Economia

Perché il taglio a 5 stelle delle pensioni d’oro va rottamato. L’analisi di Brambilla (Lega)

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Pubblichiamo un estratto del rapporto di Itinerari Previdenziali, il centro studi di Alberto Brambilla, tecnico esperto di pensioni vicino al leader della Lega, Matteo Salvini. L’estratto analizza il disegno di legge del Movimento 5 Stelle con il taglio delle pensioni d’0oro

Questa operazione “rischiosa” dal punto di vista giuslavoristico produrrebbe un ricavo di circa 330 milioni, che si possono ridurre ulteriormente per i costi dell’intera operazione, trascurando al momento gli oneri per i ricorsi che avrebbero ottime probabilità di successo: si pensi solo a coloro che hanno fatto la ricongiunzione onerosa, il riscatto di laurea (molto costoso) o la contribuzione volontaria a proprio carico per raggiungere i requisiti; sulla parte decurtata lo Stato restituisce i soldi pagati per la ricongiunzione, il riscatto di laurea o i contributi volontari?

O a quelli con oltre 40 anni di contributi, e infine, ma ci sarebbero molti altri casi, per quelli licenziati o costretti a lasciare il lavoro per crisi aziendale o per quelli che hanno raggiunto i 65 anni, limite di età regolamentare nella PA, collocati d’ufficio a riposo dall’amministrazione di appartenenza1 , o per quelli che devono lasciare il lavoro per scadenza dei brevetti professionali a 60 anni, come i piloti d’aereo, i macchinisti dei treni, i piloti del porto, gli autisti di mezzi pubblici, le Forze Armate e i diplomatici con servizi in zone di guerra ecc. o perché lavoratori addetti a mansioni usuranti o perché salvaguardati dalle varie leggi di riforma previdenziale o i minatori o gli esposti all’amianto.

L’elenco sarebbe lunghissimo, ma soprattutto le categorie più colpite sarebbero i pensionati di anzianità che hanno contribuito di più (Italia del Nord e in parte al Centro), i lavoratori precoci e le donne la cui età legale di vecchiaia è sempre stata, fino al 2011, di 5 anni inferiore a quella degli uomini. E i penalizzati sarebbero solo le alte professionalità, cioè la classe dirigente del Paese.

5 annotazioni:

1) Il 70% delle pensioni che verrebbero decurtate sono pagate al Nord dove prevalgono di gran lunga le pensioni di anzianità e questo potrebbe creare qualche problema all’elettorato della Lega perché ci sarebbe un trasferimento Nord-Sud in quanto la maggioranza delle pensioni assistite è proprio al Sud.

2) Non verrebbero invece minimamente toccati i veri avvantaggiati dal metodo retributivo che sono: gli iscritti ai fondi speciali ante 1996; gli iscritti alle gestioni CDCM (agricoltori), artigiani e commercianti (dopo la legge del 1991); i baby pensionati; i percettori di integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni sociali, 14° mensilità, che sono quasi 10 milioni di pensionati (considerando gli avvantaggiati dalla legge del 1991); queste categorie hanno pensioni che nonostante siano tra il 30 e il 50% maggiorate rispetto ai contributi versati, hanno importi inferiori ai fatidici 4.000 € netti. Infine, e questo è un paradosso, verrebbero tagliate le pensioni sopra i 4 mila € che sono in pagamento da 20 anni e non quelle da 3 mila € che sono vigenti da oltre 30 anni (baby pensioni, prepensionamenti, esodi, ecc.). Si ricorda (come emerge dalle prime anticipazioni dell’Osservatorio del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali sulle decorrenze pensionistiche) che circa 700 mila pensioni sono in pagamento tra i 38 e i 41,5 anni e il 25% delle pensioni supera i 25 anni di durata a oggi.

3) Infine ogni modifica con effetti retroattivi presenta profili di illegittimità costituzionale, lede il patto tra cittadini e Stato e mina la fiducia futura: che fiducia può avere un giovane che deve versare contributi per 40 anni sapendo che qualcuno potrebbe cambiare le regole del gioco?

4) È evidente che con le norme del PdL diverrebbe molto penalizzante per tutti quelli che hanno importi lordi oltre gli 80 milioni aderire all’eventuale quota 100 o quota 41 anni e mezzo, una ipotesi non molto costituzionale; ma paradossalmente, in assenza di una clausola di salvaguardia del PdL, sarebbe penalizzante anche per chi ha raggiunto i 43 anni e 3 mesi previsti dalla riforma Monti-Fornero per lasciare il lavoro con il solo requisito contributivo. Supponendo che un lavoratore abbia raggiunto tale requisito all’età di 62 anni, la sua penalizzazione sarebbe pari al 14,5%. Si vorrebbe modificare la Fornero per creare flessibilità e con il PdL si aumenta notevolmente l’onere della flessibilità in uscita a carico del lavoratore.

5) È persino evidente che con entrate incerte (anche per i prevedibili ricorsi) e comunque non superiori alle cifre indicate, non si può finanziare una spesa strutturale elevatissima quale l’aumento delle pensioni minime2 a 780 euro netti al mese per 13 mensilità; si consideri che solo per portare a 780 euro le sole pensioni di invalidità, occorrerebbero oltre 6 miliardi l’anno (vedasi Allegato 5). Peraltro deve essere chiaro a tutti che prevedere un importo netto di 780 € al mese per 13 mensilità, produrrebbe una elusione o evasione contributiva enorme e indurrebbe chi può a non versare i contributi essendo tale pensione relativa a una retribuzione lorda mensile di circa 1.500 €, pari cioè al reddito medio dichiarato ai fini Irpef e i redditi fino a 25 mila euro lordi l’anno rappresentano una parte considerevole delle dichiarazioni fiscali (si veda l’Approfondimento annuale sulle dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef di Itinerari Previdenziali). Sarebbe nella maggior parte dei casi un “regalo” a chi non ha mai pagato né tasse né contributi.

Le modalità di calcolo delle pensioni retributive e l’indicizzazione

Ma queste pensioni sopra i 4.000 € netti come sono state calcolate?

Questa è una domanda fondamentale per capire il problema. Infatti, come si vede negli allegati 2 e 3 queste pensioni hanno subìto una riduzione sia nella fase di calcolo retributivo sia in quella successiva di erogazione:

a) nella fase di calcolo il metodo retributivo prevede che il coefficiente di proporzionamento per ogni anno lavorato è pari al 2% per i redditi fino agli attuali 46 mila €. Quindi fino a tale importo la pensione sarà pari a 2% moltiplicato per gli anni di iscrizione all’Inps: con 35 anni la pensione sarà pari al 70% del reddito medio degli ultimi 10 anni e con 40 anni all’80%.

P = RMP x (K x NA), dove P è la pensione; RMP, la retribuzione media pensionabile (media ultimi anni); K è il coefficiente di proporzionamento da 2% a 0,9%; NA è il numero di anni di contribuzione. Sopra tale soglia di reddito i coefficienti si riducono fino allo 0,9% per anno. Un lavoratore che oggi prende 100 mila € di pensione lorda annua, aveva una RPM (retribuzione media lorda pensionabile) di circa 200 mila € e con 35 anni di iscrizione ha avuto non il 70% ma il 51% (tasso di sostituzione lordo, uguale al rapporto tra la prima annualità di pensione lorda e l’ultima retribuzione annua lorda) quindi un calcolo già ridotto del 27%; un taglio notevole se si considera che lo stesso lavoratore su quei redditi ha pagato in media il 37% di Irpef (67 mila euro all’anno, svariate volte in più di un titolare di pensione da 2.000 €).

b) il sistema pensionistico prevede che le pensioni in pagamento vengano rivalutate ogni anno all’inflazione secondo le norme tempo per tempo vigenti (vedasi allegato 3) ma non per tutti allo stesso modo; infatti per le pensioni cosiddette alte (oltre 5 volte il minimo), quando va bene la rivalutazione all’inflazione non è piena ma solo al 75% e scende al 45% per la parte che eccede le 5 volte il minimo e, per lunghi periodi, anche a zero. In pratica un soggetto andato in pensione nel 2000 e che ha avuto la prima rivalutazione nel 2001, per effetto delle mancate o parziali indicizzazioni ha perso in termini reali oltre il 13%. Negli ultimi 10 anni (pensionato nel 2008), oltre l’8%. Diventa quindi arduo prevedere ulteriori “tagli” a queste pensioni considerando che rispetto a quelle fino a 46 mila €, hanno già subito una riduzione del 27% in origine e del 13% nel durante. È matematicamente impossibile che abbiano ottenuto dal retributivo un vantaggio del 40% rispetto alle 22 pensioni più basse; anzi come abbiamo visto, sono proprio le pensioni assistite e quelle fino a 2.000 € netti al mese ad aver avuto i maggiori vantaggi. Tagliare solo quelle sopra una certa soglia non solo sarebbe contro la certezza del patto intergenerazionale ma sarebbe anche poco equo. Infine, come si evince dall’allegato 4, per stessa ammissione dei vertici Inps, qualsiasi ipotesi di ricalcolo non è attuabile.

IL TESTO INTEGRALE DELLA PROPOSTA DI ITINERARI PREVIDENZIALI DI BRAMBILLA

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