Economia

Ecco chi e come ricorrerà contro il taglio delle pensioni d’oro

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Tutti i dettagli sulle prossime mosse dei pensionati. L’intervento di Michele Poerio, segretario generale Confedir e presidente nazionale Federspev

Con la pubblicazione della legge di bilancio 2019-2021, in Gazzetta ufficiale, si è conclusa la penosa vicenda delle cosiddette “pensioni d’oro, d’argento, di bronzo e di piombo”.

Il trattamento riservato ai pensionati è uno degli aspetti più scandalosi della manovra.

Dopo anni di penalizzazioni (8 anni negli ultimi 11) sui criteri di indicizzazione delle pensioni in godimento, dal 1° gennaio 2019 si doveva ritornare ai migliori e più equilibrati criteri di cui alla legge 388/2000 (rivalutazione a scaglioni in base agli importi: 100% fino a tre volte il minimo INPS; 90% per gli importi tra 3 e 5 volte il minimo; 75% per gli importi oltre le 5 volte il minimo).

Con la legge di bilancio (rispetto ai criteri della rivalutazione secondo gli scaglioni di diverso importo della succitata legge 388/2000) si penalizzano tutte le pensioni da circa 1.522 € lordi mensili in su, con note di particolare accanimento (anche rispetto alla legge Letta) per le pensioni oltre le 6 volte il minimo INPS. Pertanto per il prossimo triennio le pensioni saranno rivalutate (con un’unica percentuale, di misura decrescente al crescere della misura complessiva della pensione) secondo il seguente criterio: 100% fino a 3 volte il minimo INPS; 97% tra 3 e 4 volte; 77% tra 4 e 5 volte; 52% tra 5 e 6 volte; 47% tra 6 e 8 volte; 45% tra 8 e 9 volte; 40% per gli importi complessivi oltre le 9 volte il minimo (con un introito nelle casse dello Stato di circa 2,2 mld di euro in tre anni).

Al termine dei 14 anni (periodo 2008-2021) si potrà dire con certezza che la politica di de-indicizzazione delle pensioni intervenuta per 11 anni (78,57% del periodo) ha determinato una perdita del potere d’acquisto delle pensioni da 500 € netti mensili a più di 1.000 € per le pensioni lorde tra 7-8 volte il minimo INPS e 14-15 volte il minimo.

I criteri anzidetti, a giudizio del Prof. Alberto Brambilla (grande esperto di previdenza, storicamente vicino alla Lega) sono “bizantini, ingiusti, discriminanti”. Concordiamo!

Come se ciò non bastasse, sulle pensioni di maggiore importo (oltre 100.000 € lordi/anno) tornano i taglieggiamenti del contributo di solidarietà, ancora peggiorativi rispetto alle decurtazioni introdotte dal Governo Letta nel triennio 2014-2016. Il taglio è previsto per 5 anni (periodo 2019-2023), quindi travalica il termine triennale della legge di bilancio, e consiste in: -15% per gli importi tra 100.000 e 130.000 €, che diventa -25% per gli importi tra 130.000 e 200.000, – 30% tra 200.000 e 350.000, – 35% tra 350.000 e 500.000, – 40% per gli importi lordi oltre 500.000 €/anno (con un introito nelle casse dello Stato di circa 250/300 mln di euro in tre anni).

Si tratta di provvedimenti di gravità e misura inaudita, certamente anticostituzionali per lesione almeno dei principi di cui agli artt. 3, 36, 38, 53 della Costituzione vigente e che si fanno beffe di decine di sentenze della Corte in materia che, pur tollerando precedenti interventi lesivi dei diritti acquisiti dai pensionati, hanno posto tuttavia limiti ben precisi in termini di ragionevolezza, non discriminazione, progressività e proporzionalità a danno dei pensionati giustificati solo da situazioni di documentata necessità ed urgenza e per brevi periodi non ripetitivi, tutti limiti superati dalla legge di bilancio in esame.

Tutto ciò è avvenuto non certo “per equità”, ma solo per “far cassa”.

Si tratta di una specie di esproprio proletario di sovietica memoria!!!

E così si tagliano le pensioni di chi le ha meritate con lavoro, sacrificio e contributi adeguati per regalare privilegi a chi non ha lavorato, ha evaso o, comunque, non ha contribuito.

Speriamo, tuttavia, che i giudici costituzionali nuovamente chiamati in causa per valutare la costituzionalità degli ultimi provvedimenti ai danni dei diritti dei pensionati non siano più così ossequienti al Palazzo in modo da scongiurare sentenze ambigue, talora contraddittorie e certamente non rispettose della lettera e dello spirito della nostra Carta.

I cittadini percettori di una pensione superiore ai 100.000 € lordi annui secondo Di Maio & C. sono dei “parassiti sociali”.

Mi piace ricordare che questo termine “parassita sociale” fu molto usato in tempi abbastanza recenti della nostra storia che ci auguriamo definitivamente superati. Ma non si può pretendere che il pluriministro Di Maio conosca la storia oltre che la geografia….

Comunque essere apostrofato parassita da questo ragazzotto non lo tollero e restituisco al mittente tale termine con gli interessi, non escludendo una denuncia per diffamazione aggravata alla Autorità giudiziaria se dovesse insistere con tale terminologia.

I cittadini italiani che superano l’importo di 100.000 € lordi anno non sono “parassiti sociali” né tantomeno “gente che ci ha rubato il futuro”, ma sono “gente che ci ha assicurato il futuro” perché è assolutamente incontestabile che:

– sono cittadini, i 75/80enni di oggi che hanno ricostruito l’Italia dalle macerie della guerra trasformandola da un Paese prevalentemente agricolo nella settima potenza mondiale industriale, portando la vecchia “liretta” a vincere l’Oscar delle valute, lavorando ed esercitando per decenni ai più alti livelli; non chiedono ringraziamenti ma almeno rispetto;

– sono cittadini che hanno versato regolarmente contributi previdenziali adeguati con trattenute alla fonte secondo le leggi al tempo vigenti;

– sono cittadini che hanno pagato regolarmente le tasse concorrendo in tal modo a garantire l’erogazione di servizi pubblici essenziali (istruzione, sanità, ecc.);

– sono cittadini che sono andati in quiescenza nella certezza del rispetto del principio di “legittimo affidamento” ai sensi del quale quando vanno in pensione firmano con lo Stato un vero e proprio contratto che non può essere disatteso da una delle parti contraenti. Pacta servanda sunt;

– sono cittadini che continuano a pagare l’aliquota marginale massima dell’IRPEF, diversamente da quanto succede nei più importanti paesi europei dove i pensionati godono di una fiscalità di favore e vengono detassati in rapporto all’età.

Ma i percettori di pensioni inferiori ai 5.000 € netti mensili non godano troppo e non si chiamino fuori dall’agone perché, una volta stabilito il principio, l’asticella del “ furto” potrà abbassarsi sempre più fino ai 2.500 – 3.000 €, come, peraltro, già ipotizzato qualche mese addietro.

Non solo i pensionati da noi rappresentati devono sentirsi preoccupati, ma anche i lavoratori attivi, incerti pensionati di domani, devono avvertire i rischi di un Governo che non rispetta i diritti acquisiti quando si vedono rubare la pensione maturata e meritata oggi in godimento.

Quando, poi, Governo e Stato non rispettano neppure principi e valori della Costituzione vigente quale il già citato principio del “legittimo affidamento”, non si può che gridare: vergogna!

Impugneremo, comunque, attivando un contenzioso legale, le disposizioni lesive dei diritti dei pensionati contenute nella manovra, in ogni sede competente consentita.

Effettueremo, pertanto, due ricorsi: uno contro il blocco parziale della rivalutazione delle pensioni superiori a 1.522 euro circa ed uno contro il taglio delle pensioni cosiddette d’oro.

Michele Poerio
Presidente Forum Pensionati per l’Italia
Segretario generale CONFEDIR
Presidente nazionale FEDER.S.P.eV

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