Crédit Agricole non commenta. Ma osserva la partita da una posizione privilegiata. Mentre Intesa Sanpaolo lancia la sua Opas su Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm difende il progetto di fusione con la banca senese, il gruppo francese è riuscito in poche ore a trasformarsi nel convitato di pietra del nuovo capitolo del risiko finanziario italiano. Senza rilasciare una dichiarazione pubblica, ma con una presenza che attraversa l’intera operazione.
Interpellato dopo l’annuncio dell’offerta di Intesa, un portavoce di Crédit Agricole si è limitato a un secco “non facciamo commenti”. Eppure il ruolo della banca francese è diventato uno dei temi centrali della partita che si è aperta attorno a Siena.
IL VOTO DEI FRANCESI NEL CDA DI BANCO BPM
C’è un dato che difficilmente può essere ignorato. La proposta di aggregazione tra Banco Bpm e Mps è stata approvata all’unanimità dal consiglio di amministrazione di Piazza Meda. Compresi i consiglieri espressione di Crédit Agricole. Una circostanza che fonti finanziarie citate da Adnkronos definiscono “un segnale significativo per la sostenibilità dell’operazione”.
Se Crédit Agricole non ha assunto una posizione pubblica sull’offerta, i suoi rappresentanti nel board di Banco Bpm hanno votato a favore del progetto. Non stupisce. Il gruppo francese è infatti il primo azionista della banca guidata da Giuseppe Castagna, con una partecipazione che oscilla attorno al 23% del capitale. Crédit Agricole dispone inoltre dell’autorizzazione della Bce ad aumentare ulteriormente la propria quota fino a livelli prossimi alla soglia dell’Opa obbligatoria (che scatta al 30%). Opa che, peraltro, non viene del tutto esclusa in queste ore da alcuni organi di stampa.
Negli ultimi anni Parigi ha progressivamente rafforzato la propria presenza nell’istituto milanese e oggi rappresenta uno dei gruppi bancari stranieri più radicati nel mercato italiano, sia attraverso Banco Bpm sia tramite la rete di Crédit Agricole Italia.
IL FUTURO TERZO POLO E IL FATTORE FRANCIA
È qui che la vicenda assume una dimensione politica oltre che finanziaria. La proposta di Banco Bpm viene presentata come la nascita di un nuovo campione nazionale. Un gruppo da oltre 50 miliardi di capitalizzazione, secondo operatore bancario italiano per dimensioni e fortemente radicato nel Nord produttivo, tra Lombardia, Veneto e Piemonte.
Ma dietro il progetto emerge una domanda che negli ambienti finanziari circola con sempre maggiore insistenza: chi sarebbe davvero il primo azionista del nuovo gruppo?
Crédit Agricole dispone infatti dell’autorizzazione ad aumentare la propria partecipazione in Banco Bpm fino al 29,9%. In caso di integrazione con Montepaschi, il gruppo francese diventerebbe automaticamente il primo azionista del nuovo colosso bancario con una quota stimata superiore al 12%.
È un dato che inevitabilmente si intreccia con il dibattito sulla sovranità economica, a cui questo governo sembra tenere in particolar modo. E proprio per questo il tema della presenza francese è tornato improvvisamente al centro della discussione.
IL NODO DELL’ITALIANITÀ
La situazione appare tanto più interessante perché Banco Bpm è una delle banche più vicine al tessuto produttivo del Nord.
Non è un caso che la prospettiva di una fusione con Mps fosse guardata con interesse in ambienti della Lega. Ma proprio da quel fronte arrivano ora le prime sfumature.
“Il peso di Crédit Agricole in Banco Bpm è rilevante e va tenuto in considerazione”, ha osservato il senatore leghista Claudio Borghi. E ha aggiunto: “Se necessario, spetterà agli azionisti italiani riequilibrare gli assetti”.
Parole che fotografano una delle contraddizioni più evidenti del risiko bancario europeo. Da un lato la spinta al consolidamento transfrontaliero; dall’altro la volontà degli Stati di preservare il controllo dei propri campioni nazionali.
LA MOSSA DI INTESA E IL MESSAGGIO AL GOVERNO
È in questo contesto che va letta anche la contromossa di Intesa Sanpaolo e Unipol.
Nessuno dei protagonisti parla apertamente di una risposta ai francesi. Ufficialmente l’Opas su Mps nasce da valutazioni industriali, dalla volontà di valorizzare la partecipazione in Mediobanca e dalla prospettiva di integrare le attività bancarie senesi con Bper.
Eppure il risultato finale sarebbe molto diverso da quello immaginato da Banco Bpm.
La soluzione costruita da Carlo Messina e Carlo Cimbri lascerebbe infatti il controllo dell’operazione nelle mani di soggetti italiani: Intesa, Unipol e Bper. Proprio Cimbri ha assicurato che l’operazione è destinata a essere “ben vista dai regolatori domestici ed europei” e favorevole anche per il governo.
Un messaggio che sembra rivolto direttamente ai palazzi romani.
IL RICHIAMO DI MESSINA AL GOLDEN POWER
A rendere ancora più esplicito il tema è stato lo stesso amministratore delegato di Intesa. Commentando la proposta di Banco Bpm, Carlo Messina ha evocato il golden power (quello stesso strumento usato a suo tempo dal governo per bloccare l’assalto del gruppo guidato da Andrea orcel proprio a Bpm).
“Se Unicredit è stata considerata un elemento di attenzione nei confronti del risparmio delle famiglie italiane, non penso che possa essere considerata in modo diverso una banca che ha un azionista estero che può raggiungere il 30% con un’autorizzazione”, ha dichiarato facendo riferimento proprio a Crédit Agricole.
Parole che hanno immediatamente riportato il dibattito sul terreno politico. L’eventuale nascita di un gruppo Banco Bpm-Mps con una forte presenza francese nell’azionariato potrebbe rappresentare un nuovo banco di prova.
LA POSIZIONE DEL MEF E LA PARTITA SU GENERALI
Per ora da Via XX Settembre è arrivata soltanto una breve nota.
Il Ministero dell’Economia ha dichiarato di prendere atto delle iniziative su Montepaschi “di cui è stato informato”, sottolineando che esse riconoscono “la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre-fallimentare”.
Sullo sfondo resta la partita Generali. Il Leone di Trieste, maggiore gruppo assicurativo italiano e uno dei principali investitori istituzionali del Paese, è diventato negli ultimi anni uno dei crocevia del capitalismo finanziario nazionale. Attorno alla compagnia ruotano infatti Mediobanca, primo azionista storico, Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Non a caso proprio la quota detenuta da Mediobanca in Generali è considerata uno degli asset più pregiati finiti indirettamente nel perimetro di Mps dopo la conquista di Piazzetta Cuccia.
In questo quadro si inserisce anche Unicredit. Piazza Gae Aulenti ha portato la propria partecipazione nel Leone all’8,7%, continuando a definirla un investimento finanziario, ma alimentando le speculazioni del mercato sulle sue intenzioni future. Negli ultimi mesi si sarebbero inoltre rinsaldati i rapporti tra Unicredit e Delfin.
Nel frattempo, da Parigi nessuno parla, per ora. Ma nel nuovo risiko bancario italiano il gruppo guidato da Olivier Gavalda (nella foto) è già riuscito a ottenere un risultato: diventare il protagonista più influente senza avere ancora pronunciato una parola.







