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Perché le midterm per Trump non sono state una delusione

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Il Punto di Marco Orioles su Trump dopo le midterm

Le elezioni di Midterm hanno già mietuto la prima vittima nell’amministrazione Trump. Mentre l’America era incollata ai teleschermi che diffondevano i risultati del voto, il capo della Casa Bianca ha “dimissionato” il ministro della Giustizia Jeff Sessions, che esce di scena ingloriosamente.

Sessions sconta la decisione, all’alba dello scandalo Russiagate, di ricusarsi dalle indagini sulle presunte interferenze russe nelle presidenziali 2016. Una scelta obbligata, per Sessions, dato che fu beccato a trescare con l’ambasciatore russo durante la campagna elettorale. Ma per Trump, il farsi da parte di Sessions rappresentò una debolezza ingiustificabile, che lo costrinse a mandare giù il rospo della maxi-inchiesta condotta dal procuratore speciale Robert Mueller senza la ciambella di salvataggio di un ministro della giustizia accondiscendente. Ieri così, per Sessions, è arrivato il finale di partita: al suo posto, subentra il suo capo di gabinetto Matthew Whitaker, che l’ex chief of staff di Trump, John Kelly, ebbe a definire “gli occhi e le orecchie della Casa Bianca nel ministero della Giustizia”.

La mossa di Trump suona come una manovra preventiva, volta a scudarsi dal potere di inchiesta di una Camera dei Rappresentanti finita, con il voto di martedì, in mani democratiche. Galvanizzata dalla vittoria alle urne, l’ala radicale del partito dell’Asinello sogna di precipitare la presidenza nel calvario di occhiute commissioni parlamentari e meticolose indagini, che potrebbero culminare con la procedura di impeachment. Ma l’idea di mettere in croce The Donald non va a genio al fronte moderato dem che si riconosce nella leadership di Nancy Pelosi, la potente deputata italo-americana riconfermata al suo posto ed avviata alla carica di Speaker della Camera. Alla quale The Donald lancia un ramoscello d’ulivo: “Con i democratici io parlo da sempre”, ha dichiarato ieri in conferenza stampa il presidente. ”Governeremo insieme. Abbiamo molti punti in comune”.

Più che ad un dialogo bipartisan, lo scenario di un potere legislativo diviso, con la Camera tinta di blu e il Senato in rosso, prelude tuttavia a scontri serrati tra i due partiti, divisi pressoché su tutto. Ora che possono bloccare l’agenda legislativa del presidente, i democratici si diletteranno nell’esercizio di un sistematico ostruzionismo, specie nei riguardi dei progetti più acuminati del capo della Casa Bianca, come il famigerato muro col Messico. Ma i più avveduti, tra i Dem, sanno che il gioco potrebbe risultare pericoloso. Si rischia, infatti, di regalare a Trump il più prezioso degli alibi: attribuire agli avversari la responsabilità della paralisi del processo decisionale, e presentarsi alle presidenziali del 2020 con il manto della vittima della perfidia altrui.

Delle elezioni di midterm si è parlato come di un referendum su Trump e il trumpismo. È stato senz’altro così. Se il nome del tycoon non era nelle schede, gli elettori sono andati a votare – in numeri inediti per le consultazioni di metà mandato – con l’intento di sanzionare, in positivo o negativo, il presidente agitatore e le sue politiche corrosive. Ma se all’appuntamento elettorale Trump si è presentato con il fardello di indici di gradimento poco lusinghieri (40%, secondo Gallup), gli americani non lo hanno censurato in massa. L’onda blu preconizzata dagli strateghi democratici non si è materializzata nell’intensità prevista, e si è arrestata sulla soglia degli Stati rossi aggrappati al tradizionale sostegno repubblicano. Ai successi democratici, che riescono ad eleggere candidati icona come la pasionaria socialista Alexandria Ocasio Cortez e ad espugnare alcuni “Stati della rabbia” come Pennsylvania, Wisconsin e Michigan (conquistati da Trump nel 2020), i repubblicani possono contrapporre gli exploit in stati come il Texas, dove viene sconfitto un papabile candidato alla presidenza come Beto O’Rourke e riconfermato il senatore Ted Cruz.

Se dunque i prossimi due anni di presidenza Trump saranno in salita, con i deputati pronti a dare l’assalto al fortino della West Wing, la campagna per la rielezione nel 2020 non è affatto pregiudicata. La geografia elettorale mostra come The Donald goda ancora del favore di una parte consistente di elettorato, quello bianco, maschio, rurale, più in là negli anni e meno scolarizzato. Questi segmenti sono ancora stregati dall’effetto Trump, dal suo populismo sui generis fatto di battaglia campale contro i simboli del globalismo progressista, solidale e tollerante. È l’America che si riconosce nel mantra dell’America First e del Make America Great Again, che non disdegnano l’agenda nazionalista ed arrembante di un presidente che muove guerra al rivale cinese a colpi di dazi, smantella il Nafta e sogna la resurrezione della Rust Belt e la redenzione degli “uomini dimenticati” da generazioni di politici che hanno privilegiato il commercio estero alla difesa dei posti di lavoro a stelle e strisce.

Su queste battaglie, l’America profonda è disposta ancora a dare credito a Trump. E i democratici, privi di una leadership definita e divisi tra l’ala moderata e una frangia barricadiera e socialisteggiante (quella che, nella retorica presidenziale, vorrebbero trasformare gli Usa in un nuovo Venezuela), non sembrano al momento in grado di andare all’offensiva con l’efficacia necessaria. Se non risolverà la sua crisi d’identità, il Partito Democratico non sarà in grado di scalzare da potere un leader capace come pochi di immedesimarsi in un popolo che vota d’istinto e non disdegna chi parla in modo schietto, con toni accalorati e spandendo veleno a sinistra.

Senza un colpo d’ala, per i Dem il successo di martedì si rivelerà come una vittoria di Pirro. Senza costrutto, e senza prospettive.

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