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Perché il fisco incendia la Colombia

Colombia

Ecco i motivi delle proteste in Colombia. L’approfondimento di Francesco Tabarrini per Affari Internazionali

 

Da una settimana ormai la Colombia vede divampare tra le strade delle città violente proteste contro il governo e scontri con la polizia e l’esercito che hanno portato a decine di vittime e centinaia di feriti e in meno di sette giorni.

ECCO I MOTIVI DELLE PROTESTE IN COLOMBIA

Tutto ha avuto inizio lo scorso 15 aprile quando l’esecutivo, guidato dal 2018 dal presidente Iván Duque, ha promosso una controversa riforma fiscale giustificata dalla necessità di riempire le casse dello Stato – svuotate a causa della crisi economica dovuta alla pandemia – ma che ha ben presto scatenato la rabbia di molti colombiani. Il testo della riforma, infatti, prevedeva misure draconiane dal punto di vista fiscale, devastanti per i piccoli risparmiatori già prostrati dagli effetti della pandemia.

I PRODOTTI COLPITI DALLA RIFORMA FISCALE

Tra le altre cose, il disegno di legge si prefiggeva di tassare i prodotti di base del paniere familiare, aumentare il costo della benzina, espandere la base imponibile dell’imposta sul reddito, imporre una solidarietà fiscale per gli alti salari, imporre una tassa di successione per due anni e applicare l’Iva per servizi funebri e servizi Internet. Tale riforma, denominata “Legge di solidarietà sostenibile”, secondo il ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla, sarebbe dovuta servire per ottenere quei quasi 7 miliardi di dollari l’anno necessari al proseguimento dei programmi sociali di assistenza alle fasce più povere della popolazione.

GLI SCONTRI

La reazione dei cittadini colombiani però è stata tutt’altro che favorevole: a partire dal 28 aprile centinaia di migliaia di persone sono scese nelle strade e nelle piazze delle città, da Bogotà a Medellin a Cali. Le proteste, inizialmente pacifiche, avevano lo scopo di ottenere il ritiro della riforma ma ben presto, a seguito degli accesi scontri con le forze di polizia e a causa dell’intervento dell’esercito, si sono trasformate in una sommossa popolare contro il governo di Duque, il cui consenso è sceso ai minimi storici.

Gli scontri con polizia ed esercito sono degenerati in tutto il Paese in vere e proprie guerriglie urbane, tra saccheggi e distruzioni di edifici pubblici e privati, che hanno visto le forze dell’ordine esercitare violenze e brutalità sulla popolazione civile anche con l’utilizzo di armi da fuoco sulla folla. I numeri ufficiali parlano di 24 vittime e diverse centinaia di feriti ma alcuni dati accreditati, raccolti dall’Ong colombiana Temblores, parlano di almeno 31 vittime, 814 arresti arbitrari e a 1400 casi di violenza da parte delle forze di sicurezza registrati in appena una settimana.

LA REAZIONE DEL GOVERNO

La situazione non è sembrata migliorare neanche quando l’esecutivo ha annunciato il ritiro della riforma, lo scorso 2 maggio, a cui sono seguite le dimissioni del ministro Carrasquilla. Nonostante il presidente Duque abbia fatto sapere di essere disposto a ridiscutere la riforma con l’apporto di tutte le parti sociali, gli scontri e le proteste non hanno accennato a diminuire ma, al contrario, hanno trovato nuovo combustibile nella violenza delle forze governative e nel suo coordinatore, il ministro della Difesa Diego Molano, protagonista anche di una mozione di censura presentata al Congresso colombiano dai partiti di opposizione per “violazione dei diritti umani”.

Da questo punto di vista, però, il governo sembra intenzionato a mantenere la linea dura. Duque ha fatto sapere che manterrà il dispiegamento dell’esercito ed ha emesso un atto che prevede una ricompensa di 10 milioni di dollari per tutti coloro che aiuteranno a identificare i cosiddetti “vandali criminali” responsabili della piega violenta delle proteste. Il presidente colombiano ha decretato, inoltre, la militarizzazione di alcune città per la gravità della situazione. In particolare a Cali, tra i centri più grandi e popolosi del Paese, gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza hanno interessato almeno 20 strade diverse, la città è stata completamente isolata, l’aeroporto chiuso e tutti i voli soppressi e sono stati organizzati canali speciali e controllati per l’approvvigionamento di cibo, medicine e altre forniture essenziali. La città ha visto consumarsi, in soli tre giorni, un terzo di tutti i decessi del Paese a causa delle manifestazioni; situazione che ha spinto il governo a dispiegare una forza di 4000 unità dell’esercito per mettere sottochiave il centro urbano.

L’ALLARME DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Di fronte all’escalation degli scontri e delle violenze delle forze di sicurezza colombiane, la comunità internazionale ha lanciato l’allarme. Le Nazioni Unite, attraverso l’ufficio in Colombia dell’Alto Commissariato per i diritti umani (Ohchr), hanno fatto sapere di star indagando sui fatti di Cali per stabilire le dinamiche dell’azione della polizia che avrebbe aperto il fuoco sui manifestanti causando delle vittime.

Proprio la portavoce dell’Ohchr, Marta Hurtado, ha evidenziato quanto la situazione sia “estremamente tesa, con soldati e agenti di polizia schierati per sorvegliare la protesta. Chiediamo calma-ha detto-. Sottolineiamo anche che le forze dell’ordine dovrebbero attenersi ai principi di legalità, precauzione, necessità e proporzionalità quando controllano le manifestazioni. Le armi da fuoco possono essere utilizzate solo come misura di ultima istanza contro una minaccia imminente di vita o di lesioni gravi”. Nonostante gli avvisi e le richieste dell’Onu però le violenze non accennano a diminuire e il Paese sembra scivolare rapidamente verso una crisi dai risvolti difficilmente prevedibili.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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