Economia

Il Piano di Savona per svegliare l’Europa su investimenti e debito

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L’analisi di Guido Salerno Aletta sul documento per una nuova Europa scritto dal ministro Paolo Savona e inviato a Bruxelles

Mai come ieri è apparsa ormai siderale la distanza tra la retorica europeista e la necessità di una incisiva politica di cambiamento delle politiche che sono alla base dell’Unione europea.

A Strasburgo si è consumato il rito dell’addio: il Presidente della Commissione Jean-Claude Junker, pronunciando il suo ultimo Discorso sullo stato dell’Unione, ha attaccato i populismi senza una sola parola di autocritica sugli enormi errori compiuti in questi anni di crisi profonda e violenta: si deve andare avanti, sempre avanti, a qualsiasi costo. Sono i popoli a sbagliare, a non capire.

La pensa assai diversamente il nostro ministro per gli Affari Europei Paolo Savona: serve una azione politica urgente, di cambiamento delle regole europee, che riconosca i gravi errori di politica economica che ne sono derivati e le insufficienze istituzionali che limitano l’azione della politica monetaria della Bce.

Il documento che ha predisposto a tal fine, intitolato «Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa», è stato trasmesso ieri a Bruxelles: propone di istituire un Gruppo di lavoro ad alto livello, composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati. Il Gruppo di lavoro ha lo scopo di sottoporre al Consiglio europeo, prima delle prossime elezioni, suggerimenti utili a perseguire il bene comune, la politeia che manca al futuro dell’Unione e alla coesione tra gli Stati membri.

Ad avviso di Savona, la crisi finanziaria globale esplosa nel 2008 ha mostrato i limiti delle istituzioni create soprattutto dal 1992 in poi e le conseguenze insoddisfacenti delle politiche seguite: il Trattato di Maastricht ed il Fiscal compact hanno reso insostenibili, per via della mancata crescita che hanno determinato, le regole volte al raggiungimento della stabilità finanziaria in termini di rapporto tra debito pubblico e pil. Non avendo risolto, già a monte, il problema derivante dal differenziale di indebitamento tra i diversi Paesi, quelli che più ne erano gravati sono stati costretti a politiche di austerità che ne hanno ritardato la crescita e la capacità di raggiungere l’obiettivo.

I divieti posti alla Bce di muoversi in aiuto degli Stati hanno creato condizioni favorevoli alla speculazione, che ha imperversato anche quando questi Stati si comportavano correttamente, secondo gli impegni. Hanno fatto gravare sulle loro economie costi aggiuntivi in termini di interessi sul debito pubblico e sul credito. Se i poteri di intervento della Bce contro la speculazione fossero veramente pieni, gli spread tra rendimenti dei titoli sovrani si dovrebbero azzerare.

Inoltre, secondo Savona, non vi sarà mai competizione corretta nell’eurozona finché le imprese di un paese avranno un costo del danaro permanentemente più elevato rispetto a quelle di un altro paese per motivi diversi dalle loro specifiche inefficienze, ma derivanti semplicemente dall’essere uno Stato membro la cui denominazione del debito sovrano non è nella moneta che esso crea, ed è quindi esposta al rischio sovrano. Come se questo non bastasse, le regole sui disavanzi pubblici non hanno previsto alcuna correzione nel caso di avanzi strutturali delle bilance dei pagamenti correnti, privando il sistema europeo di una rilevante componente di domanda ed aggravando la tendenza alla deflazione.

Una moneta unica è indispensabile per il buon funzionamento di un mercato unico. Essa svolge un ruolo determinate nello sviluppo delle economie export-led, trainate dalle esportazioni, come la gran parte di quelle europee. Ma la Bce, oltre a non poter coprire adeguatamente gli Stati di fronte alla speculazione, non ha poteri adeguati in materia di cambio: l’Eurozona è così rimasta per anni in balia delle politiche valutarie altrui.

Servono investimenti pubblici consistenti, a livello di Unione e di singoli Stati, rispettando una sola regola aurea: la percentuale di disavanzo del bilancio non deve essere superiore al saggio di crescita nominale del pil che ne risulta. Se si pone a carico dell’applicazione di questa regola il principio di produrre avanzi di bilancio per ridurre il rapporto debito pubblico/pil con effetti deflazionistici, la divaricazione degli itinerari di sviluppo dei paesi che si trovano al di sotto della soglia del 60% del rapporto debito pubblico/pil e di quelli che si trovano al di sopra comporta conseguenze pericolose per la stabilità dell’euro e la coesione socio-politica.

Se i timori dei paesi membri creditori che ostacolano la definizione di una politica fiscale fossero dovuti al rischio temuto da alcuni paesi di doversi accollare il debito altrui, esistono le soluzioni tecniche per garantire che ciò non avvenga. Si tratta di attivarle in pratica effettuando scelte politiche, come quelle di concordare un piano di rimborsi a lunghissima scadenza e ai tassi ufficiali praticati, fornendo una garanzia della Bce fino al rientro nel parametro del 60% rispetto al pil, in contropartita di una ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una o più rate. Ovviamente tra le clausole di un siffatto accordo vi sarebbe anche quella che il disavanzo di bilancio pubblico si collochi in modo dinamico entro la regola indicata di coerenza rispetto al saggio di crescita nominale del pil e quindi non comporti un nuovo superamento del rapporto debito pubblico/pil.

Servirebbero tante modifiche alla architettura europea: una politica tributaria standardizzata, la revisione del regime degli aiuti di Stato per verificare la effettiva distorsione della concorrenza, la rimodulazione dei Fondi di coesione a favore dei Paesi meno favoriti per evitare che vengano utilizzati solo per spostare gli investimenti produttivi da un Paese all’altro e non per aumentarne lo stock complessivo, una Scuola europea comune per creare i nuovi cittadini. Le regole europee devono cambiare: chi non vuole il ritorno ai nazionalismi, sa ora che cosa è necessario fare.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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