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Brexit

Ci sarebbe più di un effetto Brexit: la Gran Bretagna potrebbe avere problemi di approvvigionamento alimentare 

 

Uno degli effetti Brexit? Una crisi alimentare, con problemi di approvvigionamento per la Gran Bretagna. Per ora è solo un’ipotesi ma gli esperti ci tengono a mettere tutti in allerta. Soprattutto il governo che secondo loro è colpevole di aver ignorato il problema e di non essere preparato all’eventualità.

Questo almeno secondo lo studio di tre accademici inglesi che in un rapporto di 88 pagine intitolato . “A Food Brexit: time to get real” spiegano quali potrebbero essere le conseguenze dopo l’uscita dall’Unione Europea. “Il silenzio assordante sul futuro delle scorte e dell’approvvigionamento di cibo dal referendum è una sconcertante dimostrazione di irresponsabilità politica”. Nel rapporto si legge che molti cibi potrebbero scarseggiare e i prezzi aumentare nettamente. Per i tre autori Tim Lang di City University, Erik Millstone dell’University of Sussex e Terry Marsden dell’Università di Cardiff,  “sarà il caos senza un intervento da parte del governo per ammettere il problema e gestirlo”.

brexitIl Regno Unito dipende dalla UE per almeno 1/3 dei generi alimentari che consuma, importa l’80% delle verdure e il 40% della frutta. Questi dati non possono essere sottovalutati, soprattutto per gli effetti che avranno sulla popolazione. L’uscita senza accordi commerciali avrà principalmente due conseguenze: minore qualità e minore quantità. “La catena alimentare britannica, i gusti dei consumatori e i prezzi sono ormai totalmente europeizzati, – spiega il rapporto. – Sarà impossibile tagliare o ridurre le importazioni entro il marzo 2019 senza enormi conseguenze”.

Non solo alimentare. Anche problemi per Ue

Ma non c’è solo il problema dell’agroalimentare. A dare manforte a tutti gli allarmismi post Brexit c’è anche l’Europa che deve fare i conti con la futura assenza di Londra. L’uscita della Gran Bretagna comporterà un ammanco di cassa nell’UE a 27 di 10-11 miliardi ogni anno.

La Brexit porterà importanti conseguenze anche nelle economia dell’Europa a 27. “Il gap nelle finanze Ue che nasce dall’uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto”, si legge nel paper di riflessione sulle finanze europee post 2020. Con l’uscita di Londra, infatti, “mancheranno 10-11 miliardi ogni anno al bilancio Ue perché,nonostante lo ‘sconto’, la Gran Bretagna era un contributore netto”.

“I tagli saranno necessari nei prossimi 10 anni” perché “non possiamo far finta che niente sia cambiato con la Brexit”, ha sottolineato il Commissario. Ci saranno, post 2020, tagli e razionalizzazioni ai fondi per la coesione che vanno alle regioni e a quelli per l’agricoltura, mentre sarà messa al vaglio una revisione della spesa per finanziare le nuove priorità Ue: migranti, lotta al terrorismo e difesa comune.

“Lo status quo non è un’opzione”, per questo “dovranno essere fatte scelte dure”, si legge nel documento. Perchè, all’ammanco di Londra si aggiungono un’altra quindicina di miliardi di euro l’anno, che serviranno a finanziare le nuove priorità rispetto alla ripartizione attuale delle risorse attualmente destinate in gran parte all’ agricoltura e ai fondi di coesione per le regioni.

Dove trovare le risorse?

effetto BrexitC’è già qualche ipotesi allo studio. Come suggerisce Mario Monti, si potrebbero aumentare le risorse incassando introiti da una ‘carbon tax’ (relativa al sistema Ets), dall’Etias (il sistema di visti Ue come l’Esta americano), o ancora dal signoraggio delle banconote emesse dalla Bce.

Potrebbero anche essere cancellati gli sconti agli Stati membri (tra cui Germania, Austria, Olanda, Danimarca) legati al ‘rimborso britannico’ (il ‘British rebate’).

Ma si tratta solo di ipotesi, ora inizierà uno studio per far quadrare i futuri bilanci Ue. Ed è per questo che la Commissione UE è ora intenzionata a rinviare la presentazione della sua proposta per il post 2020 alla metà 2018.

Brexit: cosa chiede l’Ue?

Tre gli argomenti principali che dovranno essere discussi con Londra. Il primo è quello delle garanzie reciproche per i cittadini europei che vivono nel Regno Unito e per i britannici residenti negli altri paesi Ue. Il secondo sarà quello degli aspetti finanziari e poi ci sarà da risolvere la questione Irlanda.

Sui diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito, l’Europa chiede l’acquisizione della residenza permanente dopo un periodo continuativo di cinque anni di residenza legale e che i cittadini possano essere in grado di esercitare i loro diritti attraverso procedure amministrative semplici.

In tema finanziario, l’accordo dovrebbe includere non solo gli impegni assunti nel bilancio pluriennale dell’Ue, ma anche nell’ambito della Banca Europea degli Investimenti, del

Fondo Europeo di Sviluppo e della Banca Centrale Europea. I negozionati dovranno assicurare che sia l’Unione sia il Regno Unito rispettino gli obblighi. In pratica, il Regno Unito dovrebbe continuare a contribuire al bilancio comunitario come se fosse uno stato membro anche dopo la sua uscita formale nel 2019, forse fino al 2021.

Le differenze tra hard e soft Brexit

Lo scorso 29 marzo Londra ha consegnato a Bruxelles la lettera che avviava il processo di uscita di Londra dall’Ue. Un processo che durerà, sulla carta, 2 anni. La via scelta da Theresa May, nuovo Primo Ministro dopo David Cameron era qualla di una “hard Brexit”: un’uscita senza mezze misure. La May intende togliere la Gran Bretagna non solo dalle faccende politiche Ue, ma anche dal mercato interno del Vecchio Continente.

BrexitPoi, però, Theresa May ha perso la sua scommessa.

Se non sarà hard Brexit però, sarà soft Brexit. Ma cosa significa tutto questo? Difficile stabilirlo con certezza, dal momento che non esiste una definizione rigorosa dei termini.

La hard Brexit progettata in passato da Theresa May poteva comportare che Londra abbandonasse l’Unione Europea, tutti i trattati e le istituzioni europee di cui fa parte, nonché il ‘mercato unico’ e interrompesse la libera circolazione delle persone.

Una Brexit soft, invece, potrebbe essere simile alle scelte della Norvegia, che è un membro del mercato unico e deve accettare la libera circolazione delle persone, pur restando fuori dall’Ue a 28. Quello che è certo è che ad oggi pochi vogliono mettere in discussione l’unione doganale, tantomeno i nordirlandesi del Dup, mentre cresce il numero dei deputati che affermano che rinunciare al mercato unico europeo sarebbe uno sbaglio. Questo cambia i vecchi piani di Theresa May, che dovrà sicuramente tener conto di tutto questo nella definizione dei futuri accordi commerciali.

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