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E-commerce, ecco quanto pesano le tasse in Italia. Report Luiss

Secondo uno studio della Luiss, il commercio online registra nel 2024 un carico fiscale complessivo del 20% sul valore aggiunto, superiore ad agricoltura e vicino ai comparti più tassati. Tra i 25 maggiori contribuenti italiani, 13 sono imprese commerciali. Numeri e dettagli.

La pressione fiscale effettiva sulle imprese del commercio resta tra le più elevate dell’economia italiana e il commercio online non beneficia di un trattamento tributario più favorevole rispetto a quello tradizionale. È quanto emerge dalla terza edizione dello studio La fiscalità delle imprese in Italia, realizzato dalla Luiss Business School e basato sull’analisi dei bilanci 2024 delle principali aziende italiane.

IL COMMERCIO RESTA TRA I SETTORI PIÙ TASSATI

Secondo lo studio, nel 2024 il carico fiscale complessivo – dato dalla somma delle imposte dirette e degli oneri sociali – rapportato al valore aggiunto è pari al 19 per cento nel commercio al dettaglio tradizionale, al 20 per cento nel commercio online e al 21 per cento nel commercio all’ingrosso.

Il quadro risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2023. Soltanto il settore delle costruzioni registra un aumento, passando dal 22 al 23 per cento, mentre l’agricoltura continua a presentare il livello più basso (12 per cento) grazie ai regimi agevolati.

Se invece il prelievo viene rapportato ai ricavi, il commercio figura tra i comparti meno gravati, con un’incidenza intorno al 3 per cento. Secondo gli autori, ciò dipende dall’elevata incidenza dei costi intermedi e dai bassi margini operativi del settore, che presenta un Return on Sales (Ros) mediano pari al 3 per cento.

L’E-COMMERCE NON È FAVORITO DAL PUNTO DI VISTA FISCALE

Uno dei temi affrontati dal rapporto riguarda il trattamento fiscale del commercio online.

Gli autori osservano che Ires e Irap non prevedono differenze tra imprese tradizionali ed e-commerce. Tuttavia, le aziende che operano online devono affrontare adempimenti più complessi, soprattutto in materia di Iva, dove le piattaforme digitali e i marketplace sono chiamati a svolgere crescenti funzioni di riscossione e controllo. A questo si aggiungono strumenti come la Digital Services Tax e il Pillar II della Global Minimum Tax, che aumentano la complessità del quadro fiscale per alcune grandi imprese digitali.

LA WEB TAX: FACCIAMO CHIAREZZA

Lo studio sottolinea inoltre che è improprio confondere il commercio elettronico con la Web Tax. Le imposte sui servizi digitali colpiscono infatti le grandi piattaforme che operano nella pubblicità online, nell’intermediazione tra utenti e nello sfruttamento dei dati, mentre la vendita diretta di beni tramite e-commerce ne è espressamente esclusa. Diverso è il caso dei marketplace, che possono essere soggetti al prelievo in quanto intermediari.

NON È VERO CHE LE IMPRESE DIGITALI PAGANO MENO TASSE

Il rapporto prende posizione anche su un tema ricorrente nel dibattito pubblico: l’idea che le imprese digitali paghino sistematicamente meno imposte rispetto a quelle tradizionali.

Secondo gli autori, diverse analisi basate sui bilanci reali ridimensionano questa convinzione, mostrando che le aliquote fiscali effettive del comparto digitale risultano “simili o persino superiori” a quelle delle imprese tradizionali.

Per questo motivo lo studio si differenzia dalle analisi internazionali che stimano aliquote teoriche su investimenti ipotetici o si concentrano esclusivamente sulle grandi multinazionali del digitale. L’indagine della Luiss misura invece il prelievo fiscale effettivamente sostenuto dalle imprese italiane sulla base dei dati di bilancio.

IL CARICO FISCALE DELL’ONLINE È AUMENTATO DAL 2016

L’analisi storica mostra un andamento diverso tra commercio tradizionale e commercio online.

Tra il 2016 e il 2024 il carico fiscale complessivo del commercio online è cresciuto in modo pressoché continuo, aumentando di circa cinque punti percentuali e tornando nel 2024 ai livelli precedenti alla pandemia. Secondo gli autori, l’incremento è dovuto soprattutto alla componente tributaria.

La componente contributiva, invece, pur essendo in recupero dopo il 2021, resta inferiore ai livelli pre-Covid nella maggior parte dei settori.

L’INFLUENZA DELL’INFLAZIONE

Lo studio invita anche a interpretare con cautela i dati nominali del 2024.

Pur essendosi attenuata rispetto alla forte crescita dei prezzi del biennio 2022-2023, l’inflazione rimane incorporata nei bilanci analizzati. Di conseguenza, parte dell’aumento dei ricavi e della produttività riflette il livello dei prezzi piuttosto che una crescita reale dell’attività economica.

Nel solo passaggio dal 2023 al 2024 il valore aggiunto per dipendente dei comparti commerciali è aumentato tra il 14 per cento e il 16 per cento, con incrementi superiori al 20 per cento nel settore dell’alloggio e della ristorazione, mentre il carico fiscale rapportato al valore aggiunto è rimasto sostanzialmente invariato.

NEL CENTRO-NORD SI PAGA PIÙ CHE NEL MEZZOGIORNO

L’analisi territoriale evidenzia differenze significative tra le diverse aree del Paese.

A parità di settore economico, il carico fiscale rapportato al valore aggiunto risulta mediamente più elevato nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno, con differenze statisticamente significative per tutti i comparti del commercio.

Secondo gli autori, il fenomeno può dipendere dalla maggiore dimensione media delle imprese, da una base imponibile più ampia e da livelli più elevati di regolarità fiscale nelle regioni settentrionali.

LE PMI DIGITALI CRESCONO PIÙ VELOCEMENTE

La principale novità dell’edizione 2026 riguarda un’analisi dedicata a circa 170.000 piccole e medie imprese del commercio e del manifatturiero.

Secondo lo studio, le Pmi che operano anche attraverso il canale digitale hanno registrato nel biennio 2023-2024 una crescita mediana dei ricavi del 6,7 per cento, contro l’1 per cento delle imprese attive esclusivamente nei canali tradizionali.

Il vantaggio è ancora più marcato tra le imprese con meno di cinque anni di vita (22 contro 9,4 per cento) e nelle aree interne, dove le aziende online crescono dell’8,4per cento, oltre sette volte il tasso registrato dalle imprese tradizionali negli stessi territori.

Gli autori osservano inoltre che, a fronte di un carico fiscale simile – circa il 20 per cento del valore aggiunto – le imprese digitali presentano una minore intensità di lavoro (46,4 contro 54,5 per cento) e ricavi per dipendente superiori del 31 per cento.

IL RUOLO DI AMAZON IN ITALIA

Amazon, colosso tecnologico statunitense e una delle maggiori piattaforme mondiali di e-commerce, ha dichiarato un contributo fiscale complessivo in Italia superiore a 1,7 miliardi di euro nel 2024, in crescita del 21 per cento rispetto agli 1,4 miliardi dell’anno precedente. Il dato – comunicato dalla stessa società, tra i venticinque maggiori contribuenti fiscali nel nostro paese – comprende sia le imposte direttamente sostenute dal gruppo sia quelle raccolte e versate per conto di clienti, dipendenti e altri soggetti.

Nel dettaglio, Amazon indica in 420 milioni di euro (+22 per cento) le imposte pagate direttamente, tra cui Ires, Irap, imposte sulla proprietà, contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, dazi e Digital Services Tax, mentre oltre 1,4 miliardi di euro (+30 per cento) riguardano imposte riscosse e trasferite allo Stato, principalmente Iva e contributi previdenziali dei lavoratori.

Il gruppo guidato da Andy Jassy sottolinea che la propria presenza fiscale deve essere valutata considerando l’intero ecosistema di imposte generate dall’attività economica e non soltanto quelle versate sugli utili societari. Amazon opera in Italia da oltre quindici anni e sostiene di aver costruito una presenza industriale attraverso investimenti in infrastrutture, tecnologia e occupazione. La società precisa inoltre che le proprie controllate europee, tra cui Amazon Eu Sarl e Aws Emea Sarl, dichiarano ricavi, profitti e imposte nei paesi in cui operano, nel rispetto delle normative fiscali locali.

TRA PROFITTI E RICAVI

Nel documento dedicato alla fiscalità, Amazon contesta una lettura del contributo delle imprese digitali basata esclusivamente sul confronto tra fatturato e tasse pagate. Secondo il gruppo, la capacità contributiva di un’azienda deve essere valutata sui profitti e non sui ricavi, considerando il peso degli investimenti, dei costi operativi e della concorrenza sui margini. La società ricorda inoltre che nei sistemi fiscali moderni una quota rilevante del gettito deriva dalle imposte sui consumi: citando dati internazionali, Amazon evidenzia che in media le imposte sul reddito delle società rappresentano circa il 12 per cento delle entrate fiscali dei paesi, mentre quelle sui consumi circa il 31 per cento.

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