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Come fa l’Iran a resistere

Per capire il conflitto bisogna guardare alla storia lunga della Repubblica islamica dell'Iran, alla sua idea di sovranità e al modo in cui ha costruito la propria resilienza. Estratto da Appunti di Stefano Feltri.

Una delle domande che mi vengono rivolte più spesso, in questi giorni, riguarda la resilienza sorprendente della Repubblica islamica. Al di là di qualunque giudizio morale, resta il fatto che uno Stato sia riuscito non solo a sopravvivere alla sollevazione di gennaio, ma anche ad attraversare due guerre contro la principale superpotenza del mondo e la forza militare più potente della regione senza collassare. In entrambe le guerre, l’Iran non è crollato e ha tenuto il campo.

Per chi studia gli Stati, soprattutto in Medio Oriente, e considerando anche ciò che è accaduto ad altri Stati della regione durante le guerre o nel corso delle primavere arabe, questo fatto merita di essere studiato seriamente.

L’altra domanda, collegata alla prima, è: che cosa pensano davvero i dirigenti iraniani? Che cosa credono di ottenere da questa guerra? Perché non si comportano nel modo che molti si aspettano?

Una parte della risposta sta nella storia.

La resilienza dell’Iran, anche sotto bombardamenti pesantissimi, ha a che fare con quarantasette anni di isolamento. Il Paese si è organizzato in modo da non poter essere facilmente soggiogato. Il sistema elettrico, per esempio, è stato costruito deliberatamente in modo da non poter essere messo fuori uso con facilità: servirebbero mesi di bombardamenti per abbatterlo davvero.

Lo stesso vale, in forma diversa, per la questione idrica e alimentare. L’Iran soffre di scarsità d’acqua per ragioni climatiche, per cattiva gestione e per corruzione. Ma una delle ragioni principali è anche la decisione presa nel 2011, quando Obama introdusse per la prima volta il sistema delle sanzioni secondarie: il Paese stabilì che avrebbe dovuto diventare autosufficiente dal punto di vista alimentare.

L’Iran sovrapproduce beni agricoli perché commercia poco, e questa scelta ha un costo enorme, ma allo stesso tempo è uno dei fattori che gli consentono di sostenere una guerra come quella attuale.

Sovranità prima dell’ideologia

In Occidente ci concentriamo molto sul carattere religioso della rivoluzione iraniana e della Repubblica islamica, sul fatto che si tratti di una teocrazia. Ma ci fissiamo troppo su questo aspetto e non prendiamo sufficientemente sul serio la prospettiva della sicurezza nazionale, che per i dirigenti iraniani è invece centrale.

In questo senso, l’Iran è un attore razionale, nel senso weberiano del termine. Non significa che la sua razionalità sia universalmente condivisa, ma che possiede una teoria coerente su quali siano le principali minacce al Paese e su come difendersi da esse.

L’errore fondamentale della Repubblica islamica è forse quello di aver letto in modo totalizzante la storia dell’Iran, sia quella lunga, che risale all’epoca safavide, sia soprattutto quella del XIX e XX secolo, che ogni iraniano conosce bene.

Nel lungo Ottocento, l’Iran sopravvisse a fatica come Stato. Fu penetrato profondamente dalle potenze imperiali. La sua storia somiglia, sotto certi aspetti, più a quella della Cina che a quella di altri Paesi formalmente colonizzati: non fu mai colonizzato in senso giuridico, ma ebbe una sovranità quasi puramente nominale in un territorio tollerato dalle potenze coloniali.

Quando cominciò a rimettersi in piedi all’inizio del Novecento, durante la Seconda guerra mondiale fu occupato. Attraversò un primo vero cambio di regime, se così vogliamo chiamarlo, con la rimozione del monarca. Soffrì una carestia durante la guerra. E subito dopo il conflitto rischiò nuovamente di essere smembrato, quando l’Unione Sovietica non voleva ritirarsi dalle province settentrionali.

Sette anni dopo venne la stagione della lotta anti-imperialista per il controllo del petrolio, guidata dal primo ministro Mossadeq, che si concluse con un colpo di Stato militare che gli iraniani hanno finito per interpretare, a ragione o a torto, come orchestrato da Londra e Washington.

Nell’immaginario dei rivoluzionari iraniani, il Paese non è mai stato davvero indipendente e sovrano negli ultimi duecento anni.

Qualche mese fa l’ex ministro degli Esteri Javad Zarif ha detto, in un’intervista, che la Repubblica islamica è il primo governo iraniano in oltre due secoli ad aver dato al Paese una vera sovranità e una vera indipendenza. È un’affermazione molto audace, con cui io personalmente non concordo. Ma è ciò che loro credono davvero.

La convinzione centrale è che il principale successo storico della Repubblica islamica non sia stato rendere l’Iran islamico, bensì renderlo indipendente. E che solo un regime islamico possa garantirgli questa indipendenza. Ali Khamenei lo crede profondamente. E da questa convinzione deriva una missione precisa: preservare e proteggere l’indipendenza del Paese.

Contro chi? Contro gli Stati Uniti.

Come il regime legge il conflitto

È stato per me molto significativo che, nel suo primo discorso pubblico dopo i massacri di gennaio, Khamenei abbia interpretato una sollevazione popolare di massa non come una crisi politica interna, non come il segnale che la società iraniana fosse stanca e volesse qualcosa di diverso, ma come l’ennesimo episodio di un conflitto di lunga durata con gli Stati Uniti.

La prima cosa che disse fu che Washington cerca da quarantasette anni di soggiogare l’Iran. Non era, ai suoi occhi, una questione legata a Trump, ma alla politica americana in quanto tale.

Per lui, il dramma centrale dell’Iran è questo: abbiamo cacciato gli americani, vogliamo l’indipendenza, e loro non si riconcilieranno mai con la nostra indipendenza. Vogliono riportare l’Iran a una condizione di subordinazione coloniale, che è il modo in cui Khamenei e l’élite della Repubblica islamica interpretano il periodo dello Scià.

Questo punto è essenziale, perché ci dice come la leadership iraniana legge l’attuale guerra. Per i vertici della Repubblica islamica — e non sto dicendo per tutti gli iraniani — questo non è innanzitutto uno scontro per la sopravvivenza del regime. Così lo descrivono i loro oppositori, dentro e fuori il Paese. Ma loro lo vedono come una lotta esistenziale per l’indipendenza dell’Iran come Stato.

Non si tratta, nella loro lettura, di firmare o meno un determinato punto di un accordo sul nucleare. Si tratta di impedire che gli Stati Uniti riportino l’Iran alla condizione dello Scià, cioè a un Iran subordinato. Ed è precisamente contro questo che la rivoluzione del 1979, ai loro occhi, era stata fatta.

Il grande divario tra Khamenei e la società iraniana non riguarda soltanto il velo o le norme religiose.

Il punto decisivo è un altro: Khamenei crede che la difesa dell’indipendenza dell’Iran giustifichi qualunque sacrificio.

A un certo punto, però, una parte crescente della popolazione non ha più visto né la necessità di quel sacrificio né l’assenza di alternative meno costose. Da lì è nato il rifiuto della Repubblica islamica.

Questo sarà uno dei nodi decisivi del futuro iraniano: fino a che punto la guerra convincerà una parte della popolazione che la questione dell’indipendenza nazionale è reale, non illusoria? Che non si tratta solo di uno scontro politico interno, ma anche della distruzione concreta di ciò che gli iraniani associano alla propria sovranità: le acciaierie, l’industria, il patrimonio nazionale, l’integrità territoriale.

È attorno a questo nodo che si organizzerà il rapporto tra ciò che resterà della Repubblica islamica e la società iraniana.

Il trauma fondativo: la guerra Iran-Iraq

Sotto la grande narrazione ideologica della Repubblica islamica c’è anche un’esperienza storica concreta che pesa moltissimo: la guerra Iran-Iraq.

A mio avviso è forse l’esperienza che ha plasmato più profondamente la Repubblica islamica, per almeno due ragioni.

La prima è che fu una guerra immensa. Probabilmente la più grande guerra del XX secolo di cui in Occidente quasi nessuno parla. Se si guardano i numeri, più di 500 mila iraniani morirono in quel conflitto. Multipli di quella cifra rimasero mutilati o segnati per la vita. Il profilo sociale del Paese cambiò per via delle migrazioni interne. L’intera economia cambiò, anche perché la Repubblica islamica siglò un nuovo patto sociale con la popolazione: sacrifici e risorse per la guerra in cambio di programmi di protezione e assistenza che avrebbero modificato il carattere stesso del regime.

Inoltre, quella guerra produsse alcune lezioni decisive. L’Iran fu occupato per due anni prima di riuscire a liberarsi. Questo pesa ancora oggi sul modo in cui i dirigenti iraniani pensano alla possibilità di un’occupazione o di una penetrazione straniera. L’idea è: ci siamo già passati, possiamo reggere.

La seconda lezione fu la solitudine. All’epoca, per varie ragioni — anche per colpa dell’Iran stesso, basti pensare alla crisi degli ostaggi americani — gli Stati Uniti e l’Europa sostenevano Saddam Hussein, così come i Paesi arabi e l’Unione Sovietica. Nessuno vendeva armi all’Iran. Nessuno aiutava davvero l’Iran. Qualunque cosa il Paese dovesse fare, doveva farla da solo.

Da qui nasce una parte importante della resilienza che vediamo oggi. Ancora una volta l’Iran è solo. Può darsi che la Cina lo aiuti in qualche forma, o che alcuni Paesi arabi facciano qualcosa, ma non ha alleati naturali né partner strutturali in questa guerra. Tutto ciò che può fare, con i suoi missili, i suoi droni e la sua capacità di adattamento, deve farlo da solo.

Questa condizione, protratta per quarantasette anni, ha creato un Paese capace di arrangiarsi, di improvvisare, di costruire da sé.

Non è una caratteristica esclusiva della Repubblica islamica: la si ritrova anche nel settore privato, nella vita quotidiana, nella cultura materiale del Paese. Se sei un imprenditore a Teheran e produci bottiglie d’acqua, devi imparare a cavartela da solo con tutto. È una mentalità molto diversa da quella di molti Paesi arabi, ed è parte di ciò che oggi si traduce in resistenza e resilienza.

C’è poi un secondo aspetto: tutta la generazione che ha contato davvero nella Repubblica islamica ha ricevuto la sua educazione politica e strategica durante la guerra Iran-Iraq, a cominciare da Ali Khamenei.

Prima era un attivista politico, un oppositore incarcerato più volte, ma non aveva esperienza di governo. Quella guerra lo formò come presidente in tempo di guerra. Lo stesso vale per i comandanti dei Guardiani della rivoluzione. Non passarono attraverso accademie militari tradizionali: la loro scuola fu la guerra di trincea contro l’Iraq.

Per la generazione di Qasem Soleimani, quella fu l’esperienza fondativa. Aveva diciassette anni quando partecipò alla liberazione di Khorramshahr.

La loro visione della guerra, della resistenza, dell’organizzazione militare, del combattimento contro un nemico superiore, nasce lì. Le giovani generazioni iraniane possono anche essersene allontanate o averla dimenticata, ma la vecchia generazione che ha governato il Paese fino a oggi è figlia diretta di quel conflitto.

Dalla difesa avanzata alla guerra per procura
Un altro passaggio decisivo, per capire l’Iran di oggi, è la lunga stagione della guerra per procura, che inizia in modo limitato in Libano nel 1982 ma assume un’importanza molto maggiore dal 2003, con l’invasione americana dell’Iraq, fino all’uccisione di Soleimani nel 2020 e poi fino alle guerre successive al 7 ottobre.

Dopo la guerra Iran-Iraq, Teheran arrivò alla conclusione che non poteva difendersi efficacemente sulla propria frontiera occidentale. È da lì che erano entrati Alessandro Magno, gli eserciti arabi e poi quello iracheno.

Nelle memorie dei comandanti dei Pasdaran e nei proclami di Khomeini, ciò che colpisce è che non si trova quasi affatto l’idea dell’“esportazione della rivoluzione” come la intendiamo spesso in Occidente.

Il dibattito era molto più concreto e militare: la frontiera non è difendibile senza mezzi adeguati, senza carri armati e artiglieria che nessuno ci vende; dunque dobbiamo spostare più avanti il nostro perimetro di difesa.

L’invasione americana dell’Iraq nel 2003 rese questa logica ancora più forte. Per Teheran, quello fu probabilmente il momento in cui la minaccia americana apparve più reale: gli Stati Uniti sembravano pronti a rovesciare uno dopo l’altro tutti i regimi definiti “canaglia”. L’Afghanistan era caduto, l’Iraq pure, Bush aveva inserito l’Iran nell’“asse del male”. La prospettiva di un attacco diretto sembrava concreta.

La risposta iraniana fu chiara: fare in modo che il “coccodrillo”, cioè gli Stati Uniti, non riuscisse a digerire facilmente il suo boccone. È un’espressione che Khamenei usò allora, e che aiuta a capire anche il presente. L’obiettivo non è necessariamente vincere in senso convenzionale, ma rendere l’aggressione troppo costosa, troppo lunga, troppo difficile.

Da qui la costruzione di reti di milizie e alleati armati in Iraq, Siria, Libano, Yemen: una forma di guerriglia regionale contro gli Stati Uniti e Israele. Per i Paesi arabi che hanno dovuto ospitare o subire questa strategia, è stata comprensibilmente percepita come una violazione intollerabile. Ma nella visione iraniana serviva a ricordare costantemente a Washington e a Israele il costo potenziale di ogni attacco diretto all’Iran.

Questa strategia ha funzionato fino a quando ha smesso di funzionare, cioè fino al crollo del sistema di deterrenza successivo al 7 ottobre.

Ma da Teheran si continua a ragionare così: non è stato uno spreco totale, perché per vent’anni, dal 2003 al 2023, quella rete ha protetto il Paese. Se Israele non ha attaccato l’Iran negli anni più duri della crisi nucleare, e se gli Stati Uniti non hanno mai lanciato una guerra diretta, è anche per quel motivo.

Uno Stato costruito per resistere

La Repubblica islamica, sin dall’inizio, non è stata costruita per essere popolare. È stata costruita per essere resiliente.

Sul piano del consenso ha fallito e continuerà a fallire. Ma le sue strutture — dai Basij alla Guardia rivoluzionaria, dal sistema di promozione ideologica al modo in cui coltiva il 15-20 per cento della popolazione che costituisce il suo zoccolo duro — sono state pensate come strumenti di sopravvivenza.

Una parte di questa architettura deriva dalle esperienze di guerra. Un’altra dal fatto che il regime si percepisce da quarantasette anni in lotta con la principale superpotenza del mondo. Un’altra ancora dagli anni iniziali della rivoluzione, quando molti dirigenti furono assassinati in una sorta di guerra civile strisciante contro la sinistra.

La Repubblica islamica non dipende da una sola persona. È un sistema multinodale. È anche per questo che appare caotica e corrotta: non c’è un’unica autorità che domina tutte le altre. Ci sono molteplici centri di potere — nel clero, nelle forze armate, nella burocrazia, nella magistratura, tra gli oligarchi, nel settore economico — collegati fra loro in modi differenti.

Questo spiega perché, anche dopo l’eliminazione di numerosi comandanti dei Guardiani della rivoluzione, il sistema non sia collassato. Resta in piedi, si riorganizza, si adatta.

Il principio è quello che loro chiamano un comando e controllo “a mosaico”: il sistema non deve dipendere mai da un solo decisore. Se elimini una persona, un’altra prende il suo posto; se ne elimini due, ce n’è una terza o una quarta pronta. Per far collassare davvero un sistema del genere non basta decapitarlo una volta: bisogna colpirlo ripetutamente e per lungo tempo.

Missili, droni e guerra asimmetrica

L’altro grande pilastro della resilienza iraniana è l’investimento massiccio nei missili. La guerra di giugno ha mostrato a Israele che il programma missilistico iraniano è più letale e più pericoloso di quanto molti ritenessero prima del conflitto.

Ma anche in questo campo la logica iraniana resta quella della guerra asimmetrica. Le armi più sofisticate sono una parte del quadro; l’altra è la capacità di usare mezzi relativamente poveri con logica di massa.

Il drone Shahed, secondo le stime americane, costa circa 35 mila dollari; secondo gli iraniani molto meno. I componenti elettronici vengono adattati da usi commerciali comuni. E questi droni vengono impiegati sul campo in quantità tali da saturare il nemico.

In un certo senso, sono l’equivalente contemporaneo delle ondate umane della guerra Iran-Iraq. Allora l’Iran non aveva carri armati né superiorità convenzionale; aveva giovani pronti a correre sui campi minati. Oggi il principio è simile: usare quantità, sacrificio, saturazione, adattamento.

Gli iraniani sanno di non poter affrontare gli Stati Uniti e Israele in una guerra convenzionale sul loro terreno. Hanno imparato da Saddam Hussein che Washington può demolire un esercito tradizionale in poche settimane. Per questo scelgono un altro campo di battaglia: il mercato globale dell’energia, le economie del Golfo, lo Stretto di Hormuz.

La loro capacità di escalation laterale consiste precisamente in questo: se Israele colpisce un giacimento iraniano, l’Iran può colpirne uno in Qatar o minacciare il traffico energetico della regione. È una forma di deterrenza diversa da quella classica, ma estremamente potente.

Un Iran sempre più militare

La guerra ha trasformato l’Iran, e lo ha fatto in un modo che non promette nulla di buono.

A mio giudizio ha reso esplicito ciò che era già in atto: l’Iran è ormai uno Stato dei Pasdaran. Non più semplicemente una teocrazia. La lingua dello Stato resta religiosa, le leggi restano religiosamente fondate, ma il cuore del sistema è ormai militare. Il potere reale è nelle mani dei generali.

I Guardiani della rivoluzione erano già molto influenti prima. Ora sono lo Stato in senso ancora più diretto. Restano facciate civili — la Guida suprema, il presidente, pezzi della magistratura — ma il sistema è dominato dai Pasdaran.

Questo produce anche un altro effetto: la guerra ha rafforzato la componente più dura e più aggressiva dell’apparato.

I comandanti che stanno emergendo ritengono che Khamenei sia stato troppo prudente e che proprio questa prudenza abbia finito per invitare l’attacco contro l’Iran. Secondo loro, Teheran avrebbe dovuto reagire con maggiore durezza già quando gli Stati Uniti uscirono dal JCPOA, quando fu ucciso Soleimani, quando furono colpiti altri alleati del regime.

Questo orientamento più aggressivo è già visibile in politica estera. Quello che ancora non sappiamo è che cosa comporterà sul piano interno.

Il nuovo patto sociale

Molto dipenderà da come la guerra finirà, da che cosa l’Iran ne ricaverà e in quali condizioni ne uscirà. Ma una cosa è certa: ci sarà bisogno di un nuovo patto sociale con la popolazione.

Per tre ragioni.

La prima è che gennaio è accaduto. L’alienazione, la rabbia, la disperazione della popolazione non sono scomparse. Il regime non può governare come se nulla fosse successo.

La seconda è la ricostruzione. La guerra avrà conseguenze materiali enormi e imporrà una nuova discussione nazionale su risorse, priorità e distribuzione dei costi.

La terza è che il sistema di potere iraniano sta cambiando. Il nuovo assetto nasce in un contesto diverso e potrà scegliere strade diverse, anche se i segnali iniziali non sembrano incoraggianti.

Quanto alla società iraniana, la maggioranza della popolazione resta, a mio avviso, nello stesso stato d’animo che aveva a gennaio. Forse non è pronta a tornare subito in piazza, ma quella frattura non è stata ricomposta.

Tuttavia, qualcosa è cambiato. Dopo la sollevazione contro l’obbligo del velo e dopo la guerra di giugno, sembrava che il regime volesse abbassare il livello dello scontro con la popolazione grigia, quella non organicamente schierata ma nemmeno pienamente oppositiva.

Invece, ciò che è accaduto dopo ha avuto un effetto diverso: ha rimobilitato la base dura del regime.

Oggi la priorità non sembra più allargare il consenso verso l’esterno, ma consolidare il nucleo fedele da cui provengono Basij e Pasdaran.

È questa base che appare nuovamente energizzata. E la grande domanda, da qui in avanti, è se il potere proverà a governare solo con quella base oppure se tenterà di ricostruire una legittimazione più larga.

Una guerra che cambia le regole

C’è infine una questione più ampia, che va oltre l’Iran. In questa guerra si stanno scrivendo regole nuove, e molto pericolose, per la comunità internazionale.

L’idea della decapitazione dei capi di Stato, per esempio, può essere facilmente giustificata in Occidente dicendo che l’Iran è uno Stato canaglia, un cattivo attore. Ma le regole scritte contro l’Iran non resteranno limitate all’Iran. Diventeranno precedenti. Diventeranno norme di comportamento internazionale.

Per questo molti Paesi stanno osservando questo conflitto non solo in termini morali, ma in termini strategici. Il vecchio ordine internazionale è morto in modo molto evidente. Al suo posto si stanno affermando regole da giungla, che oggi l’Occidente può giustificare perché applicate a un Paese facile da demonizzare, ma che molto presto potrebbero diventare universali.

È anche per questo che vedremo sempre più Stati cercare forme autonome di deterrenza, compresa la deterrenza nucleare. Tutti stanno guardando questa guerra chiedendosi che cosa significhi, d’ora in poi, sopravvivere in un mondo in cui la forza crea da sola le regole.

(Estratto da Appunti)

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