Sta salendo di livello e di intensità il dibattito sulla proprietà delle riserve auree di Bankitalia. Dopo due settimane dal deposito dell’emendamento da parte del senatore Lucio Malan (Fratelli d’Italia), prima “segnalato” e poi dichiarato ammissibile.
Dopo qualche giorno di smarrimento, sono immediatamente scesi in campo i Pasdaran della Bce, di Bankitalia e qualche corazziere in servizio permanente effettivo al Colle. Con il Mef – stando a quanto scrive Repubblica – pronto al parere contrario quando ci sarà da votare l’emendamento in Commissione.
Questo a dimostrare che – aldilà del merito tecnico di cui ci occuperemo di seguito – quell’emendamento ha modesti effetti pratici nell’immediato e rilevanti effetti politici. Insomma una sorta di messaggio nella bottiglia destinato a chi ha orecchie e occhi per leggerlo. Anche se gli argomenti portati dalla controffensiva delle prèfiche inconsolabili de “L’Europa ha sempre ragione” sembrano un po’ grossolani e tagliati con l’accetta.
La nostra lettura è che ci sono diversi modi per mandare frecciatine nemmeno tanto trasversali verso la Banca d’Italia, l’Eurosistema e la UE. Uno è quello di voler stabilire in modo inequivocabile chi è il proprietario delle riserve auree detenute e gestite dalle stanze di Palazzo Koch.
Dopo un tentativo simile durante il governo Conte 1 ad opera del senatore leghista Claudio Borghi, l’emendamento di Malan, capogruppo di FdI al Senato, con altri quattro senatori del suo partito, è lapidario: “Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”.
Parliamo di 2.452 tonnellate di oro depositate per il 44,9 per cento in Italia, per il 43,3 negli Stati Uniti, per il 6,1 in Svizzera e per il 5,7 nel Regno Unito, iscritte nel bilancio 2024 di Bankitalia per197,9 miliardi (147,2 alla fine del 2023), il cui valore al 31 ottobre era arrivato a 275 miliardi. Una cifra di tutto rispetto, equivalente al 13% circa del PIL e al 10% del debito pubblico. Si tratta del terzo stock al mondo per dimensioni, dopo quello degli Usa e della Germania, che saggiamente non è stato mai venduto, resistendo alle numerose crisi finanziarie.
La notizia è stata ripresa lo stesso giorno anche dalla Reuters a cui Malan non ha fornito risposto per chiarire la logica e la finalità dell’emendamento, che subito è stato qualificato come“segnalato”, quindi destinato a proseguire l’iter parlamentare. Al contrario di quanto riportato dalla stessa Reuters, secondo cui appare invece destinato ad essere respinto.
Resta ad oggi sul tavolo un fatto di grande rilevanza politica che dalle parti di Bankitalia – chissà se il governatore Fabio Panetta ha saputo qualcosa in anteprima – potrebbe provocare qualche inquietudine. Perché ovviamente un capogruppo del partito di Giorgia Meloni non si muove mai per caso, peraltro su un tema che da anni costituisce un cavallo di battaglia personale della stessa Premier.
La rilevanza politica è ancora più evidente quando si esamina il profilo tecnico della vicenda. Infatti stabilire che la proprietà sia dello Stato, pur essendo un fatto formalmente molto significativo, non consente a quest’ultimo di disporne liberamente. Questo perché la detenzione e la gestione dell’oro è attribuita per legge alla Banca d’Italia che lo espone tra le proprie attività di bilancio.
Inoltre, poiché la nostra banca centrale è parte integrante del Sistema Europeo delle Banche Centrali (Sebc) – come se fosse una filiale della Bce – sono le regole di questo sistema che bisogna osservare. E uno dei compiti fondamentali assegnati dai Trattati al Sebc è proprio quello di detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera (oro incluso, come esplicitato nel bilancio di Bankitalia), cosa che avviene a livello delle singole banche centrali.
Tali riserve servono per proteggersi dai rischi derivanti dall’esercizio della politica monetaria e dalla gestione di tutte le attività finanziarie del Sebc. Il cui Statuto prevede che tali rischisono in linea generale oggetto di condivisione tra tutte le altre banche centrali nazionali dell’area dell’euro in proporzione alle rispettive quote di partecipazione al capitale (chiave capitale) della BCE. A questo scopo, all’avvio dell’unione monetaria, Bankitalia ha già trasferito alla Bce la proprietà di 141 tonnellate di oro, su un contributo complessivo di 750 tonnellate. Ma questo non significa che non ci possano essere “ulteriori richiami” (articolo 30 dello Statuto del Sebc).
Per maggiore chiarezza: le attività (oro incluso) esposte nel bilancio di Bankitalia concorrono, nella misura del 17,95%, alla condivisione dei rischi connessi alla gestione della politica monetaria e di tutte le attività finanziarie del Sebc. È evidente che se, ad esempio, la Spagna non ha l’oro, concorrerà alla copertura di quei rischi condivisi con altre attività del suo bilancio. E così per tutti gli altri Paesi dell’eurozona.
Tutto questo si riflette proprio nel bilancio dell’istituto di via Nazionale. Dove, a fine 2024, l’oro figurava accanto ad altre attività finanziarie e costituiva ben il 18% delle attività di bilancio, preceduto soltanto dai 591 miliardi di titoli pubblici acquistati con i programmi varati da Mario Draghi nel 2015 e da Christine Lagarde nel 2020. A fronte di queste attività, la passività più rilevante è il debito intra Eurosistema che deriva dall’operatività del sistema Target2 (348 miliardi a fine ottobre in netta discesa rispetto ai 416 del 2024 e ai 521 del 2023). Questi sono debiti su cui peraltro Bankitalia paga alla Bce interessi passivi (circa 20 miliardi) che hanno peggiorato i conti della banca. Tale saldo si crea per effetto dei pagamenti transfrontalieri tra i residenti dell’eurozona che determinano giornalmente un saldo creditore o debitore di ciascuna banca centrale nazionale verso la Bce.
Se questi sono gli assetti di bilancio e le norme, il proprietario – per non restare simbolico – deve concretamente
A questo proposito, sembrano centrate le parole dell’ex-governatore Antonio Fazio: «Se si vende l’oro o della Banca d’Italia o di una delle Banche centrali di Francia e Germania, anche solo parzialmente, si indebolisce l’euro, per questo è necessaria una approvazione, oltre che dalle banche nazionali interessate, anche dal Sistema europeo di banche centrali. Che naturalmente non verrà concessa per non indebolire l’euro»,
Quindi, se la finalità dell’iniziativa del senatore Malan fosse quella di rendere chiaro “Urbi et Orbi” che, con l’euro e l’Eurosistema, al massimo potremmo essere dichiarati proprietari di un bene di cui però non possiamo disporre, con tutte le conseguenze politiche, allora l’emendamento ha già colto nel segno.
In conclusione, sembra essere di scarsa immediata utilità il fatto che la Repubblica Italiana sia dichiarata proprietaria di un bene di cui non può disporre e su cui un terzo soggetto, peraltro indipendente come Bankitalia, ha ampio potere di disposizione nell’ambito dei suoi obiettivi di politica monetaria e di stabilità del sistema finanziario. A meno che questo non sia un passo essenziale e propedeutico alla disgregazione dell’unione monetaria. Un’ipotesi politicamente ardita ma che tecnicamente vede proprio nelle disponibilità delle riserve auree un importante tassello.






