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Come sta e cosa farà l’Europa con l’America trumpiana

L’assicurazione americana è scaduta. All’Ue serve una polizza europea. L'analisi di David Carretta per il Mattinale Europeo.

La Commissione ha presentato un pacchetto di misure d’emergenza per fronteggiare l’aumento dei prezzi dell’energia. Per la terza volta in sei anni, Ursula von der Leyen si trova a gestire una crisi inattesa. Prima il Covid, poi la guerra della Russia in Ucraina con il taglio delle forniture di gas, e ora la guerra di Donald Trump in Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz. A queste crisi se n’è aggiunta una quarta strutturale, quella della competitività dell’Unione europea, diventata prioritaria all’inizio del secondo mandato di von der Leyen con la marcia indietro sul Green deal. In ciascuna occasione la risposta è stata emergenziale. Il rischio della risposta emergenziale è di perdere di vista la vera sfida dell’Ue: costruire una polizza di assicurazione europea, perché quella americana che ha permesso al vecchio continente di prosperare è stata revocata unilateralmente da Donald Trump.

Un rapporto pubblicato dal Laboratorio dell’Unione Economica e Monetaria (EMU Lab) – “Riconfigurare l’Europa in un’economia globale frammentata” – ricorda che “gli Stati Uniti hanno a lungo plasmato le relazioni economiche e politiche internazionali attraverso il loro ruolo di fornitore di ‘assicurazioni globali’”. L’Europa ne è stata uno dei grandi beneficiari attraverso quello che gli autori del “Florence Report” – Marco Buti, Giancarlo Corsetti e Anna Peychev – hanno definito il “modello della responsabilità ridotta”.

Grazie alla polizza di assicurazione fornita dagli americani, gli Stati membri dell’Ue hanno potuto “fare affidamento sulla protezione americana per investire meno nella difesa, contare sul vasto mercato americano per assorbire le esportazioni e i surplus esteri e di ancorare la stabilità finanziaria alla governance egemonica a guida statunitense del diritto internazionale e delle istituzioni commerciali”.

La polizza americana ha permesso all’Ue progressi significativi – mercato unico, euro e allargamento – senza assumersi responsabilità in ambiti chiave come la sicurezza, lo sviluppo economico e la stabilità finanziaria. Con Donald Trump quell’assicurazione non c’è più. “Un contesto globale che passa dall’essere amichevole e solidale a fonte di shock, minacce e instabilità scuote dalle fondamenta il modello di ‘responsabilità ridotta’ dell’Ue, imponendo una scelta fondamentale su cosa potrebbe sostituirlo”, spiega il rapporto.

“Nel passato, la gamba esterna degli Stati Uniti ha permesso di tenere in piedi il tavolo a due gambe (mercato unico ed euro) dell’Ue. Adesso, la terza gamba – a iniziare dalla difesa – dobbiamo costruircela da soli”, dica al Mattinale Europeo Marco Buti, ex capo della Direzione generale Affari economici e finanziari alla Commissione. Ma attenzione. “Il ruolo globale dell’Europa dipende dalla credibilità dell’agenda interna”, avverte Buti.

Di fronte alle ripercussioni della guerra in Iran, il rapporto di EMU Lab sostiene che l’Ue deve “essere pronta a passare alla modalità di gestione delle crisi”. Ma questo “non significa accantonare l’agenda politica auspicata in questo rapporto per dare priorità alle risposte urgenti; al contrario, richiede un’attuazione accelerata. Per una volta, l’Ue deve dimostrare ai paesi terzi, ai mercati e soprattutto ai suoi cittadini di essere pronta e capace di prendere in mano il proprio destino. Un buon punto di partenza potrebbe essere la consapevolezza che l’Europa ha molta più influenza di quanto sembri pensare, soprattutto in quanto Unione molto più forte della somma delle sue parti”, scrivono gli autori.

Il “Florence Report” fa una serie di raccomandazioni incentrate su un’agenda a tre punte. La prima punta è rafforzare il ruolo dell’Europa nel preservare un ordine globale multipolare, sostenendo il multilateralismo e costruendo alleanze con altre potenze medie. Il discorso del premier canadese, Mark Carney, a Davos deve ispirare anche l’Ue.

La seconda punta è completare l’Unione del Risparmio e degli Investimenti per superare la frammentazione finanziaria, migliorare l’allocazione del capitale e sostenere innovazione e crescita, andando oltre la semplice Unione dei mercati dei capitali. Senza un attivo finanziario sicuro europeo – cioè debito comune dell’Ue – non sarà possibile sfruttare tutti i benefici dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti.

La terza punta è garantire un’adeguata fornitura di beni pubblici europei, in particolare in difesa, infrastrutture e tecnologia, per migliorare le prestazioni economiche e l’autonomia strategica in un ambiente globale sempre più conteso. Il modello sociale europeo è considerato un vantaggio. “E’ stato dimostrato che favorisce la stabilità, sostiene l’efficienza del mercato del lavoro e promuove l’innovazione e la propensione al rischio”.

Un altro rapporto dopo quelli di Enrico Letta, Mario Draghi e molti altri, a cosa può servire? Le ricette spesso sono simili, così come l’impazienza degli autori di fronte a Ursula von der Leyen e alla sua abitudine di usare ogni crisi per accantonare le decisioni politicamente difficili per mettere in pratica le loro raccomandazioni. Il “Florence Report” offre un incentivo in più, ispirato dal filosofo scomparso Jürgen Habermas, che aveva sostenuto l’idea di abbandonare un modello di cooperazione altruistico o “caritativo” a favore di un contratto di solidarietà più robusto, basato su un’assicurazione. Gli autori sostengono la necessità di definire un Nuovo Contratto Sociale Europeo, non tra governi e cittadini, ma tra gli Stati membri. I ventisette dovrebbero scambiare una parte della sovranità nazionale in cambio di sicurezza economica e sociale collettiva, crescita sostenibile e rilevanza globale.

La Germania, ostile a ogni forma di mutualizzazione dei rischi e di trasferimento fiscale, sarebbe uno dei principali beneficiari del Nuovo Contratto Sociale europeo, perché è il paese più esposto alle turbolenze globali. “La solidarietà va ripensata: non più una strada a senso unico con trasferimenti da nord a sud e da nord a est, ma un’assicurazione comune basata sull’emissione di un attivo finanziario sicuro, come risposta comune a shock sempre più imprevedibili che colpiranno la Germania quanto e forse di più dei paesi tradizionalmente vulnerabili”, spiega Marco Buti.

Il Nuovo Contratto Sociale Europeo è la potenziale polizza di assicurazione dell’Ue. “Permetterebbe agli Stati membri dell’Ue di accettare possibili svantaggi a breve termine per garantire stabilità a lungo termine, a condizione che ci sia un’aspettativa credibile che gli altri faranno lo stesso in circostanze analoghe”, dice il rapporto. Ma come con le raccomandazioni di Letta e Draghi, ai capi di Stato e di governo servirebbe coraggio e coerenza per sottoscrivere la polizza di assicurazione dell’Ue. Al vertice informale di Cipro è più probabile che lo short-termismo riprenda il sopravvento per rispondere alla crisi della guerra in Iran, rinviando le discussioni sui temi strategici – come il bilancio 2028-34 dell’Ue – a un altro domani.

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