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La Russia di Putin e i mondiali di calcio

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Mondiali di calcio tra politica e storia. Il Bloc notes di Michele Magno

La Russia di Putin ha investito molto, finanziariamente e politicamente, sui Mondiali di calcio che si inaugurano giovedì nello stadio Luzhniki di Mosca. “L’uomo di ferro” punta sull’avvenimento per dare nuovo smalto alla sua immagine di leader modernizzante di un regime solido ed efficiente, sia sul piano militare che sul piano economico.

Che lo sport sia una metafora della guerra non è una novità. Lo hanno sostenuto filosofi come Jean-Paul Sartre, teologi come Bernhard Welte, romanzieri come Nich Hornby. Nei Balcani, però, lo sport non è solo una metafora della guerra. Nei Balcani la guerra è anche la prosecuzione dello sport con altri mezzi, come sostiene in un bel libro Gigi Riva, un giornalista (da non confondere con il grande bomber di Leggiuno) che li conosce come le sue tasche (“L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra”, Sellerio, 2016).

In nessuna regione europea il rapporto tra sport e potere è stato tanto stretto e perverso, e in nessuna regione europea il calcio è stato utilizzato con tanta spregiudicatezza dai movimenti separatisti come strumento di consenso. È così potuto accadere che un episodio apparentemente banale, un penalty fallito sul rettangolo verde, sia diventato l’emblema della disfatta di un paese. Non è stata una partita qualsiasi, quindi, quella giocata a Firenze tra Jugoslavia e Argentina nei quarti dei mondiali di calcio.

È  il 30 giugno 1990: in quell’anno del muro di Berlino è rimasto solo qualche calcinaccio, Helmuth Kohl sta perfezionando il suo capolavoro politico, il cammino della perestrojka di Michail Gorbaciov è già in salita. Sotto la presidenza italiana della Cee, si conclude la prima delle tre fasi del piano Delors. Il trattato di Maastricht è in gestazione, la moneta unica il grande obiettivo. La Serbia è alla vigilia di un delicato referendum popolare, indetto da Slobodan Milosevic anche per limitare l’autonomia degli albanesi del Kosovo. Il presidente sloveno Milan Kucan e il presidente croato Franjo Tudjman propongono di trasformare la repubblica federale in una nuova confederazione, primo passo verso l’indipendenza. Tutto l’impero sovietico è scosso da potenti spinte centrifughe.

Il Mondiale italiano sembra assecondare il corso degli eventi. L’Urss esce al primo turno perdendo con un suo ex satellite, la Romania. Una Germania euforica marcia spedita verso la finale. Henry Kissinger, che non si perde un match, annota sulle colonne del Los Angeles Times l’accesa rivalità tra le diverse fazioni etniche del tifo jugoslavo, all’origine di gravi atti vandalici. Nel caos di bandiere che l’occidente fatica a decrittare, accanto al vessillo nazionale con la stella rossa compaiono quello serbo con l’aquila e quello croato con la scacchiera biancorossa. Tito aveva definito la sua creatura una nazione composta da sei stati, cinque culture, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti, un solo partito politico.

Nonostante una Costituzione che regolava nei minimi dettagli l’equilibrio e l’alternanza al governo tra le varie etnie, dopo la sua morte (1980) la mai sopita insofferenza verso il centralismo progettato dal padre fondatore deflagra. Sloveni e croati si dicono stanchi di mantenere i fratelli ripudiati del sud con le loro tasse. Milosevic rilancia l’idea della Grande Serbia. La Bosnia riscopre le sue radici turche. Le curve degli stadi sono le prime a fiutare il vento. Egemonizzate dalla malavita comune, diventano luogo privilegiato di reclutamento dei gruppi paramilitari.

Pallone e pallottole: due facce della stessa medaglia. Soprattutto in Serbia e Croazia, che vantavano la più forte tradizione sportiva e identitaria. All’ingresso dello stadio Maksimir di Zagabria c’è una targa che recita: “Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra contro la Serbia il 13 maggio 1990”. La dedica celebra la battaglia dei supporter della Dinamo, i “Bad Blue Boys”, contro i famigerati “Delije” (eroi) della Stella Rossa di Belgrado comandati da Zeliko Raznjatovic, detto Arkan (la Tigre): un personaggio dal passato criminale, dal presente indecifrabile e dal futuro da boia. Una giornata di straordinaria follia, con decine di feriti e migliaia di scatenati ultras a darsele di santa ragione, che costa una lunga squalifica a Zvonomir Boban per aver fratturato con una ginocchiata la mascella a un poliziotto. I disordini, durati fino a notte fonda, vengono stroncati dall’intervento dei reparti antisommossa.

Quando inizia la partita allo stadio Artemio Franchi, sugli spalti il frastuono è indescrivibile. La posta in palio è alta, e si sfidano due formazioni ricche di fuoriclasse. Sopra tutti, Diego Armando Maradona e Dragan Stojkovic. Entrambi sublimi virtuosi della sfera di cuoio, solisti anarchici e di temperamento ribelle, con tendenza alla guasconeria. La gara, rude e nervosa, vive di repentini capovolgimenti di fronte. Sebbene l’Albiceleste giochi in superiorità numerica fino ai tempi supplementari, termina a reti inviolate. Si va ai calci di rigore. Il rigore è una punizione che non esisteva agli albori del football. La inventò nel 1890 un irlandese, William McCrum, per scoraggiare i ripetuti falli di mano commessi vicino alla porta.

Dopo diversi errori dal dischetto (clamorosi quelli di Stojkovic e Maradona), l’Argentina è ancora in vantaggio di un gol. È di Faruk Hadzibegic, il capitano del “Brasile d’Europa”, l’ultima chance per ristabilire la parità. Il suo tiro è prevedibile e il portiere avversario, Javier Goycochea, lo respinge a pugni chiusi. Faruk è annichilito. I suoi compagni, sebbene  prostrati, cercano invano di consolarlo. Dalla stampa la sconfitta viene letta come il segno di un Paese allo sbando. A novembre, le prime elezioni libere in Bosnia decreteranno il trionfo del nazionalista Alija Izetbegovic e dei partiti etnici.

Hadzibegic non si rassegna. C’era ancora un torneo di qualificazione agli Europei da onorare, e lì il riscatto era possibile. La batosta subita a Firenze si fa però sentire. Il consueto bilanciamento etnico degli atleti è un rebus. Fioccano le defezioni di sloveni, croati e macedoni. Si infittisce, al contrario, la pattuglia serba. Due moschettieri della vecchia guardia, Safet Susic e Zlatko Vuiovic, scelgono di appendere gli scarpini al chiodo.

Nella Stella Rossa stava intanto emergendo un giovane che farà molto parlare di sé, Sinisa Mihajlovic. È di Borovo Selo, un villaggio in cui pochi giorni prima erano stati trucidati dodici agenti croati. Il 29 maggio il club vince la Coppa dei Campioni battendo l’Olympique Marsiglia a Bari. Il 15 febbraio 1992 i governi della Comunità europea riconoscono l’indipendenza della Slovenia e e della Croazia. Due settimane dopo il “poeta e psichiatra” Radovan Karadzic annuncia la costituzione della “Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina”. Faruk comincia a meditare un gesto eclatante. Il 25 marzo 1992 è ad Amsterdam, per un’amichevole con l’Olanda. Terminata la partita, entra negli spogliatoi e si dimette da capitano della nazionale. Per lui non esisteva più, perché non esisteva più una patria da rappresentare.

Priva dei suoi leader carismatici, la nazionale si sfascia. Quella -decimata- che a giugno atterra a Stoccolma per partecipare agli Europei non riesce nemmeno scaldarsi i muscoli sul campo di allenamento. Una risoluzione dell’Onu ratifica l’embargo totale contro la Serbia e il Montenegro, responsabili della guerra in Bosnia. La Jugoslavia viene cacciata dal torneo e sostituita dalla Danimarca, seconda del girone (che vincerà a sorpresa la competizione).

Arkan in Svezia non c’era. Ricercato dalla polizia scandinava per rapina a mano armata e omicidio, rischiava l’arresto. Il suo curriculum criminale era da incubo. Dopo aver appoggiato con i suoi mercenari (le Tigri) l’armata federale nello sterminio dei croati a Vukovar (agosto-novembre 1991), aveva licenza di uccidere e saccheggiare. Si comportava ormai  come un capo di Stato. È lui a ricevere all’aeroporto di Belgrado la Stella Rossa, di ritorno da Tokyo dove a dicembre aveva strappato la Coppa Intercontinentale al Colo-Colo cileno. Sotto la scaletta dell’aereo, la squadra consegna il trofeo ad Arkan. L’abbraccio più caloroso è con Mihajlovic, alfiere dell’orgoglio serbo, il più politicizzato tra i calciatori. L’adorazione nei suoi confronti non viene scalfita nemmeno dalla esecuzioni di massa di cui è protagonista in Bosnia. Adesso, giugno 1992, Arkan è all’apice del successo. Tra una scorribanda e l’altra contro i “balje”, i turchi bosniaci, conduce una vita da nababbo nella capitale, circondato da decine di guardie del corpo.

Gli accordi di Dayton (21 novembre 1995) pongono ufficialmente fine all’assedio di Sarajevo. La Bosnia è sulla via della pacificazione. Arkan deve reinventarsi un mestiere. Vorrebbe comprare la Stella Rossa, ma il tentativo fallisce. Ripiega su una piccola società di seconda divisione, l’Obilic. Coi proventi del malaffare, costruisce un stadio avveniristico in vetro e acciaio. Dopo due anni si aggiudica lo scudetto. Arbitri intimiditi, avversari minacciati con le cattive maniere, calciatori rapiti se restii a firmare un contratto. Addirittura il sospetto che negli spogliatoi gli ospiti fossero sedati con gas immessi nei tubi dell’aria condizionata.

Quando l’Obilic vince il titolo (1998), Arkan non può però accompagnare la squadra a Monaco di Baviera per l’esordio in Champions League. Pendeva infatti sulla sua testa un mandato di cattura emanato dal Tribunale penale internazionale. Il 15 gennaio 2000 viene assassinato da un poliziotto nella hall di un albergo di Belgrado. Erano appena cessati i bombardamenti della Nato sulla capitale dopo i moti del Kosovo. Arkan non serviva più, e sapeva troppo. Ratko Mladic, il generale dei serbi bosniaci che a Sarajevo voleva “stirare le menti della popolazione civile”, regista dell’eccidio di Srebrenica, ne elogia pubblicamente le virtù di guerriero e di patriota. Mihajlovic e il montenegrino Dejan Savicevic, soprannominato il “Genio”, gli dedicano un necrologio encomiastico. Con il sogno panslavista in frantumi, anche la formula trita dello sport che affratella andava in soffitta.

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