Semplificare o eliminare dall’etichettatura dei prodotti ingredienti “Frankenstein”. Così Nestlé intende affrontare la crescente diffidenza dei consumatori di fronte a interminabili liste di ingredienti dai nomi poco simpatici che rischiano di far virare le persone su prodotti meno processati. Per realizzare il suo piano, la multinazionale si è rivolta direttamente al team del Segretario alla Salute Usa Robert F. Kennedy Jr.
Ma Nestlé non è l’unica. La sua attività di lobbying rientra infatti in uno sforzo più ampio dell’industria alimentare, a cui prendono parte anche Coca-Cola, Pepsi e Cargill. Ma anche la tedesca Aldi sta eliminando decine di ingredienti dai prodotti in vendita affinché i clienti “possano sentirsi tranquilli quando li mettono nel carrello”.
L’ESCAMOTAGE DI NESTLÉ
Stando a un’esclusiva di Reuters, Nestlé, produttrice tra gli altri di Nescafé e KitKat, sta chiedendo alle autorità statunitensi di consentire descrizioni più semplici sulle confezioni, utilizzando nomi comuni al posto di quelli scientifici. L’obiettivo è evitare che i consumatori respingano ingredienti poco familiari anche quando sono di origine naturale o considerati sicuri dai regolatori.
Tra gli esempi indicati dalla multinazionale c’è la sostituzione della dicitura “acido ascorbico” con “vitamina C” e di “beta-carotene” con “vitamina A”. “A volte il modo in cui dobbiamo descrivere gli ingredienti negli Stati Uniti fa sembrare che si tratti di cibo Frankenstein. In realtà è un ingrediente naturale che i consumatori conoscono con un nome comune”, ha dichiarato a Reuters un ex dirigente di Nestlé.
Le regole statunitensi richiedono spesso l’utilizzo sulle confezioni di termini tecnici poco riconoscibili, senza considerare l’uso previsto dell’ingrediente. Secondo fonti del settore, questo può scoraggiare gli acquisti e ha spinto alcune aziende a modificare le ricette per eliminare determinati componenti.
In Europa, invece, l’indicazione può dipendere dall’utilizzo dell’ingrediente: una sostanza come l’acido ascorbico può essere indicata come “antiossidante (acido ascorbico)”, “acido ascorbico (vitamina C)” oppure semplicemente “vitamina C”.
CONSUMATORI ALLA RICERCA DI INGREDIENTI COMPRENSIBILI
La richiesta di etichette più semplici arriva in un momento in cui i consumatori prestano maggiore attenzione alla composizione dei prodotti. Un rapporto di Innova Market Insights, afferma Reuters, ha rilevato che circa tre quarti dei consumatori nordamericani riconsiderano i propri acquisti a causa degli elenchi degli ingredienti sulle confezioni. La maggior parte cerca ingredienti riconoscibili e facili da comprendere.
Stefan Palzer, responsabile tecnologico di Nestlé, ha confermato che l’azienda sta svolgendo attività di lobbying attraverso associazioni di categoria per rendere le etichette meno complesse: “Cerchiamo di ridurre gli ingredienti che non sono compresi dai consumatori ogni volta che è possibile, senza compromettere la sicurezza, la qualità o la funzionalità del prodotto”.
Alcuni sostenitori della salute pubblica, tuttavia, ritengono che un’etichettatura meno scientifica possa risultare fuorviante e rendere più facile per le grandi aziende alimentari nascondere la presenza di additivi nei propri prodotti.
LA GUERRA IN TRIBUNALE DI BIG FOOD
La pressione per modificare le etichette si inserisce in un confronto più ampio tra governi e industria alimentare sugli alimenti ultra-processati. Un’indagine del Guardian, realizzata con accademici, Lighthouse Reports e una coalizione di media internazionali, ha rilevato 235 cause presentate tra il 2010 e il 2025 contro politiche sanitarie riguardanti gli alimenti ultra-processati in Messico, Colombia, Brasile, Stati Uniti e Regno Unito.
Tre quarti dei procedimenti sono stati avviati da produttori di alimenti ultra-processati o da associazioni di categoria che li rappresentano. Tra le aziende coinvolte nei casi in cui il ricorrente era identificabile figurano otto gruppi: Coca-Cola, PepsiCo, Mondelēz, Kellogg’s, Danone, Ferrero, Xignux e Heartland Food Products Group.
Le cause hanno riguardato soprattutto le etichette di avvertimento sulle confezioni, seguite dalle tasse sul cibo spazzatura e dalle restrizioni sul marketing. Secondo l’indagine, alcune azioni legali, anche quando non hanno avuto successo, hanno ritardato l’introduzione di politiche sanitarie e impegnato governi e autorità pubbliche in procedimenti complessi e costosi.
TUTTI PAZZI PER I DATTERI
Ma di pari passo con il dibattito sugli ingredienti e sulle etichette, cambiano anche le abitudini dei consumatori, che cercano alternative percepite come più naturali rispetto agli snack ultra-processati. Un esempio lampante è la crescita della domanda di datteri, favorita da ricette diventate virali sui social media, dalla maggiore attenzione alle fibre e dalla ricerca di prodotti con liste di ingredienti più semplici.
Sul supermercato online Ocado, le vendite dei datteri Medjool, riporta il Guardian, sono aumentate del 100% in un anno, mentre le ricerche di burro di datteri e datteri al cioccolato sono cresciute rispettivamente del 458% e del 135%. Nichola Ludlam-Raine, autrice di How Not to Eat Ultra-Processed e portavoce della British Dietetic Association, ha definito questa tendenza una crescita del concetto di “whole food indulgence”, ovvero snack gratificanti ma percepiti come più naturali o ricchi di nutrienti.


