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I legali di Roggero stanno sbagliando strategia

Il caso del gioielliere Roggero condannato divide l'opinione pubblica. Ma trasformare la vicenda giudiziaria in una battaglia politica è un errore. Il commento di Cazzola

Il “gioielliere d’Italia”, Mario Roggero, si muove come un elefante in una cristalleria. Forse è mal consigliato. Ma di questo passo uscirà dal Carcere di Bollate solo per scontare la pena ai domiciliari come è prassi per una persona della sua età. Per un motivo difficilmente comprensibile il gioielliere si è prestato a fare della sua vicenda un caso politico allo scopo di forzare – a furor di popolo – il capo dello Stato a concedere la grazia. L’ultima mossa – la richiesta dei suoi legali di rinviare la pena in attesa della conclusione della procedura dell’atto di clemenza – è stato un ennesimo errore, come se quell’esito fosse scontato.

In sostanza, sia Roggero sia i suoi legali e sostenitori, agiscono come se volessero impedire a Mattarella di concedere la grazia se non vuole perdere la faccia. Come se il loro vero interesse fosse quello di coltivare un caso politico: una scelta destinata al fallimento per chi ci specula politicamente, ma foriera di un mare di disgrazie per Roggero e la sua famiglia che, alla fine dei conti saranno gli unici a pagare.

Io non sono un penalista e non ho seguito puntualmente le cronache processuali, ma qualche idea me la sono fatta.

Non era il caso di adottare una linea difensiva basata sulla legittima difesa, quando era evidente la mancanza dei presupposti. Un’estensione della norma a casi come quello di Roggero avrebbe aperto una interpretazione giuridicamente infondata e socialmente pericolosa della legittima difesa stessa. Tanto che sono gli stessi difensori di Roggero a proporre modifiche del testo in vigore in quanto si sono resi conto che il comportamento del gioielliere non poteva in alcun caso essere conforme a quanto prevede la legge. E sinceramente in nessun paese civile, dove vi sia la pretesa di uno stato diritto e si sia letto qualche pagina di Cesare Beccaria, potrebbe essere scritta una norma siffatta: “Non è punibile chi abbia commesso un qualsiasi reato per reagire ad un torto subito”.

Gian Domenico Caiazza, un avvocato penalista di cui possiamo fidarci per la sua correttezza e serietà (è stato un protagonista della battaglia per la separazione delle carriere e il difensore di Ottaviano Del Turco vittima incolpevole della malagiustizia), ha chiarito in un articolo su Il Foglio l’insostenibilità degli argomenti a sostegno della difesa di Roggero, il “gioielliere pistolero”, attribuendola “alle invereconde pulsioni di giustizia sommaria” che ribollono nelle viscere dell’opinione pubblica e stigmatizzando il fatto che la politica – per mere ragioni di consenso – si presti a reggerne la coda.

Caiazza, poi, mette in evidenza che – a rigor di legge – la condanna a 14 anni e 9 mesi non è sproporzionata, ma ha tenuto conto delle circostanze attenuanti. Inoltre, secondo Caiazza, è uno sproposito (destinato a cadere sotto la mannaia della Consulta) l’idea di eliminare il risarcimento dei danni così come è stato emendato il dl sicurezza. È giusto, invece, che il giudice civile tenga conto di tutte le circostanze nel fissare la somma del risarcimento (cosa che non sembra essere stata effettuata nel caso di Roggero).

Pochi giorni prima che venisse emanata (il 15 luglio) la sentenza definitiva per Mario Roggero, aveva attirato la mia attenzione una sentenza di primo grado della Corte di Assise di Arezzo, che, il 13 luglio, aveva assolto – riconoscendone la totale incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti – Giuseppina Martin, 67 anni, rea confessa di aver ucciso, strangolandola nel sonno con un foulard, la madre novantatreenne Mirella Del Puglia, gravemente malata di Alzheimer. Secondo le anticipazioni delle motivazioni della sentenza, alla figlia sarebbe stato riconosciuto uno stress da assistenza durata ben 13 anni, senza poter contare misure di sostegno. Mi pare che questa linea difensiva sarebbe stata più congrua e proficua anche per il gioielliere (il quale, evidentemente, era turbato dalle minacce ai familiari a cui aveva assistito) piuttosto che arrampicarsi su di un’inesistente legittima difesa, dopo che era cessata l’immediatezza del pericolo.

Per quanto mi riguarda trovo aberrante la sentenza di Arezzo (il pm aveva chiesto la condanna a 12 anni di reclusione). Ma se Roggero intende fare dei paragoni il richiamo a quella fattispecie mi sembra il più pertinente, anche perché non si tratta di una grazia ma di una decisione su di un delitto, probabilmente premeditato diversamente da quelli commessi d’impulso dal gioielliere.

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