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Come garantire la sostenibilità del sistema pensionistico

La previdenza sociale di fronte alla sfida dell'invecchiamento. L'intervento di Luigi Capoani e Ginevra Vella dello European Youth Think Tank (Eytt)

L’Italia è uno dei Paesi in cui si vive più a lungo al mondo, con una speranza di vita alla nascita di 85,7 anni per le donne e 81,7 anni per gli uomini. Si tratta di un rovesciamento recente: nel 1872 era tra gli ultimi d’Europa, con soli 29,8 anni contro i 40-50 di Francia, Regno Unito e Scandinavia. Il cambiamento nell’aspettativa di vita, unito alla bassa natalità, rende l’Italia uno dei paesi che sta invecchiando più rapidamente.

L’aumento dell’aspettativa di vita rappresenta senza dubbio un successo sociale e sanitario, ma pone interrogativi sempre più rilevanti sulla sostenibilità del sistema previdenziale. Il dibattito sulle pensioni, infatti, non riguarda soltanto l’età pensionabile o gli importi degli assegni, bensì l’equilibrio complessivo tra popolazione attiva, occupazione, produttività e finanza pubblica.

Comprendere queste dinamiche è essenziale per affrontare una delle principali sfide economiche dei prossimi decenni.

Un equilibrio fondato sul patto tra generazioni

Il sistema pensionistico italiano è prevalentemente basato sul principio della ripartizione. Ciò significa che i contributi versati oggi dai lavoratori finanziano le pensioni attualmente erogate. Il funzionamento del sistema dipende quindi dall’equilibrio tra chi lavora e versa contributi e chi riceve una prestazione previdenziale.

Quando il numero dei lavoratori cresce insieme all’occupazione, il sistema tende a mantenersi stabile. Al contrario, se diminuiscono i contribuenti mentre aumentano i pensionati, l’equilibrio finanziario diventa progressivamente più difficile da sostenere.

Per questo motivo il tema della previdenza non può essere affrontato separatamente dalle politiche del lavoro e dalla crescita economica.

Secondo l’OCSE, la spesa pensionistica pubblica italiana è intorno al 16% del PIL, tra le più alte dei paesi OECD e seconda solo alla spesa greca, e di questa spesa almeno un quarto non è finanziata da contributi previdenziali.

L’invecchiamento della popolazione cambia gli equilibri

Come menzionavamo, negli ultimi decenni l’Italia ha registrato contemporaneamente un calo della natalità e un aumento della longevità. Sempre meno giovani entrano nel mercato del lavoro mentre cresce il numero delle persone anziane. Nel 2024 il tasso di occupazione per le persone tra i 60 e i 64 anni era del 47%; il numero è raddoppiato rispetto al 2012, ma rimaniamo comunque 10 punti percentuali sotto la media dei paesi OECD.

Questa trasformazione modifica profondamente il rapporto tra popolazione attiva e popolazione pensionata. In prospettiva, ogni lavoratore sarà chiamato a sostenere una quota crescente della spesa previdenziale, aumentando la pressione sui conti pubblici. La Ragioneria generale dello Stato (MEF) prevede una crescita della spesa pensionistica fino al 17% entro il 2040 e in seguito un calo al 14% nel 2070. A fronte di queste previsioni è necessario considerare che per il calo è stata prevista una crescita della produttività circa nove volte superiore a quella registrata nell’ultimo decennio, oltre a  un flusso migratorio stabile ed un miglioramento del tasso di fecondità. Le previsioni, inoltre, non rendono conto della nuova Legge di Bilancio 2026, che, riducendo l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, spinge la spesa al rialzo.

Il fenomeno è ulteriormente accentuato dall’emigrazione di molti giovani qualificati verso altri Paesi europei. Tra i 25 e i 39 anni la quota di laureati sugli espatri netti è salita dal 32% del 2013-2021 al 51% del biennio 2022-2023.

I dati ufficiali sottostimano il deflusso reale, perché iscriversi all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) comporta la perdita di assistenza sanitaria in Italia e in molti non lo fanno. La prova è nei registri dei paesi di destinazione, dove gli arrivi di italiani contabilizzati superano le partenze registrate dall’Istat. Tra il 2008 e il 2023 nei Paesi Bassi gli immigrati italiani risultano in media quasi tre volte gli espatriati registrati dall’Istat verso i Paesi Bassi.

Alla radice della cosiddetta “fuga di cervelli” c’è la stessa causa che comprime il gettito contributivo di chi resta: i salari. A cinque anni dalla laurea chi è andato all’estero porta a casa il 61,7% in più di chi è rimasto, ed è esattamente il motivo di fuga. Il sistema perde così due volte: sui salari fermi di chi resta e sui contributi di chi parte, che sono sempre più spesso laureati e quindi sopra la media contributiva.

Il ruolo dell’INPS nella sostenibilità del welfare

L’INPS rappresenta il principale pilastro della protezione sociale italiana, ma da tempo ha smesso di essere solo un ente pensionistico. Accanto alle pensioni gestisce prestazioni assistenziali, sostegni al reddito, ammortizzatori sociali e misure dedicate alle famiglie. L’Assegno unico universale nel 2025 ha raggiunto una copertura del 94,9% dei potenziali destinatari, con oltre 6 milioni di nuclei per circa 20 miliardi di euro, mentre l’indennità di accompagnamento è più che raddoppiata in poco più di vent’anni, da circa un milione di prestazioni a quasi 2,2 milioni. La componente assistenziale non è solo ampia, si tratta della parte di spesa in crescita.

La distinzione è tutt’altro che formale. Le pensioni sono finanziate dai contributi di chi lavora; l’assistenza, invece, è finanziata dalla fiscalità generale. Quando si discute di “sostenibilità dell’INPS”, si mettono nello stesso calderone le voci assistenziali e pensionistiche che però rispondono a due logiche diverse: la prima dipende dalle scelte politiche di bilancio, la seconda dal mercato del lavoro.

Produttività e occupazione sono la vera riforma

Spesso il dibattito pubblico si concentra esclusivamente sull’innalzamento dell’età pensionabile o sulle diverse formule di pensionamento anticipato. Si tratta certamente di strumenti importanti, ma che intervengono principalmente sugli effetti e non sulle cause strutturali.

Presentando il XXV Rapporto alla Camera il 9 luglio, il presidente dell’INPS Gabriele Fava ha detto che “non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito. La sostenibilità previdenziale non si costruisce soltanto modificando requisiti, finestre o coefficienti. Si costruisce prima, dentro il mercato del lavoro”.

La vera sostenibilità previdenziale passa dalla capacità di creare lavoro produttivo, aumentare i salari, ridurre la precarietà e favorire una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto tra giovani e donne. Nel 2025 gli assicurati INPS sono 27,2 milioni, con un incremento del 6,8% dal periodo pre-pandemia. Tra il 2019 e il 2025 aumentano i giovani fino ai 34 anni (+12,4%), le donne (+7,8%) e i lavoratori extra UE (+35,5%).  Il problema non è tanto nel numero di lavoratori, che rimane comunque inferiore alla media europea, ma nel valore che producono. La retribuzione media annua lorda si ferma a 27.649 euro: +14,5% sul 2019, contro un’inflazione cumulata tra il 18,2% e il 20,5%.

L’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale possono contribuire a migliorare la produttività dell’economia. Tuttavia, affinché questi benefici si traducano in maggiori risorse per il welfare, sarà necessario accompagnare la trasformazione digitale con adeguate politiche di formazione e riqualificazione professionale.

Più longevità significa anche nuove opportunità

L’invecchiamento della popolazione viene spesso descritto esclusivamente come un costo. In realtà rappresenta anche un’importante trasformazione economica.

La cosiddetta silver economy comprende infatti tutti i settori legati ai bisogni di una popolazione più anziana: sanità, assistenza, tecnologie per la cura, turismo, servizi finanziari e nuove forme di abitazione. Secondo Itinerari Previdenziali il comparto può generare un’occupazione tra i 4,6 e 5,46 milioni di persone.

Se adeguatamente sostenuti, questi comparti possono generare nuova occupazione, investimenti e crescita economica, contribuendo indirettamente anche al finanziamento del sistema previdenziale.

L’obiettivo non dovrebbe quindi essere soltanto gestire l’invecchiamento, ma trasformarlo in una leva di sviluppo.

Una sfida che richiede una visione di lungo periodo

La sostenibilità della previdenza sociale non si risolve con interventi emergenziali o con singole riforme pensionistiche. È il risultato di un insieme di politiche che riguardano natalità, immigrazione qualificata, occupazione, produttività, innovazione e crescita economica. Il Rapporto INPS ne offre un esempio preciso: i trasferimenti monetari alle famiglie sostengono la natalità mentre i servizi e il lavoro agile sostengono l’occupazione femminile.

La previdenza rappresenta infatti uno dei principali strumenti di coesione sociale. Garantire pensioni sostenibili significa preservare il patto tra generazioni, offrendo sicurezza agli anziani senza compromettere le opportunità delle nuove generazioni.

Per questo motivo il dibattito sul futuro dell’INPS dovrebbe essere affrontato non soltanto come una questione contabile, ma come parte integrante di una più ampia strategia di sviluppo del Paese. Solo una visione di lungo periodo potrà consentire di mantenere un sistema previdenziale equo, sostenibile e capace di accompagnare l’evoluzione demografica dell’Italia.

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