Economia

Pensioni, tutti gli effetti di quota 41 escogitata da Salvini

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Il commento di Giuliano Cazzola sulla quota 41 proposta dal vicepremier Matteo Salvini

Il contratto giallo-verde era chiaro: la manomissione della riforma delle pensioni del 2011 sarebbe avvenuta in due tempi: prima quota 100 e poi – come misura di carattere strutturale – quota 41 (a prescindere dal requisito anagrafico). ‘’Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro – così parlò Zaratustra – quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti’’. Fino ad ora si è ragionato nei termini ricordati, anche se ogni giorno ha dovuto scontare la sua pena. Poi, Matteo Salvini, in una splendida giornata di ottobre, ha deciso che – come afferma la canzone – ‘’si può fare di più’’.

CHE COSA CI SARA’ SULLE PENSIONI DELLA LEGGE DI BILANCIO

Così, nel disegno di legge di bilancio dovrebbero entrare ambedue le misure. Ovviamente tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo un braccio di mare. In questi mesi ne abbiamo sentite di tanti colori che ci siamo rassegnati ad aspettare. Di numeri ne sono stati fatti parecchi, sia pure nel contesto di una riffa tra i due caporioni che si contendono la parte più consistente del bottino (in deficit) da destinare, ciascuno, allo sventolio delle bandierine della propria contrada. Ci interessa in questa fase – è un elemento sottovalutato rispetto a quello, pur rilevante, dei costi e delle coperture – ricordare le stime che vengono compiute (e condivise) sul numero ‘’in più’’ dei trattamenti anticipati derivanti dalle nuove norme che proprio quell’istituto intendono favorire.

ECCO GLI EFFETTI POTENZIALI DELLE MISURE GIALLO-VERDI SULLE PENSIONI

Grazie alle nuove misure altri 400mila pensionati potrebbero aggiungersi a quanti – e sono la maggioranza nei flussi della quiescenza del lavoro dipendente – vanno normalmente in congedo anticipato ogni anno. Ma i numeri potrebbero lievitare con oneri sul bilancio statale che, a regime, potrebbero arrivare 20 miliardi di euro. Val la pena di chiedersi se un possibile esodo di massa sia sostenibile non solo sul versante dei conti pubblici (come ormai sembra accertato in senso negativo), ma pure dal lato delle dinamiche del mercato del lavoro, soprattutto per quanto riguarda l’offerta.

IL SALDO TRA USCITE ED ENTRATE

Gli esodi anticipati in più avranno corso in larga prevalenza tra la popolazione maschile delle regioni settentrionali (dove si è prossimi al pieno impiego). I lavoratori (anziani per modo di dire) in uscita saranno comunque in numero maggiore dei giovani in entrata, per banali ragioni demografiche. Del resto, lo ammettono candidamente anche gli strateghi giallo-verdi quando affermano che ogni due pensionati in più ci sarà un giovane che troverà lavoro. Bene: 400mila anziani usciranno; 200mila giovani entreranno. E gli altri posti che si renderanno vacanti chi li coprirà? La risposta è semplice: o arriveranno altri stranieri, oppure i padroncini del Nord, cari alla Lega, si troveranno in difficoltà non perché tartassati dalle tasse, ma perché non potranno reperire sul mercato del lavoro personale sufficiente ed adeguato per ‘’far girare le macchine’’ nelle officine.

CHE COSA POTREBBE SUCCEDERE NEL PUBBLICO IMPIEGO

Non parliamo poi del pubblico impiego. I sindacati dei medici ospedalieri hanno espresso una preoccupazione molto seria: le nuove regole pensionistiche potrebbero provocare un esodo di massa di camici bianchi, al punto da mettere in crisi le strutture sanitarie. Che cosa si risponde a tali obiezioni di buon senso, fondate sull’esperienza di decenni? ‘’Ma come? Non esiste un alto livello di disoccupazione soprattutto giovanile?’’.

LA VERSIONE DI BOERI DELL’INPS

A queste considerazioni ha replicato il presidente dell’Inps, Tito Boeri: ‘’Non c’è nessuna garanzia che i giovani vadano a sostituire i nuovi pensionati dal momento che le aziende reagiscono a seconda delle situazioni in cui si trovano e potrebbero approfittare di questo per gestire lo smaltimento organici. Nella storia del nostro Paese non c’è mai stata la sostituzione dei pensionati con i giovani’’.

LO SCENARIO

In sostanza, il governo giallo-verde rischia anche in questo caso di ritrovarsi nella medesima situazione del decreto (in)dignità: di avere più pensionati, ma meno lavoratori occupati, soprattutto nelle aree in cui la ripresa c’è stata ed in atto.

LA REALTA’ DEL MERCATO DEL LAVORO

Del resto, anche a voler prendere per buoni i ragionamenti da Bar Sport a cui ci hanno abituati (la riforma Fornero ha bloccato il turn over, trattenendo gli anziani – ormai stanchi e depressi – sul posto di lavoro e lasciando i giovani fuori dalle aziende) è fin troppo evidente che – in gran parte del Paese, a controriforma approvata – non ci sarebbero le condizioni per compensare adeguatamente, con la manodopera entrante, il numero e la qualità professionale del personale che esce.

PROSPETTIVE E RISCHI

Gli esodi sarebbero massicci ed avverrebbero in un tempo sostanzialmente breve, perché, con l’aria che tira, tutti si precipiterebbero ad incassare l’assegno prima che qualcuno, al governo, cambi idea. Salvo ripromettersi, magari, di continuare a lavorare: in nero o con altri rapporti.

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