«Un’aliquota forfettaria unica» per le piccole e medie imprese. È quanto prevede il programma di Futuro nazionale, illustrato nelle scorse settimane dal generale Vannacci.
Il quale ha anche aggiunto che «il moltiplicarsi delle partite Iva aderenti» al forfait oggi vigente per i piccoli è segno che il regime in questione «ha funzionato benissimo». Stando così le cose – si è chiesto il generale – perché mai tutto questo «non deve funzionare per le piccole e medie imprese?». Un allargamento del metodo forfettario, inoltre, sempre secondo Vannacci, «solleverebbe» gli autonomi «da una montagna di adempimenti burocratici».
Gli assunti sopra riportati sono segno di una conoscenza parziale delle problematiche e, in termini concreti, appaiono impraticabili. Anzitutto, l’aliquota forfettaria è sempre controindicata per un’applicazione generalizzata: qualsiasi forfait ha la sua ragion d’essere nel presidio di una specifica nicchia.
Quanto all’esempio proposto dal generale, si tratta di un modello che negli ultimi anni si è diffuso a dismisura. Il regime in parola può essere definito come il “paradiso dei piccoli”, a confronto con l’“inferno dei grandi”. Tecnicamente, il forfait in questione è un combinato disposto tra flat tax ad aliquota ridotta, lato Irpef, e “detrazione forfettaria agevolata” (pari al 100%), lato Iva. E proprio dal lato Iva, tuttavia, qualunque commercialista sa bene quanto sia impraticabile aumentare oltre 85mila euro la soglia del volume d’affari, qualora lo si volesse davvero assoggettare a un tipo di detrazione forfettaria: si fa prima ad abolire l’Iva.
Il vigente forfait, dicevamo, è un vero paradiso poiché garantisce ai beneficiari maxi-sconti d’imposta fino al 90 per cento. E tuttavia, si tratta di una risposta distorsiva a un’esigenza di equità più che legittima, fortemente sentita dal popolo delle partite Iva. L’anomalia è che oggi questa scontistica viene accordata senza proporzionalità, senza limiti né controlli. Ed è tutta qui la ragione dell’exploit di adesioni. Per cui, diversamente da quanto affermato da Vannacci, si deve ritenere che il loro «moltiplicarsi» sia tutt’altro che un segno di “buon funzionamento”.
Nel 2024 (dato aggiornato di recente dalla Corte dei Conti) i forfettari hanno raggiunto la soglia di oltre 2 milioni, contro le decine di migliaia dei primi tempi, quando, nel post-2011, la maxi-agevolazione era circoscritta a una nicchia di soggetti «minimi» e «marginali» (massimo 30mila euro di ricavo). A ciò si aggiunge che, da ultimo, tra le partite Iva avviate nel 2025 (fonte: Mef), ulteriori 242.529 contribuenti hanno optato per il regime forfettario.
Al di là di questi numeri, tuttavia, è giusto domandarsi in che modo Futuro nazionale intende «estendere» il già gremitissimo forfait: si vogliono forse tassare al 5% le partite Iva ordinarie e, al contempo, magari, riconoscere loro l’esenzione dall’Iva!? Se invece s’intende razionalizzare il modello vigente, cosa ampiamente auspicabile e anzi necessaria, bisogna essere consapevoli che la priorità è rivoluzionare il sistema per intero, atteso che, sottotraccia, il malfunzionamento è grave e ormai sin troppo diffuso, specialmente a danno degli autonomi di dimensione medio-piccola. Nel caso specifico, l’anomalo “moltiplicarsi della platea” è frutto dell’intreccio di due ragioni precise: il maxi-sconto fiscale, combinato con l’assenza di idonei filtri di accesso al beneficio.
Ad esempio, un avvocato forfettario con 85mila euro di fatturato (questa oggi è la soglia di accesso) e 50mila euro di reddito, fra Iva e Irpef, pagherà 2.500 euro annui; dall’altro lato, il collega gemello senza forfait, a parità di reddito e con soli 1.000 euro di ricavi in più (oltre-soglia), è tassato invece dieci volte tanto: quest’ultimo, invero, vedrà esplodere l’Irpef, da 2.500 a 6.700 euro, mentre l’Iva annua da 0 euro sale a 19.000 euro (importo da cui potrà scomputare l’eventuale Iva d’acquisto, di solito, in questi casi, per valori poco rilevanti).
La concomitanza di sistemi di controllo particolarmente deboli, percepiti come pressocché inesistenti, oltretutto, comporta che quasi certamente i due avvocati si assicureranno entrambi il forfait dichiarando tutti e due meno di 85mila euro, quale che sia il loro fatturato effettivo, fatta eccezione unicamente per il caso in cui l’avvocato ‘più sfigato’ abbia dovuto dichiarare oltre 85 mila euro. Stiamo parlando, in quest’ultimo caso, dell’ipotesi in cui l’obbligo di fatturazione per intero discenda non dai controlli, ma dal tipo di clientela, come può essere il caso della pubblica amministrazione per l’avvocato, o dell’impresa editrice per la partita Iva freelance.




