18 milioni e mezzo.
Come si vede, e come aveva capito Ronald Reagan, corteggiare i cattolici è infinitamente più importante che corteggiare gli evangelicali, sia da un punto di vista numerico che di contenuti.
Lo spazio dato ai più stravaganti tra gli evangelicali – quelli che credono che il sistema giuridico dovrebbe fondarsi sulla Bibbia, che le crociate sono alla base della «civiltà occidentale», che il ritorno di tutti gli ebrei in Israele segnerà l’inizio del giudizio universale, che bisogna ritirare i libri profani dalle biblioteche etc. – sono tra i responsabili, da una parte, dell’aumento del numero di coloro che non aderiscono a nessuna religione e, dall’altra, dell’aumento delle conversioni al cattolicesimo in America.
Il vantaggio relativo che evangelicali stravaganti, Trump, Hegseth e soci stanno fornendo ai cattolici ha permessa a Leone XIV di sfoderare l’arma più pesante, quella che può fare più male: il Papa ha invitato «tutte le persone di buona volontà» a contattare i propri leader politici e i rappresentanti al Congresso per ricordare loro che gli attacchi alle infrastrutture civili sono «contrari al diritto internazionale» e costituiscono anche «un segno dell’odio, della divisione e della distruzione di cui sono capaci gli esseri umani».
Un appello a cui hanno fatto eco, anche in termini più duri, alcuni vescovi americani.
Fino al «miracolo Trump», i suoi più grossi problemi la Chiesa cattolica li aveva in America, dove la maggioranza dei fedeli si era spostata su posizioni politiche le più lontane dagli insegnamenti di Roma, in particolare per quel che riguarda l’immigrazione e la difesa dei più deboli nella società.
Il neo-convertito cattolico J.D. Vance si è persino autopromosso teologo e ha riletto le tesi sull’ordo amoris di Agostino per giustificare la caccia agli immigrati, illegali o meno, fino al punto di incrociare i ferri con il cardinale agostiniano Robert Prevost, futuro Papa Leone XIV.
Ma il problema, ovviamente, non era certo la presunzione di Vance quanto il fatto che una parte della gerarchia americana, per paura di perdere fedeli, aveva cominciato a fare la fronda.
Si era formata una sorta di coalizione diretta dall’ex nunzio Carlo Maria Viganò, sul fronte ecclesiastico, e da Steve Bannon sul fronte politico, che si era spinta a suggerire l’illegittimità di Papa Francesco, ricordando da lontano le astruse teorie dei «sedevacantisti» (letteralmente: il seggio del Vaticano sarebbe vacante), un movimento scismatico nato dopo il Concilio Vaticano II. Con la differenza, rispetto ai gruppettari sedevacantisti, che la fronda americana poteva contare sulla simpatia di una maggioranza di fedeli tra la popolazione.
Era un enorme problema per la Chiesa universale, dato il peso economico preponderante della sua sezione americana. Tra le varie interpretazioni dell’elezione di un cardinale americano, quel problema è stato ripetutamente evocato.
Ora, le ciarlatanate di Donald Trump e del fedele soldatino Pete Hegseth, stanno riequilibrando le sorti, a favore della Chiesa e contro l’amministrazione.
La reazione di J.D. Vance – il Papa farebbe bene ad occuparsi solo di questioni morali – è quantomeno fuori riga, specialmente venendo da un teologo autoproclamato, e ne tradisce l’inquietudine.
Fino al momento in cui scriviamo, non si registra nessuna dichiarazione di Marco Rubio, e nemmeno della signora Melanija Knavs in Trump, cattolica slovena, che pure ci ha dato recentemente un gustoso assaggio della sua capacità di fare dichiarazioni impromptu.
La coalizione degli incapaci, guidata dall’incapace in capo Donald J. Trump, sta commettendo un altro errore che le può essere fatale.
Al sottosegretario Colby – che non è uno sprovveduto – sarà forse venuto in mente, oltre alla cattività avignonese, un altro episodio della storia delle relazioni tra Papa e potere politico: la cosiddetta «umiliazione di Canossa», quando l’imperatore Enrico IV andò nel 1077 a chiedere perdono al Papa vestito di un saio, a piedi nudi nella neve e il capo cosparso di cenere, attendendo inginocchiato per tre giorni e tre notti al portone d’ingresso del castello di Canossa, prima di essere autorizzato a ritornare sul suo trono.
(Estratto da Appunti di Stefano Feltri)







