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Vi spiego cosa succede in Siria tra Russia, Usa, Turchia, Iran e Israele

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta
Il conflitto in Siria ha subito nelle ultime settimane evoluzioni imprevedibili: mentre sembrava avviarsi a soluzione, con la sconfitta dell’Is, un improvviso attacco con armi chimiche ha innescato una tensione internazionale elevatissima. Tra Usa e Russia è sembrato di tornare ai tempi della crisi cubana del 1962. Il supporto straniero che ha consentito al governo di Assad di riconquistare gradatamente il controllo del territorio non è di buon auspicio, anzi. E ieri Usa, Francia e Gran Bretagna hanno attaccato.

 

È in corso un conflitto geopolitico di prima grandezza, che si articola su più livelli. Il principale riguarda i rapporti tra l’Occidente e la Russia, tornata protagonista nell’area mediterranea e mediorientale. È riuscita ad entrare stabilmente sia nel Mediterraneo che nel Medioriente, da cui era stata esclusa. Ci sono in gioco, poi, la sicurezza di Israele nei confronti della minaccia iraniana ed il ruolo tradizionalmente dominante dell’Arabia Saudita, in pericolo per via della “mezzaluna” sciita, rappresentata dalla continuità politica tra Iran, Iraq e Siria.

La maggiore sorpresa è l’ambivalenza turca: dopo aver dovuto rinunciare all’ingresso nella UE per via della contrarietà espressa da Nicolas Sarkozy nel 2008, il Presidente Recep Tayyip Erdoğan ha approfittato del collasso dell’Egitto dopo la caduta del Premier Hosni Mubarak, tanto voluta dall’allora Segretario di Stato americano Hillary Clinton, per sostituirlo nella egemonia sull’area arabo-musulmana. Ha perfino ripudiato, con una modifica alla Costituzione, i principi di laicità dello Stato che risalivano a Kemal Atatürk, fondatore della Turchia moderna. La strategia neo-ottomana presenta quattro aspetti conflittuali rispetto alla tradizionale alleanza con l’Occidente: i rapporti amichevoli, seppur contrastati, con la Russia; quelli ruvidi con Israele, per via del comportamento tenuto nei confronti dei Palestinesi; il conflitto latente con la Grecia, riacutizzatosi per via dei recenti ritrovamenti petroliferi nelle acque cipriote; la questione curda.

Per combattere l’Is, gli Usa hanno sostenuto ed armato i Peshmerga, la minoranza curda in Irak. Al contrario, Erdogan considera il PKK, il movimento che la rappresenta, come un gruppo terroristico che mina l’unità della Turchia. Dopo il fallito colpo di Stato del 2016, i rapporti con gli Usa si sono deteriorati per via dell’asilo offerto a Fethullah Gülen, il predicatore e politologo che ne sarebbe stato l’organizzatore. Non è a rischio soltanto la fedeltà atlantica della Turchia, quanto la sua funzione di antemurale nei confronti dell’espansione russa nel Mediterraneo che ha caratterizzato la storia degli scorsi due secoli.

Le incertezze strategiche americane sono state continue. Se l’Amministrazione Bush, nell’estate del 2008, cancellò la Libia dall’elenco delle nazioni canaglia a fronte di un risarcimento miliardario in dollari, incassato dal Segretario di Stato Condooleza Rice per le vittime degli attentati terroristici, la prima Amministrazione Obama, con il suo Segretario di Stato Hillary Clinton, si adoperò strenuamente per far crollare il regime del colonnello Gheddafi. In Afganistan ed in Iraq, poi, si è passati dall’intervento massiccio di George Bush Jr. al disimpegno progressivo di Barak Obama. Vale lo stesso per l’Iran: dopo decenni di sanzioni, Barak Obama ha accettato nel 2015 un accordo sul divieto di arricchimento di uranio, nonostante la forte contrarietà di Israele. Ora, Donald Trump vorrebbe correggerne i “terribili difetti”: il 12 gennaio scorso, ha mandato un ultimatum ad Inghilterra, Francia e Germania, firmatarie dell’Accordo insieme a Russia e Cina, ponendo la sua revisione come condizione per la estensione all’Europa della deroga ai dazi sulle importazioni negli Usa di acciaio ed alluminio.

È durato poco anche il clima di distensione raggiunto con la associazione della Russia alla Nato, firmata a Pratica di Mare nel 2002. Le tensioni sono ricominciate già nel 2008, con la crisi in Georgia: le truppe di Mosca entrarono nella regione della Ossezia meridionale per bloccare una sorta di pulizia etnica ai danni della minoranza russofona. Il governo di Tbilisi chiese così l’aiuto americano. Poco tempo dopo, mentre assistevano insieme alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Pechino, rivolgendosi a George Bush Jr., Vladimir Putin disse: “La guerra è iniziata”. Quella in Siria non ne è che un frammento. Il conflitto con la Russia rimane. La guerra, intanto, la facciano gli altri.

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