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Perché urge una cultura politica per il governo Conte. Il ruolo di Savona, Tria e Moavero

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Seconda parte dell’analisi di Lodovico Festa, editorialista e saggista, nuova firma di Start Magazine. La prima parte si può leggere qui

Tratte queste considerazioni, è opportuno chiedersi se c’è uno spazio per un esito diverso da quello della disgregazione o dell’esasperazione nazionalistica. Va innanzi tutto osservato come con il risultato del 4 marzo abbiano acquisito una centralità certi ceti produttivi che avevano man mano abbandonato una Dc incapace di gestire la crisi fiscale dello Stato, ampi settori popolari (con un Sud che ha privilegiato la protesta sul tradizionale voto clientelare) trattati dopo il 2011 come puri oggetti senza rappresentanza, i cosiddetti Millenial (soprattutto la generazione tra i 25 e i 35 che ha votato per il 65 % per i grillini).

Una questione molto sentita anche se non risolta culturalmente (quella della legalità, del superamento di una diffusa corruzione e del contrasto a una radicata criminalità organizzata) è affrontata dal nuovo governo in parte con due accentuazioni diverse (la libertà come rimedio essenziale per curare l’illegalità e la centralità della capacità e della crescita della funzione repressiva dello Stato) che in sé generano contraddizioni ma da un altro punto di vista potrebbero persino offrire la base per un qualche processo di pacificazione di una società particolarmente esasperata dal 1992 in poi.

Altre antinomie si notano all’interno della maggioranza che appoggia il governo Conte tra attenzione ai principi della morale naturale e quelli tesi a garantire l’espressione più libera dei desideri, nonché le contrapposizioni tra una cultura produttivistica e una integralisticamente ambientalistica. Il fatto che convivano spinte opposte naturalmente non può non determinare difficoltà politiche, ma se questa situazione la si esamina dal punto di vista del riportare “tutto” il nostro popolo nelle istituzioni, la possibilità che grazie a queste “contraddizioni” si generi uno spirito teso a un vero processo costituente, va considerata con attenzione.

C’è in questo senso un consistente problema che deriva dalla debolezza di cultura politica delle forze che oggi hanno l’iniziativa e il fondamentale appoggio popolare. E’ utile in questo senso un minimo di riflessione storica sul perché ci si trova in questa condizione. Nelle numerose svolte che hanno caratterizzato la storia nazionale unitaria, si è potuto contare sempre su un ceto politico di qualità: il Risorgimento è stato preparato da una generazione che aveva allargato i suoi orizzonti con Napoleone, da cui discende l’ala azionista-mazziniana, e poi aveva avuto nel Regno di Piemonte lo spazio e il tempo per formare un personale liberale-moderato (rafforzato da quello toscano) di un certo rilievo.

I popolari e i socialisti sono cresciuti nell’opposizione all’egemonia liberale potendo contare su alcuni decenni da dedicare all’educazione politica. Anche i fascisti hanno ereditato dal nazionalismo conservatore e da quello radicale un quadro di riferimento culturale di livello, pur costretto nelle forme della retorica spesso ridicola di Benito Mussolini, sempre illiberale e alla fine arresa all’infamia del razzismo. Il ceto politico antifascista si è, poi, preparato in esilio a Parigi ma anche a Mosca e negli Stati Uniti, nonché in Vaticano e nella Fuci di Giovanbattista Montini. E la scuola nittiana è stata preservata dal fascismo così da poter giocare con i Mattioli e i Cuccia un ruolo formidabile nel post ’45. Hanno contato infine i cenacoli dei liberali in esilio in Patria, da quelli di Benedetto Croce a quelli di Luigi Einaudi.

La caduta della Prima repubblica è avvenuta invece in forme tali da impedire l’affermarsi di un ceto politico culturalmente adeguato ai nuovi tempi. A destra il cuore di Forza Italia è stato aziendalista, utilizzando anche personale di qualità ma su progetti non nell’elaborare una organica visione nazionale, europea e internazionale, la Lega è nata come formazione di autodifesa innanzi tutto del ceto medio settentrionale che si sentiva tradito dall’incapacità della Dc di affrontare la crisi dello Stato fiscale e si è costruita come strumento rozzo per realizzare una difficile autonomizzazione da un ceto politico pervasivo che aveva fallito ma non era scomparso, i missini infine sono diventati quasi improvvisamente antifascisti senza una vera ridiscussione del passato, privilegiando la difesa degli interessi di un ceto politico rispetto alla riqualificazione di questo.

Decisive sono state le responsabilità delle due forze “costituenti” che sono rimaste in piedi dopo il ’92 gli ex comunisti e la sinistra Dc, che hanno stretto un patto con un establishment sempre più miserevole, con uno Stato sempre più autonomo dalle istituzioni della sovranità popolare, per poter utilizzare il parziale monopolio della loro capacità di far politica essenzialmente per i propri interessi da ceto politico, in rapporto di ampia subordinazione intellettuale alle influenze straniere (per esempio con Carlo Azeglio Ciampi) con protagonisti della vita pubblica tipo Romano Prodi.

Certi processi politici, peraltro, hanno potuto reggere finché l’Unione europea ha potuto distribuire risorse e speranze. Quando invece con la crisi finanziaria del 2008 e quella da debiti sovrani del 2010, all’egemonia è subentrato il ricatto e il comando dall’alto, accompagnato dalla disgregazione con metodi non “politici” dei soggetti scomodi, si è costato come in società complesse e liberal-democratiche il comando dall’alto (e da fuori) non possa divenire permanente perché suscita forme invincibili di reazione di massa..

L’unica via non semplice da perseguire oggi, per sfruttare le aperture pur parziali a cui ho accennato, realizzate dopo il voto del 4 marzo, al di là dell’impegno diretto in politica per chi la sente, all’alimentare una discussione pubblica meno meschina, e a un movimentismo su singoli issue (esemplare quello per il presidenzialismo della Nuova Repubblica di Giuseppe Guzzetta), dovrebbe essere quello di produrre uno sforzo per articolare (a destra e sinistra) una cultura costituente, cultura che non può essere organizzata solo con uno sforzo parziale e unilaterale ma deve generare una visione generale e complessa (sullo Stato nazionale, sul federalismo necessario, sull’assestamento di ordinamenti come la magistratura, sul nostro ruolo nel’Unione europea e sul ruolo in generale di quest’ultima), alimentata da riflessioni storiche, giuridiche, filosofiche, antropologiche e anche, ma non solo, economiche articolate su tutti i temi costituenti d’interesse nazionale e internazionale. Un impegno assai difficile.

Non è semplice infatti riuscire a fare in pochi mesi quello i liberali che volevano l’unità d’Italia, che i popolari e i socialisti che volevano un’alternativa al liberalismo abbastanza centralistico e un po’ troppo elitistico del post 1861, che gli antifascisti che si preparavano a superare il regime mussoliniano, poterono fare in decine di anni. Senza dubbio si è di fronte a una via ardua. Così a occhio però mi sembra l’unica che possa contribuire a un esito positivo per la nostra nazione. Il fatto che persone di grande qualità come Paolo Savona, Giovanni Tria, Enzo Moavero Milanesi abbiano accettato questa sfida costituisce, peraltro, un incoraggiamento non secondario ad agire. Almeno culturalmente.

(2.fine)

(la prima parte si può leggere qui)

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