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L’accordo Usa-Corea del Nord? Una vittoria per Trump. Parla Carlo Jean

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Lo “storico accordo” suggellato ieri da Donald Trump e Kim Jong-un, che secondo i proclami metterà fine alla guerra che da sessant’anni vede contrapposte la Corea del Nord e quella del Sud, è stato oggetto di molti commenti e critiche. Tolta la denuclearizzazione della penisola – sulle cui modalità c’è ancora tutto da capire – non sono chiari i dettagli, né se si tratti effettivamente di un passo concreto.

Generale Carlo Jean, esperto in studi strategici e docente alla Luiss, cosa hanno stabilito, per davvero, Trump e Kim?

Hanno stabilito un dialogo. Ci sono state aperture reciproche di cui non conosciamo i dettagli, credo soprattutto perché Kim deve fare i conti con la sua opposizione interna, molto contraria al dialogo con gli Usa.

E perché?

Perché non vuole rinunciare al deterrente nucleare, visto come unico sistema di salvaguardia del Paese.

Insomma lei crede che Kim intenda davvero denuclearizzare la Corea.

Verosimilmente sì. Certo, bisogna vedere se sia proprio Kim o piuttosto Xi Jinping. Il leader cinese è in condizione di premere fortemente sull’alleato, anche perché se venissero applicate alla lettera le sanzioni, la Corea sarebbe messa in ginocchio in tre mesi.

Non è la prima volta che Usa e Corea stringono accordi. Che differenza c’è rispetto al passato?

Il risultato dell’accordo di Singapore è decisamente positivo, perché avrà ulteriori sviluppi. Sicuramente gli Stati Uniti dovranno mollare su qualcosa, a quanto pare sulle esercitazioni militari. Da quanto sta emergendo, non hanno invece mollato sulla presenza di circa 30mila militari Usa in Corea del Sud. Come a dire che le esercitazioni potrebbero ricominciare da un momento all’altro.

È più una vittoria di Kim o di Trump?

Di Trump, perché è una conferma della politica attuata sin qui. Poi bisognerà vedere come verrà modulato il ritiro progressivo delle sanzioni. C’è da dire che Trump era in un impasse perché la Corea del Sud era contraria a un’azione di forza. Il punto, per Seul, non sono solo le armi atomiche, ma anche l’artiglieria, che è in condizione di colpire il Sud in ogni momento.

Ritiene che quella di Kim sia stata una mossa per compiacere l’alleato Cina?

Alleato fino a un certo punto, spesso la Cina ha mostrato le unghie. Non ha mai potuto superare il limite per il timore che in caso di crollo del regime il Sud potesse fagocitare il Nord e riversare centinaia di migliaia di rifugiati su Pechino. D’altro canto, anche gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto attaccare il Nord senza l’appoggio di Seul.

Pensa che la politica muscolare di Trump stia portando frutti? Anche all’interno degli Usa.

Sicuramente Trump è più forte, all’interno. Anche per le misure economiche messe in atto nei confronti degli alleati (per esempio i dazi su alluminio e acciaio, ndr), l’economia americana sta crescendo. L’indebolimento dell’asse transatlantico è un dato di fatto, e sebbene verrà criticato da chi come McCain è legato ad una mentalità da guerra fredda, è un rischio che Trump può correre a cuor leggero. Perché non ha le divisioni corazzate sovietiche schierate a Berlino Est. La Russia ha sì e no gli occhi per piangere, soprattutto in vista di striscianti ulteriori sanzioni.

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