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Ecco i veri piani di Amos Genish sulla rete Tim. No Borsa e no Open Fiber

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Amos Genish, Ad Tim

Le parole di Genish sulla societarizzazione della rete Tim, le rassicurazioni ai sindacati del gruppo, il ruolo di Open Fiber e i primi numeri sulla futura società che sarà sempre controllata dal gruppo posseduto dai francesi di Vivendi

Niente quotazione in Borsa, niente fusione con Open Fiber. Vere intenzioni oppure parole per rassicurare i dipendenti del gruppo? E’ quello che in queste ore si stanno chiedendo in particolare analisti finanziari e ambienti politici dopo le parole di ieri del capo azienda di Tim, Amos Genish, incontrando i sindacati della società controllata di francesi di Vivendi di Vincent Bolloré. Ecco tutti i dettagli che partono da quello che ha detto ieri l’amministratore delegato di Tim.

CHE COSA HA DETTO GENISH

Il piano per una società della rete è un passo molto importante per il Paese, per aumentare gli investimenti e non si prevede Ipo della nuova entità, né fusione con Open Fiber, ha detto in sostanza Amos Genish nell’incontro con i sindacati, secondo quanto riferiscono fonti sindacali. Genish ha ribadito: “Il nostro progetto e’ un processo volontario”, visto che il gruppo ha voluto essere proattivo in vista della pronuncia dell’Agcom sull’analisi di mercato prevista a giugno. Dopo il 6 marzo, cioè dopo l’approvazione del piano industriale da parte del cda, il progetto sarà presentato ufficialmente all’Agcom a cui è stato già presentato preliminarmente. Riguardo ad altre preoccupazioni espresse dai sindacati, Genish ha chiarito che il perimetro non cambia; Tim guarda alla redditività del gruppo e non si tratta di una manovra finanziaria ma con obiettivi regolamentari. Il debito, visto che la società è controllata al 100%, resta in capo al gruppo.

IL RUOLO DI OPEN FIBER

Se Genish ha escluso operazioni comuni e fusioni con Open Fiber (la società controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti per cablare l’Italia della fibra ottica anche nelle aree a fallimento di mercato), da Open Fiber sono arrivate negli scorsi giorni – dopo l’annuncio di Genish per la societarizzazione della rete – parole di apertura e di collaborazione da parte del presidente di Open Fiber, Franco Bassanini, da sempre sostenitore di una rete unica di banda larga (mentre tra gli azionisti ci sono diversità di impostazione, con l’Enel di Francesco Starace non troppo entusiasta del progetto, anzi, perché considerato più utile finanziariamente a Tim e oneroso per Open Fiber). Ecco quello che ha detto la scorsa settimana Bassanini: “Continuiamo col nostro piano industriale… quel che fa il nostro principale competitor ci riguarda fino a certo punto”. “Naturalmente – ha aggiunto il presidente di Open Fiber – tutte le forme di sinergia e collaborazione sono utili a dotare il paese di una infrastruttura performante, da questo dipenderà la crescita futura del paese. Sono d’accordo che è un passo avanti, naturalmente bisognerà farne tanti altri”.

I TIMORI DEI SINDACATI

L’incontro di ieri di Genish con le organizzazioni dei lavoratori di Tim puntava anche a rassicurare indirettamente i dipendenti del gruppo. Come si distribuiranno debiti e personale dell’attuale Tim fra le due società? Ha scritto il Sole 24 Ore: “Se venissero distribuiti secondo fatturato e margini, alla Tim dei servizi potrebbe rimanere, almeno nei calcoli delle organizzazioni, un debito di almeno 18 miliardi su 25 e non meno di 25mila dipendenti. Da dove deriva quest’ultimo numero? I dipendenti attuali sono poco più di 50mila. Con i 20mila nella società della rete ne rimarrebbero 30mila. Vero è che sono previste fino a 6.500 uscite volontarie (da legge Fornero e incentivi all’esodo) al momento fra i dipendenti. Ma con la solidarietà espansiva arriveranno anche 2mila nuovi ingressi. Insomma, il parco dipendenti potrebbe scendere attorno alle 45mila unità totali. Da qui il calcolo dei 20-25mila nella società di servizi”.

LO SCENARIO SULLA RETE TIM

Quello che è certo, come ha rilevato Start Magazine (qui l’approfondimento degli scorsi giorni dopo l’annuncio di Genish), la societarizzazione della rete porterà alla creazione inevitabile di una Tim concentrata solo sui servizi. Oggi l’ex monopolista fattura 15 miliardi in Italia, di cui 13 vengono dai servizi e 2 dall’affitto della rete agli operatori alternativi. La società della rete avrebbe anche i ricavi dell’affitto alla service company Tim. In tutto potrebbe quindi arrivare intorno a 4,5 miliardi, con un margine operativo lordo stimabile in 1,8 miliardi. La Tim service avrebbe 13 miliardi di fatturato e circa 5 di margine operativo lordo.

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