Pur rappresentando il 19% della popolazione mondiale ed essendo molto più esposti di altri alle malattie, gli africani sono in gran parte assenti negli studi clinici. È questa la constatazione, sconcertante, emersa dallo studio pubblicato il 21 aprile dal Journal of the American College of Cardiology, una rivista medica specializzata nella ricerca sulle malattie cardiovascolari – scrive Le Monde.
SOTTO-RAPPRESENTAZIONE NEGLI STUDI CLINICI
Una trentina di ricercatori ha analizzato gli studi clinici randomizzati controllati (RCT) condotti in studi pubblicati tra il 2019 e il 2024 su otto importanti riviste scientifiche internazionali come il British Medical Journal, The Lancet o Nature Medicine. Su oltre 2.000 pubblicazioni, solo il 3,9% proveniva da lavori condotti esclusivamente in Africa e il 9,1% lo era parzialmente. […]
DIFFERENZE DI RISPOSTA AI FARMACI
Sono noti diversi esempi di rischi associati all’assunzione di determinati trattamenti che risultano aumentati nei pazienti subsahariani. Ad esempio, alcuni inibitori utilizzati contro l’ipertensione arteriosa sono stati associati a un rischio più elevato di edema di Quincke nei pazienti di origine africana rispetto ai pazienti bianchi. Potrebbero esserci anche differenze nella risposta o nella frequenza degli effetti indesiderati per alcuni trattamenti del diabete di tipo 2.
SCANDALI ETICI E LIMITI STRUTTURALI
Questi casi evidenziano anche un altro dato di fatto sottolineato dallo studio: le malattie non trasmissibili (come l’ipertensione o il diabete, tra le altre), sebbene siano in aumento nel continente africano, sono oggetto di meno studi rispetto alle malattie infettive. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, le malattie non trasmissibili erano responsabili del 37% dei decessi in Africa nel 2019, contro il 24% del 2000.
Tra i fattori che spiegano la bassa percentuale di sperimentazioni cliniche condotte in Africa vengono citati «investimenti interni limitati, infrastrutture insufficientemente sviluppate [e] una carenza di personale specializzato». Anche analizzando nel dettaglio i paesi africani in cui sono state condotte le sperimentazioni registrate, permangono grandi disparità, poiché più della metà sono state effettuate in Sudafrica.
«Contrariamente a una certa rappresentazione dell’Africa, essa non è affatto un Eldorado delle sperimentazioni cliniche», spiega Guillaume Lachenal, storico della medicina e professore a Sciences Po Paris. Questa immagine, derivante da veri e propri scandali etici che hanno segnato la ricerca nel continente – compresi quelli recenti –, nasconde secondo lui «l’eredità a lungo termine, che è soprattutto quella della negligenza».
Inoltre, «esiste una profonda e legittima diffidenza che influenza il modo in cui le popolazioni e i governi africani interagiscono con i ricercatori stranieri», sostiene Segun Fatumo, epidemiologo a capo della cattedra sulla diversità genomica dell’Università Queen Mary (Londra) e dell’unità sulle malattie non trasmissibili del Consiglio per la ricerca medica in Uganda.
QUALCOSA STA CAMBIANDO?
La mancanza di diversità nella ricerca, in particolare sulle malattie non trasmissibili, si riscontra anche nel campo della genomica (lo studio dei genomi, che riguarda l’insieme dei geni, a differenza della genetica, che si concentra su alcuni di essi).
In un articolo scritto insieme a Oyesola Ojewunmi nel 2025, cita diverse particolarità che meriterebbero di essere studiate più a fondo. Ad esempio, alcune varianti ad alto rischio del gene APOL1, particolarmente frequenti nelle persone originarie dell’Africa occidentale, aumentano il rischio di sviluppare malattie renali. Sono inoltre associate a complicanze renali legate alla drepanocitosi, una malattia ereditaria. Anche gli sforzi di prevenzione sono limitati per le popolazioni non europee, poiché la valutazione delle predisposizioni genetiche si basa su dati provenienti prevalentemente da popolazioni europee.
Ciononostante, «le cose stanno cambiando», assicura Fatumo, che cita in particolare l’iniziativa Eredità umana e salute in Africa (H3 Africa): lanciata nel 2012, ha permesso di condurre una cinquantina di progetti guidati da scienziati africani sul continente, sia sulle malattie non trasmissibili che su quelle infettive.
(Estratto dalla rassegna stampa estera a cura di eprcomunicazione)







