Il caos giornalistico con cui si racconta e si fantastica delle prossime elezioni politiche e del prossimo Presidente della Repubblica va contestualizzato e ridimensionato. Si tratta senza dubbio di una situazione molto incerta. Giorgia Meloni si avvia al voto con un ridimensionamento fisiologico, la cui causa non è più solo il logoramento inevitabile ma anche l’inopinata mina Vannacci, per contenere il pericolo della quale si potrebbero coagulare ipotesi centriste capaci di rosicchiare su entrambi i fronti. Mentre le opposizioni lasciano irrisolti i nodi da sciogliere prima di un voto, che possiamo ipotizzare sia fissato qualche mese di anticipo rispetto alla fine legislatura.
È però vero che il nodo più aggrovigliato è quello presidenziale. Il clamoroso danno inferto dal secondo mandato concesso prima a Napolitano e poi a Mattarella è che, rompendo la sacralità implicita di quello unico, apre a ipotesi di rinnovi sine die. Tra due anni l’attuale capo dello Stato, che appare in ottima forma, potrebbe essere pregato di restare e potrebbe cedere, ovviamente nel supremo interesse dell’Italia. I cambiamenti di postura che si notano nelle sue uscite e apparizioni pubbliche avvalorano il sospetto, sta diventando decisamente più pop. Il Mattarella 3 è un’ipotesi soprattutto se fosse ancora sul tavolo quella di fargli succedere la prima donna presidente nella persona di Giorgia Meloni. Ora c’è e potrebbe esserci per i prossimi anni, specialmente se Ignazio La Russa smetterà di sostenerla.
Ma il deficit di stabilità e credibilità, il livello inquietante di incertezza delle democrazie è un dato epocale e globale, non contingente e italiano. La battuta sul terzo mandato di Donald Trump è difficile da pesare poiché pronunciata, come spesso capita col Presidente USA, tra il serio e il faceto, con fine evidentemente provocatorio, mentre si trovava con i giornalisti che in parte lo odiano, ricambiatissimi. Ma è comunque indicativa di un desiderata. Trump senza dubbio aspira all’eternità del potere, è mosso da un’ambizione smisurata e quasi del tutto priva di aggancio alla realtà. Oltretutto potrebbero incentivarlo a spingere in questa direzione i poteri costituzionali e istituzionali statunitensi, che appaiono alquanto indeboliti (percezione vaghissima, chiariamo, da osservatore lontano e distratto).
Anche la dichiarazione di abolizione delle elezioni di Daniel Ortega, con una riforma che potrebbe essere approvata a breve, è interessante: per la sua spudoratezza da grande dittatore e per la sua sostanziale ininfluenza, visto che le ultime consultazioni tenute in Nicaragua sono state delle beffe, delle truffe, condizionate da brogli e minacce, utili solo a sancire lo stato di fatto. Gli Stati sudamericani, del resto, faticano un po’ tutti a conservare uno status democratico pieno, per tanti fattori, tra cui la presenza di un’economia criminale pervasiva e di un potere militare asfissiante. Considerazioni che potremmo estendere a un’altra buona parte del pianeta, quella afroasiatica.
Ma se guardiamo in casa europea la situazione non migliora di moltissimo. Partiamo dall’Unione, che è retta da una leader con una maggioranza rabberciata in cui convivono forze diverse, incluse alcune i cui elettorali non hanno alcuna simpatia per Ursula von der Leyen, per esempio quello di FDI. La presidente in carica è stata, tra l’altro, fortemente screditata dalle rivelazioni sui suoi comportamenti e interessi ai tempi della pandemia ma l’Europa non è riuscita a produrre un leader migliore con cui sostituirla.
Anche al livello degli stati nazionali la situazione continentale non migliora moltissimo. Non stiamo a dettagliare, ma sappiamo che anche in Spagna e Germania c’è un certo deficit democratico, una debolezza e un’instabilità dei sistemi di rappresentanza. La Gran Bretagna vive una fibrillazione permanente, cambia governi con la stessa frequenza dell’Italia della peggior prima Repubblica. In Francia è a fine mandato un presidente che ha resistito, resistito, resistito, con il risultato di produrre un probabile caos elettorale, tra l’insistenza di Marine Le Pen nel candidarsi al posto di Bardella e Mélenchon, probabile aspirante presidente delle sinistre che però faticherà a convincere i moderati. Uno scontro tra due estremisti non fa stare tranquilli, e il merito è tutto di Emmanuel Macron.






