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Basf, Daimler, Linde e Siemens. Chi teme di più in Germania per la mossa di Trump anti Iran?

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Germania

Siemens, Linde, Basf e Daimler sono alcuni dei gruppi tedeschi che potrebbero risentire maggiormente della sferzata anti Iran voluta da Trump. Ecco nomi, stime e analisi che si rincorrono in Germania per valutare il reale impatto della mossa trumpiana sull’economia tedesca. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Neppure il rude esordio del nuovo ambasciatore Usa a Berlino, Richard Grenell, ha suscitato una ferma reazione da parte del governo tedesco. Poche ore dopo l’annuncio di Trump di abbandonare il trattato sul nucleare con l’Iran Grenell, imitando lo stile comunicativo del suo presidente, aveva twittato: “Come ha detto Trump, le sanzioni americane colpiranno settori critici dell’economia dell’Iran. Le aziende tedesche dovrebbero immediatamente cessare le operazioni di business in Iran”. Appena 182 caratteri per liquidare, nella maniera meno diplomatica possibile, le illusioni dell’intero mondo politico e imprenditoriale tedesco di trovare vie d’uscita alla morte dell’accordo annunciata da Washington.

LA SORTITA DELL’AMBASCIATORE

L’uscita dell’ambasciatore è stata inconsueta, tanto più perché avvenuta a una settimana dall’insediamento e a poche ore dalla presentazione delle credenziali al presidente federale Steinmeier. Grenell si è poi difeso rilanciando, questa volta a mezzo stampa, che per lui “diplomazia significa parlar chiaro”: “Io ho un altro stile”, ha detto ai giornali del gruppo Funke. L’unico ammorbidimento che ha concesso è stato sulla guerra dei dazi, uno dei tanti fronti aperti tra Usa ed Europa e soprattutto Germania: “Non ci sarà alcuna guerra commerciale”.

LE REAZIONI A GRENELL

Sul versante tedesco c’è stata qualche reazione indignata di esponenti politici senza incarichi ministeriali (come la leader dei socialdemocratici Andrea Najhles), un paio di corsivi velenosi sui giornali e poco più. Il governo non ha replicato apertamente e ha evitato un’escalation di toni. Angela Merkel ha ribadito in una dichiarazione pubblica che la Germania intende attenersi al trattato con Teheran e ha rinforzato quella che è ufficialmente la posizione europea con una dichiarazione congiunta firmata con Emmanuel Macron e Theresa May.

I COMMENTI DEI GIORNALI

Allo Spiegel è parso un segnale di debolezza, l’ennesimo da parte di un governo che fatica a trovare la sua collocazione nello scenario globale in rapido cambiamento: “Impotenza a Berlino”, ha titolato sull’edizione online. E ha poi regalato al presidente americano l’ennesima copertina sarcastica, raffigurante un dito medio con l’effige di Trump e il titolo “Goodbye Europe”. E una sfilza di articoli che descrivono la fine (temporanea?) dell’alleanza transatlantica, le mosse attraverso cui Trump sta rendendo il mondo più pericoloso, le umiliazioni che sta imponendo agli europei, la follia delle sue strategie che stanno spingendo il Medio Oriente sull’orlo di una guerra.

LE VALUTAZIONI DEGLI ESPERTI

Gli esperti della DGAP, la Società per la politica estera che costituisce uno dei think-tank più ascoltati dal governo tedesco, evidenzia come “gli interessi europei siano in pericolo a causa della minaccia di instabilità” innescata dal ritiro di Trump e consiglia alla Merkel una strategia sul filo del rasoio: “rispondere a tono agli Usa, tenere in piedi l’accordo con Teheran e, nonostante tutto, continuare a coinvolgere Washington”. Un’operazione di equilibrismo difficile con Trump, soprattutto se affidata a una cancelliera che sembra non avere alcun ascendente nei confronti del presidente Usa.

VERI E PRESUNTI TIMORI

Ma se le analisi riflettono la preoccupazione di Berlino per le dinamiche complessive innescate dall’amministrazione Trump, che inevitabilmente scuotono quello status quo in cui la Germania si era accomodata sfruttando i benefici della sua forza commerciale, forse non centrano i veri timori dell’economia tedesca.

I NUMERI DEL BUSINESS

A guardare i numeri dell’export di Berlino verso Teheran ci si accorge infatti che la grande euforia che aveva coinvolto gli industriali tedeschi all’indomani dell’accordo sul nucleare era già da tempo scemata. Il quotidiano economico Handelsblatt riporta che dall’allentamento delle sanzioni a oggi il commercio fra i due Paesi è salito da 2,7 ad appena 3,5 miliardi di euro. Molte aziende hanno ridimensionato i propri affari a commesse di corto respiro e breve periodo, rinunciando a progetti su larga scala. Le banche da tempo finanziano con molta prudenza imprese industriali in Iran, dato che l’incertezza sulla tenuta dell’accordo è stata chiara fin dal giorno dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

CHE COSA SI VEDE IN IRAN

Il panorama pubblicitario che colpisce il viaggiatore che sbarca a Teheran può offrire un’altra impressione: i cartelloni che reclamizzano marchi icone dell’industria tedesca si sprecano, da Miele ad Adidas, dalla Volkswagen alla BMW. Ma i cartelloni ingannano, delle grandi aziende solo Linde, Basf e Daimler hanno aperto una sede nella capitale iraniana. In realtà, il previdente mondo economico aveva già per tempo scontato l’incognita trumpiana e il suo probabile ritiro dall’accordo.

LE AZIENDE COINVOLTE

Era ormai svanita l’atmosfera entusiastica degli inizi, quando nell’estate del 2015 l’allora ministro per l’Economia Sigmar Gabriel si era presentato al mondo politico ed economico iraniano con una folta delegazione di imprenditori, tra cui i presidenti di Basf e Linde. Sorrisi e strette di mano, e la speranza di ritornare ai tempi in cui l’Iran rappresentava uno dei paesi più importanti nelle classifiche dell’export extra-europeo tedesco. Secondo le stime del 2015, in tre anni le imprese tedesche avrebbero dovuto realizzare profitti per almeno 10 miliardi di euro. La realtà di oggi mostra invece aziende con il freno automatico azionato da tempo.

GLI ESEMPI

Gli esempi sono numerosi. Daimler era arrivata con grandi ambizioni sui veicoli commerciali e due anni fa aveva stretto un’alleanza con la locale Khodro, il più grande produttore di veicoli del Medio Oriente. Le stime di vendita si sono però rivelate sopravvalutate, rallentate dal fragile settore finanziario del paese che non è in grado di sostenere con crediti le aziende che avrebbero dovuto comprare i mezzi commerciali. La Herrenknecht, azienda leader nella costruzione di gallerie, aveva puntato alla metropolitana della capitale e all’ammodernamento della rete del sistema fognario ma ha dovuto ridimensionare le sue strategie perché le banche tedesche sono diventate prudenti nel finanziare progetti in Iran. La Volkswagen aveva stretto ancora l’anno scorso una partnership con la Mammut per l’importazione di diversi modelli ma il piano di avviare una produzione industriale comune è stato congelato e probabilmente salterà del tutto perché sarà impossibile ricevere le autorizzazioni necessarie dal ministero delle Finanze americano.

GLI SCENARI IN GERMANIA

La scelta di Trump non segnerà la fine della presenza industriale tedesca in Iran, dato che Berlino intende mantenere fede all’accordo sul nucleare, ma ne limiterà ulteriormente una spinta che di per sé si era già sgonfiata. Gli esperti del ministero dell’Economia tedesco ritengono che i rischi maggiori saranno per quelle aziende che svolgono affari sia in Iran che negli Usa, ma si tratta di una minoranza. Tra queste c’è Siemens, che ha già spedito in Iran turbine a gas, ma il suo capo Joe Kaeser ha deciso di fermarsi a attendere gli sviluppi, consapevole del fatto che il business in Iran rappresenta una fetta marginale dell’azienda e sarebbe in grado di reggere il contraccolpo di una rinuncia. Altre aziende avevano già preso le contromisure, come la società di servizi Bilfinger, che aveva inserito nei contratti una clausola di uscita qualora la situazione normativa si fosse modificata.

Dall’estate 2016 il governo tedesco ha steso una rete di protezione con le cosiddette fideiussioni Hermes, garantendo gli investimenti delle aziende tedesche in Iran da eventuali perdite: secondo lo Spiegel al momento Berlino garantisce attraverso questa formula 57 operazioni effettuate per un valore di 900 milioni di euro.

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