Il progetto franco-tedesco-spagnolo per il caccia “Fcas” è fallito, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno concordato di interrompere il progetto di un aereo da combattimento comune, infliggendo un colpo fatale al più grande programma di difesa europeo, cosa c’è da aspettarsi adesso?
Tanto tuonò che piove, nel senso che i disaccordi tra Francia e Germania, in particolare, ma non solo, tra le industrie francesi e tedesche, sul Fcas sono emersi più volte negli ultimi anni. Sono dovuti al fatto che la francese Dassault vuole avere una posizione di guida sulla core platform che non corrisponde all’equilibrio di bilancio tra gli investimenti di Francia e Germania, che è piuttosto paritetico, considerato anche l’aumento del bilancio della difesa tedesco negli ultimi quattro anni. Probabilmente la Francia intraprenderà la strada di un programma di procurement nazionale per sviluppare un caccia di sesta generazione affidato a Dassault, in continuità con la prassi che ha portato ai Mirage e ai Rafale. D’altronde, Dassault non ha una tradizione di cooperazione internazionale nel settore del combattimento aereo e ha sempre privilegiato programmi francesi.
Se Parigi procederà da sola, è inevitabile aspettarsi un ingresso della Germania nel Gcap, il programma per il sistema di combattimento aereo frutto della cooperazione tra Italia, Regno Unito e Giappone?
Per Berlino esiste ancora un punto interrogativo. A livello politico la Germania aveva investito molto nel progetto Fcas, soprattutto durante il governo Merkel, nonostante l’aeronautica tedesca avesse manifestato più volte delle perplessità, perché i requisiti non combaciavano perfettamente con quelli francesi.
Quindi per Berlino si pone la necessità di trovare una soluzione che risponda alle proprie esigenze militari, che garantisca un adeguato ritorno industriale ad Airbus, in particolare alla componente tedesca del gruppo europeo, e che sia coerente con l’aumento degli investimenti nella difesa deciso negli ultimi anni dai governi Scholz e Merz.
Va ricordato che per la Germania sviluppare autonomamente un caccia di nuova generazione sarebbe una novità. Berlino vanta infatti oltre mezzo secolo di esperienza in cooperazione con Italia e Regno Unito, prima sul Tornado e poi sull’Eurofighter. Successivamente ha tentato la strada della cooperazione con la Francia. Storicamente, dunque, la Germania è più incline ai programmi multinazionali.
Nulla può essere escluso in questa fase perché molte cose stanno cambiando in Europa, ma appare più verosimile una prosecuzione della tradizione cooperativa tedesca. Venuta meno l’opzione francese, l’unica alternativa europea concreta resta il Gcap con Italia, Regno Unito e Giappone. Non a caso il cancelliere Merz e la premier Meloni avevano già affrontato il tema in modo preliminare alcuni mesi fa.
Fonti del governo tedesco hanno indicato che le due parti hanno concluso congiuntamente appunto che Dassault e Airbus non sono riuscite a raggiungere un accordo sullo sviluppo del caccia. È solo, una “crisi industriale” o una crisi strategica tra i due paesi? Cioè, sta scricchiolando l’asse della difesa Parigi-Berlino?
Francia e Germania continuano a cooperare in modo strutturale. Il rapporto bilaterale è sostenuto dal Trattato dell’Eliseo e da una fitta rete di consultazioni politiche e militari che non è minimamente in discussione. Detto questo, il fallimento dell’Fcas non può essere ridotto a una semplice crisi industriale. Si tratta anche di un fallimento politico, perché il sistema-Paese francese non è riuscito a portare Dassault su una posizione coerente con quella perseguita dalla presidenza Macron. Parliamo di nove anni di negoziati, investimenti politici significativi e aspettative molto elevate. Il fatto che non si sia arrivati a un accordo dice qualcosa di più profondo: nel settore del combattimento aereo continua a prevalere in Francia l’interesse industriale a fare programmi nazionali. Una tendenza che si era già manifestata in altre iniziative del passato come sul programma Neuron.
E lato tedesco?
Quando c’è un divorzio le responsabilità sono condivise, però bisogna riconoscere che una cooperazione internazionale non può basarsi sul presupposto che solo un’azienda, Dassault, svolga la maggior parte del lavoro sulle tecnologie più strategiche mentre i costi vengono ripartiti in modo più o meno paritario. Bisogna anche riconoscere che la Germania di oggi è diversa da quella di nove anni fa. Il cancelliere Merz parla apertamente della necessità di costruire il più forte esercito convenzionale d’Europa. Berlino è favorevole alla cooperazione, ma non a qualsiasi prezzo. Quindi se le condizioni sono percepite come non adeguate o non giuste, la Germania lascia il tavolo. Non siamo di fronte a una crisi strutturale dell’asse franco-tedesco, che continuerà a rappresentare uno dei pilastri dell’Europa, ma alla constatazione che in questo caso non sono maturate le condizioni per un accordo strategico. E la Germania ha segnato il punto che non è disponibile a un accordo a qualsiasi costo.
Il fallimento del Fcas rappresenta anche un colpo per l’idea stessa di una difesa europea integrata? Si tratta cioè di un incidente di percorso o il segnale che i grandi programmi multinazionali europei stanno diventando sempre più difficili da realizzare?
Occorre distinguere il piano operativo da quello industriale.
La difesa dell’Europa continua a concretizzarsi principalmente nella Nato, seppure con un pilastro europeo destinato a rafforzarsi. Sul piano operativo la cooperazione quindi continua.
La cooperazione e l’integrazione europea della difesa a livello industriale – sviluppo capacitivo, sviluppo di capacità interoperabili, intercambiabili, con economie di scala grazie a progetti congiunti, con logistica, manutenzione e addestramento comuni – vive una fase di cambiamento perché maggiori bilanci nazionali della difesa danno la percezione a molti governi europei che possono intraprendere scelte nazionali dal momento che non sono più nelle ristrettezze economiche di dieci anni fa.
In alcuni casi questa valutazione può essere corretta; in altri rischia di rivelarsi un’illusione. Lo sviluppo di piattaforme estremamente complesse e costose, come un caccia di sesta generazione, può superare le capacità finanziarie persino di Paesi come Francia e Germania.
Per questo convivono due tendenze opposte: da un lato la cooperazione internazionale, dall’altro la tentazione di soluzioni nazionali. Le conseguenze del fallimento dell’Fcas dipenderanno in larga misura dalla prossima scelta della Germania.
Perché la scelta tedesca sarebbe così determinante?
Perché se la Germania aderisse al Gcap si ricostituirebbe, di fatto, il nucleo storico della cooperazione che ha dato vita prima al Tornado e poi all’Eurofighter, con Germania, Italia e Regno Unito nuovamente insieme.
Il programma resterebbe globale grazie alla presenza del Giappone, ma assumerebbe una dimensione europea molto più marcata grazie al peso economico, industriale e militare di Berlino. Potrebbe quindi diventare il principale punto di riferimento per altri Paesi europei.
In che modo?
Perché offrirebbe tutti i vantaggi tipici di un grande programma comune: interoperabilità, economie di scala, manutenzione condivisa, logistica comune e addestramento integrato.
Un programma congiunto che riunisce tre delle principali potenze economiche e militari europee potrebbe attrarre ulteriori adesioni. Anche perché il modello di cooperazione transatlantica del jet F-35 difficilmente sarà replicabile. Gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a promuovere nuove forme di collaborazione aperta di quel tipo, specialmente con questa amministrazione, e gli europei non vogliono una dipendenza da piattaforme americane specialmente con questa amministrazione.
Se la Germania dovesse entrare nel Gcap, esisterebbero dunque le condizioni perché il programma diventi il principale progetto europeo per il caccia di sesta generazione.
Cosa faranno la Spagna e il Belgio, rispettivamente terzo partner e membro osservatore del tramontato Fcas?
Quanto alla Spagna, appare difficile immaginare che possa proseguire da sola accanto alla Francia dopo il fallimento dell’accordo franco-tedesco. Anche Madrid dovrà decidere come orientare le proprie future capacità aeronautiche e mi pare che il governo Sanchez non sia propenso ad acquistare F-35 americani. Lo stesso vale per il Belgio, che partecipava al programma come osservatore. Si tratta di Paesi con budget inferiori a Parigi e Berlino, ma anche per loro si pone la domanda sul cosa fare, perché non c’è più quella opzione di cooperazione europea che era l’Fcas.







